I Superpoteri inutili

Da ormai molti anni sono appassionato di manga giapponesi. Li preferisco notevolmente ai comics americani, forse perché in essi vedo un modo di pensare e una cultura più vicina ai valori che sento miei, ma non è questo il punto. Uno dei topos principali di tutti gli stili fumettistici è l’esistenza del superpotere. Insomma, vuoi perché ci si nasce, si mangia un frutto del diavolo, o si viene punti da un ragno radioattivo, il protagonista della storia si trova a possedere dei poteri fuori dal comune.

E se è vero che da un grande potere derivano grandi responsabilità, il protagonista in questione si imbarca per il suo viaggio dell’Eroe, sconfiggendo le proprie debolezze, oltre che i nemici sempre più forti che il narratore gli mette davanti, con l’obiettivo di salvare il mondo, diventare Hokage, o quello che è.

Mi sono sempre pigramente chiesto che cosa farei se avessi dei superpoteri, come quelli dei Manga. Mi piace pensare che li userei il mondo, ma molto probabilmente sarei più come Saiki Kusuo: farei tutto il possibile per passare una vita tranquilla, senza farmi stressare da nessuno. Poi, pensandoci meglio, mi sono reso conto che anche io ho dei superpoteri: ci sono delle cose che so fare soltanto io, e probabilmente poche altre persone al mondo. Eppure sono perfettamente inutili, un po’ come il potere di vedere solo attraverso le foglie d’acero, oppure di usare la telepatia con gli scarabei stercorari.

Ma mi sono reso conto che molti di questi superpoteri inutili li uso costantemente nel mio lavoro. Ecco quindi una raccolta semiseria di tratti inutili che mi contraddistinguono. Vedi mai che scopra che lì fuori ci sono persone strambe come me, o che magari anche tu, leggendo, hai altri tratti totalmente inutili, ma che tu in qualche modo riesci a valorizzare.

Il mio punto cieco è dove guardo

Da qualche anno, ormai, ho manifestato una condizione genetica nota come cheratocono corneale. In buona sostanza, le mie cornee con il passare del tempo, assumono una forma strana, e io perdo progressivamente la vista. Nel mio caso (ma è la normalità) essa si manifesta sul mio fuoco: significa che se guardo qualcosa, la mia capacità di vederla peggiore drasticamente.

Dopo alcuni anni, mi sono reso conto che questo mi rendeva molto più attento a notare dettagli ai margini del mio campo visivo. Insomma, se sto guardando qualcuno, riesco a notare l’espressione stranita o felice di chi mi sta di fianco. Insomma, il mio punto cieco non è dietro di me, è davanti!

Quando uso questo superpotere? Soprattutto quando lavoro come docente in aula: se sto spiegando qualcosa a qualcuno, riesco sempre a cogliere le reazioni del resto dell’aula.

Penso troppo veloce

Uno dei miei primi ricordi, quando ripenso a mia madre, è una sensazione della differenza di velocità tra lei e mio padre, o chiunque altro, nel parlare. Non so se sia mia madre che mi ha influenzato in questa direzione, o la mia sia una dote naturale, ma mi rendo conto che il mio cervello è costantemente su di giri. Ad esempio, non sono capace a leggere a voce alta, perché la mia velocità di lettura a voce è infinitamente più lenta di quella a mente.

Il che spesso è un problema, perché quando parlo accelero senza accorgermene. A un certo punto mi ritrovo che sto andando ad una velocità per me confortevole, e il mio interlocutore sta boccheggiando per venirmi dietro. Insomma, quando parlo con altre persone, la mia è una vita con il freno a mano tirato.

Quando uso questo superpotere? Questa capacità mi è particolarmente utile nel corso di consulenza e coaching. Se in questi contesti mi risulta più facile sintonizzarmi con la velocità del mio interlocutore, la mia velocità di pensiero mi aiuta a vedere tutta una serie di possibili scenari da percorrere, per aiutare il mio cliente al meglio.

So non pensare a qualcosa

Questo è divertente, e doloroso allo stesso tempo. Divertente perché teoricamente è impossibile: pensare di non pensare a qualcosa è di per sé pensare a quella cosa (e infatti ci riesco usando un trucchetto mentale). Doloroso perché ha a che fare con un periodo della mia vita particolarmente difficile, in cui sono stato travolto dalla negatività, per uscire dalla quale ho sviluppato questo talento.

L’idea è una sorta di tecnica di visualizzazione. Immagina di vivere da molti anni in una casa caratterizzata da un lungo corridoio, su cui danno le varie stanze della casa. Immagina che sul lato destro del corridoio ci siano nell’ordine un bagno, uno studio, e una camera. Ora, se ho bisogno di arrivare alla camera finale, non ho bisogno di entrare nelle due porte precedenti. Potrei al limite gettare un’occhiata distratta alla porta, ma se volessi evitare anche solo di notare la porta dello studio, potrei semplicemente guardare a sinistra non appena noto la porta del bagno.

La mia mente funziona più o meno così: un grande labirinto pieno di porte, su cui ho un certo controllo a livello spaziale. Significa che se voglio evitare un pensiero mi è sufficiente percorrere una strada diversa, oppure focalizzarmi su altro, per evitare un pensiero specifico. All’atto pratico, se volessi evitare di pensare, ad esempio, a un elefante rosa, costruirei l’immagine di un ippopotamo blu, e qualora mi rendessi conto di avvicinarmi alla combinazione animale+colore focalizzerei sull’ippopotamo blu, per poi deviare verso altri pensieri.

Quando uso questo superpotere? Questa strategia mi è stata particolarmente utile in passato per superare momenti difficili, ma ancora oggi la uso per evitare distrazioni specifiche, o focalizzarmi su qualcosa. Questa tecnica di visualizzazione ha anche a che fare con il mio stile di meditazione.

Vivo nel Presente

Un altro degli effetti collaterali del praticare meditazione da molti anni, e dell’essere morto una volta, è che vivo nel presente. Bella prova, direte voi, lo facciamo tutti. Eppure, per la maggior parte del tempo siamo proiettati verso il passato, o verso il futuro, e le nostre emozioni positive e negative le viviamo in funzioni di questo, non del presente.

Il che, in effetti, è un po’ strano, spesso. Capita soprattutto con mia moglie, che di tanto in tanto mi chiede che cosa mi aspetti da qualcosa, o se non sono preoccupato. E sembra prendersela sul personale quando le rispondo che di solito non mi aspetto nulla, né vivo emozioni negative rispetto ad un futuro ipotetico.

Quando uso questo superpotere? In effetti, lo faccio costantemente, ma mi è particolarmente utile quando mi trovo in situazioni dal carico emotivo molto forte, per poterle gestire in modo lucido.

Preoccupazioni per il Futuro

Una volta sono quasi morto, e da quel momento ho smesso di preoccuparmi per il futuro.

No, non è un’iperbole, è successo realmente. La storia l’ho anche già raccontata in un paio di occasioni: ero in automobile, ma non alla guida. Guidava mia madre, in montagna, e a un tratto le rimase incastrato il piede sopra l’acceleratore, e sotto il freno (non usò mai più quelle scarpe per guidare). Andò completamente nel panico, e non riuscendo a frenare tentò un sorpasso, proprio mentre arrivava un’auto nella direzione opposta.

Quello fu uno dei momenti chiave della mia esistenza, uno per cui non so se ringraziare mia madre, oppure odiarla. Spesso si parla della sensazione di vedere la propria vita che scorre davanti agli occhi, e posso confermare che non si tratta di una metafora: per me accadde. Ricordo che nella mia spensieratezza da quattordicenne quale ero, nel giro di forse un paio di secondi rividi moltissime cose, alcune delle quali pensavo di aver dimenticato. In quei due secondi feci a pace con i miei rimpianti: accettai che sarei morto, che mi sarebbe piaciuto vivere di più, ma che non sarebbe stato possibile.

Ero pronto.

Naturalmente, se sono qui a raccontarlo sono sicuro che tu possa intuire com’è andata a finire: le due automobili, per fortuna, riuscirono a scostarsi, anche se toccammo entrambi gli specchietti, e uno si ruppe. Subito dopo, in qualche modo riuscimmo a tenere la curva stretta. Poi mia mamma liberò il piede, rallentò e si fermò a lato della strada. Avevamo entrambi il fiatone.

Ci avrei messo qualche anno a rendermene conto, ma da quel momento smisi del tutto di aver paura della morte. Fu anche l’inizio di un lungo percorso spirituale, che attraverso la pratica della meditazione mi portò ad abituarmi a vivere nel qui ed ora, di cui tanto si parla ai corsi di mindfulness. Per lo stesso motivo, mi avvicinò alla disciplina del Tai Chi, e forse anche allo studio della comunicazione.

Insomma, tutto questo preambolo per dire che non sono uno che si preoccupa. Vivo il presente, e lo vivo così com’è. Non sto male per le cose che non posso cambiare, ma scelgo di dirigere le mie intenzioni solo su ciò che so di poter influenzare. Mi considero una persona felice.

Quando è nata mia figlia, questo non è cambiato. Io sono sempre io, anzi, molte di queste cose mi piacerebbe sapergliele trasmettere, anche senza che abbia bisogno di attraversare un’esperienza di quasi-morte. Ora, però, il mio occhio è molto più proiettato verso il futuro. Penso a lei, e a ciò che posso fare per aiutarla ad essere la donna che potrebbe essere. Confesso, però, che vivo un senso di inquietudine per il mondo che le sto lasciando. Un mondo in cui la mia generazione non è stata in grado di risolvere i problemi lasciati in piedi da quelle precedenti, anzi, se possibile ne ha aggiunti di nuovi. Non ci sto male, nel senso che so di non poterci fare nulla, ma d’altra parte, non preoccuparmi per il futuro non significa ignorarlo.

Insomma, ad oggi la mia missione è quella di dare a mia figlia gli strumenti migliori per affrontare questo mondo. E perché no, magari cercare di fare qualcosa per lasciarlo un filo più in ordine di quanto l’abbia trovato.

E così sono diventato un provocatore

In effetti, chi mi conosceva solo un paio d’anni fa non l’avrebbe mai detto. Sono sempre stato una persona morbida, cedevole. Uno che evitava a tutti i costi il conflitto, e mai più avrebbe pensato di crearlo.

Ok, ho corso troppo, lasciami raccontare questa storia. Desidero raccontarla perché ho conosciuto tante, troppe persone lì fuori che sono come ero io solo qualche anno fa: in buona sostanza, in caso di avversità calavo le braghe, mi mettevo a novanta, e speravo che fosse tutto il meno doloroso possibile.

Non è che non sapessi dire i miei no. Evitavo come la peste il conflitto, ma non perché ne avessi paura. Le mie emozioni erano altre, ma la sostanza era la stessa: se mi trovavo in una prova di forza con qualcuno, che poteva essere un capo, un cliente, ma anche solo un parente, cedevo. Accontentavo. Mi sacrificavo pur di accondiscendere alla richiesta.

Che non sia un atteggiamento sano siamo tutti d’accordo. D’altra parte, ero anche diventato abbastanza bravo dallo svicolare dalle situazioni sgradite. Nel complesso, non me la passavo male. Devo dire che questo mi ha aiutato a sviluppare uno dei miei superpoteri inutili: ho sempre almeno un paio di vie d’uscita dalle situazioni spinose, dai problemi, dalle complicazioni in generale, e questo in generale mi aiuta ad essere più efficace nel mio lavoro.

Mi sono reso conto che era un limite che avevo bisogno di superare quando ho iniziato a gestire, come docente, delle classi in cui tutti io ero il più giovane. Dal punto di vista comunicativo, quella che assumevo viene chiamata comunicazione one-down. contrapposta alla comunicazione one-up di chi, viceversa, è assertivo, non cede sulle proprie posizioni, alza il tiro.

Quando un one-down e un one-up si incontrano la comunicazione viene detta complementare: il one-up dirige, e il one-down cede, e quindi nessun conflitto. Ok, è un filo più complesso di così, ma questa non è una lezione, dopotutto. Quando due one-up si incontrano nasce quella che viene chiamata una escalation simmetrica: a meno che uno dei due non ceda, a un certo punto, si arriva al conflitto.

Insomma il fatto che, come docente, mi ponessi one-down rispetto alla mia classe mi faceva perdere ogni forma di autorevolezza. E quando un docente non è autorevole la sua lezione fa schifo, e i partecipanti non imparano nulla.

È così che mi sono reso conto che avevo bisogno di imparare ad essere in modo diverso. Senza rendermene conto mi ero costruito un limite, e dovevo imparare a superarlo. E di nuovo, non che ne avessi paura: la mia era più un’abitudine che altro.

Più o meno in questo modo ho iniziato a provare a pormi in posizione one-up. Ho iniziato ad essere più autorevole come docente, ma mi è anche capitato di mettere al suo posto qualche cliente. In tutti i casi non sarei riuscito ad ottenere lo stesso risultato con una posizione comunicativa one-down.

E allora ho iniziato a sperimentarmi. A sperimentare l’aggressività, il sarcasmo, la provocazione, la menzogna. La nostra società, e la nostra cultura tendono a vedere questi comportamenti come opportunistici, dannosi, ma la verità è che tutto dipende dal motivo per cui vengono usati. Una provocazione, o una menzogna a fin di bene sono davvero dannose? Confesso che la mia preferita è il sarcasmo, che tendo ad usare quando lavoro di persona con alcuni clienti, ma che non posso usare su internet, visto che per essere compreso necessità di essere contestualizzato, anche dal non verbale e paraverbale.

Viceversa, nella mia comunicazione online tendo ad usare molto la provocazione. Si tratta di quella che Watzlawick definirebbe una leva analogica, e quindi ha il potere di muovere dal punto di vista emotivo, ma contemporaneamente è legata ad una posizione comunicativa one-up, più funzionale alla creazione di autorevolezza.

Credevi che fossi per natura un provocatore? Non è vero, o meglio, lo è solo fino a un certo punto. Quella del provocatore è un’immagine che mi sono costruito ad arte, ma questo non la rende meno vera, o autentica, per me. Alla fine, il modo in cui comunichiamo è un po’ come il vestito che portiamo: devo scegliere quello più adatto alla circostanza, ma io resto io.

Un consulente in fascia

Essere un papà consulente è divertente e faticoso allo stesso tempo.

Un paio d’anni fa girava un video di un famoso manager che veniva intervistato in diretta dallo studio di casa sua. Improvvisamente, in webcam comparvero i suoi figli, che richiedevano la sua attenzione. Il video fece il giro del mondo suscitando un po’ l’ilarità, e un po’ l’apprezzamento da parte di tutti. Devo confessare che quando vidi quel video pensai che quello era il tipo di genitore che volevo essere: un genitore che ritaglia il suo lavoro dalla famiglia, e non il contrario.

Avanti veloce di un paio d’anni, e devo dire che sto vivendo quel sogno. C’è da dire che l’immagine che ho di me stesso non è ancora perfettamente sovrapposta a quella di papà, ma del resto mia figlia ancora non sa pronunciare questa parola, quindi ho un po’ di tempo. Ci sto lavorando, però, e sicuramente amo passare moltissimo tempo con lei.

Quando è nata ho scoperto l’esistenza delle fasce porta-bebè. Si tratta di un oggetto abbastanza semplice, concettualmente una sorta di sciarpa lunga alcuni metri, che può essere elastica o rigida, e che può essere avvolta intorno al corpo per creare una sorta di marsupio, per tenere i figli a contatto con la pelle. Si tratta di un modo di portare i neonati che sta diventando abbastanza popolare in occidente, anche se è già abbastanza diffuso sia verso l’estremo oriente che nel continente africano.

Insomma, di tanto in tanto capita di vedere l’occasionale madre che porta il bambino in fascia, invece che nel passeggino. E il bimbo in questione di solito ci sta molto bene, dorme beato con il volto schiacciato sul seno della madre, e i piedi a penzoloni. Si tratta di una vista ancora relativamente rara, quindi è facile che la detta donna attragga gli sguardi incuriositi dei passanti.

Quello che non capita praticamente mai di vedere, invece, è il papà che lo fa. O almeno, a me non è mai capitato, se non guardandomi allo specchio. Non c’è un motivo reale, in effetti, per cui sia la mamma a dover portare i figli in fascia. La ragione per cui accade, è, banalmente, che di solito passa molto più tempo lei con i figli rispetto al papà.

Questo, però, non è vero per la mia famiglia, e per questo motivo spesso sono io a portare mia figlia in fascia. Addirittura si è abituata a starci prima con me che con mia moglie. Questo tipo di ribaltamenti di ruolo è quello che mi fa sperare, in effetti, in una maggiore parità di genere per il futuro, o almeno è in questo senso che stiamo modellando la nostra famiglia. Ma non è di genere che voglio parlare.

Quando esco con mia figlia in fascia, mi diverto ad ascoltare i commenti dei passanti. Mi sento un po’ animale dello zoo in libera uscita. E mentre un bimbo in fascia con la sua mamma scatena reazioni principalmente dal popolo femminile, se quello stesso bimbo sta con il papà diventa una bestia rara e misteriosa. Cattura l’attenzione di bambini e adolescenti. Di uomini e donne in modo indiscriminato. Le persone non si preoccupano di abbassare la voce quando commentano. Una volta ho visto un signore di mezza età indicarmi con gesti ampissimi alla moglie e urlare “Aò, hai visto er pupo?

Mi capita spesso di registrare interviste per il mio podcast, in questo modo, o fare delle chiamate skype. Di recente, però, mi è capitato anche di svolgere un incontro di lavoro. Era con una ragazza, quindi sapevo di potermi giocare l’effetto tenerezza-da-neo-papà, e che quindi una certa soglia di pianto sarebbe stata tollerata (e c’è stata). Devo dire che lavorare a contatto con mia figlia in quel modo è stato piacevole, e mi ha dato un senso di completezza.

Insomma, in qualche modo sento di star inseguendo un’utopia: un sogno in cui il papà è un membro attivo della famiglia non solo per le ore serali. Un ribaltamento di ruoli in cui non si viene discriminati per avere un figlio, che anzi, diventa esso stesso parte di quel grande equilibrio tra vita private e professionale a cui agognamo. E sono un po’ preoccupato, perché dentro quest’utopia sento di viverci già.

Il Palloncino dell’Impostore

Ci sono persone, lì fuori, che vivono la loro vita in modo più o meno sereno. Io lo so, perché ne ho conosciute diverse. Magari si incazzano al lavoro, ma poi quando tornano a casa sono felici, stanno con la loro famiglia. Certo, possedere qualcosa in più non sarebbe male. Amano anche passare il tempo a lamentarsi senza fare nulla. Non sono propriamente felici, ma sono serene. Si sono costruite il loro equilibrio, e cascasse il mondo faranno di tutto per difenderlo. Serene.

Ma io no, io non ne sono capace.

Fin da quando sono bambino soffro di una malattia un po’ strana, che, confesso, nel corso della mia vita mi ha anche aiutato parecchio. La chiamo curiosità compulsiva.

Certo, si può dire che la curiosità sia uno di quei tratti tipicamente considerati in modo positivo. Quando diventa compulsiva, però, è una cosa di cui non si riesce fare a meno. Più cose nuove ti trovi a scoprire, e a studiare, più ti senti piccolo di fronte all’universo. Insomma, è come se fossi destinato a morire insoddisfatto, sempre tormentato da un senso di inadeguatezza che non è possibile spegnere in alcun modo.

E la cosa peggiore è che tutto sommato questa cosa mi piace. Voglio dire, soddisfare la propria curiosità, anche solo temporaneamente, è immensamente piacevole. E di fatto questo è un tratto che nel mio lavoro mi aiuta ad essere incredibilmente più efficace, visto che in larga parte si gioca nella sfera dell’intuizione, che va a braccetto con la creatività.

Ma non c’è solo questo. Il vero problema è che uno come me non si sente mai, davvero, arrivato. Mai realmente competente. Alla fine lì fuori c’è sicuramente qualcuno di più bravo di te, giusto? E questo è uno stimolo a studiare e cercare ancora e ancora e ancora.

Però poi c’è l’altro lato della medaglia. Io sono un essere umano, e quindi anche io ho un ego. Il mio bel palloncino che mi porto in giro, e che a ogni piccolo e grande successo si gonfia. Proprio qualche giorno fa, durante un corso, ho aiutato una persona a risolvere un problema che la tormentava da molti anni. Non era un problema particolarmente serio, o grave, ma ci aveva condiviso così tanto tempo insieme che ormai era diventato parte di lei. Nel giro di pochi minuti, in un certo senso, ho cambiato la sua vita, perché l’ho aiutata a lasciasi dietro un problema così presente per lei.

Quando capitano cose come questa non puoi non gonfiarti, almeno un pochino. Ma per fortuna, il proverbiale ago è arrivato entro la fine della giornata: la mia lezione era stata apprezzata molto, ma aveva molti punti di miglioramento, anche su aspetti su cui mi consideravo relativamente sicuro.

La cosa più strana è che, di solito, quel palloncino lo sgonfio sempre da solo. In un certo senso è come se fossi io a gonfiarlo, attraverso quello che faccio. Poi, sempre attraverso quello che faccio, bell’ago e pop! Sgonfia il palloncino. Metti una bella pezza, e ricomincia. Ormai, il mio palloncino somiglia più a un insieme di pezze, probabilmente, che alla sua forma originale.

Ora che l’ho scritto, sembra che ci sia del masochismo in quello che faccio. E forse è proprio così. La verità è che io sento che questa curiosità mi sta facendo del male. Sento che morirò infelice. Ma non posso farne a meno. Questa è la mia droga, alla fine.

Ebbene sì, ho mentito

Ogni giorno mi capita di avere quelle due o tre chiacchierate con persone di lavoro.

Possono essere potenziali clienti, o persone con cui sto valutando una collaborazione, o anche solo persone interessanti conosciute su LinkedIn, e con cui vale la pena scambiare qualche idea. Amo fare queste conversazioni: per me sono un enorme piacere.

Spesso, infatti, si sottovaluta questa dimensione relazionale dei Social Network. Il termine che va in voga oggi è social selling, il concetto è che per vendere qualcosa attraverso i social devi prima costruirci un minimo di relazione, e se lo chiedi a me, si poteva fare di meglio.

Molto ma molto meglio. Insomma, non è che ogni volta che scrivo un messaggio a qualcuno voglio vendergli qualcosa.

Ma non è questo il punto. Dopo aver studiato la Pragmatica della Comunicazione Umana, di Watzlawick, mi sono reso conto, infatti, che non importa quanto siamo bravi a produrre contenuti efficaci, o brillanti nelle nostre comunicazioni testuali: tanto più la nostra comunicazione è fisica, quanto più essa è efficace. Insomma, LinkedIn non serve a nulla se poi con quelle persone non parlo al telefono, o, ancora meglio, non le incontro di persona.

Insomma, tutta questa introduzione solo per dire che amo parlare con le persone.

Adesso è il punto dove ammetto che non sono sempre sincero.

Sì, lo so, i puristi del Personal Branding diranno che bisogna essere integri, altrimenti si rischia di rovinare tutto subito. Bisogna essere autentici. Per favore, fatemi il piacere. Siete i primi che danno quell’immagine patinata, priva di errori, in cui i propri clienti sono perfettamente soddisfatti. E non venite a raccontarmi che al limite omettete qualche particolare, perché una mezza verità non è diversa da una bugia. La differenza tra voi è me è che lo faccio apertamente. Anzi, le mie menzogne sono parte del mio Personal Brand, e voi potete serenamente attaccarvi!

Siamo sinceri, tutti mentiamo, e lo faccio anche io. Mi capita di mentire su quanti clienti sto gestendo al momento, su quante collaborazioni ho aperte, e sì, anche sulle mie competenze. Flash news: se voglio acquisire esperienza in un campo come consulente, devo raccontare di saperla fare quella cosa. Se non la so fare, devo acquisire esperienza. E non sempre sono in condizioni di farlo in autonomia. Il che significa che devo usare il mio cliente come banco di prova.

Ebbene sì, nel farlo mi assumo un rischio: quello che lui sia insoddisfatto. D’altra parte, sta a me saper gestire in ogni momento le sue aspettative. Una volta preferivo lavorare gratuitamente per acquisire esperienza, e fallivo molto di più. Dal mio punto di vista, se lavoro gratuitamente, il mio cliente non mi prende abbastanza sul serio, e quindi il progetto è destinato a fallire per definizione. Oggi preferisco raccontare che sono già un esperto, che le competenze le ho tutte. Ma non è vero. Ovvio, studio come un cane per raggiungere l’obiettivo, e metto in campo anche più carte del necessario. Ma se alla fine riesco, e il mio cliente è soddisfatto, io ci ho guadagnato, e anche lui.

Fake it till you make it, dicono negli USA. Non posso dire di sposare appieno questa filosofia, probabilmente perché non sento di arrivare mai al make it: so di avere sempre margine di miglioramento. Ed è per questo che a un certo punto queste menzogne diventano la mia verità. Ogni tanto capita quello che mi dice che non capisce mai quando mento o quando dico la verità.

In effetti, rispondo, non lo so nemmeno io.

Insomma, se abbiamo parlato probabilmente ti ho mentito. Ma non avertela a male per questo. Infatti, quello che dico sempre è che non devi fidarti di me. Non ha senso che tu lo faccia. Puoi solo mettermi alla prova, e vedere come va.

Non sono un buon dipendente

Quando mi sono affacciato al mondo del lavoro, l’ho fatto con un imprinting di un certo tipo.

All’epoca studiavo all’università, e avevo bisogno di fare un po’ di cassa per potermi pagare le serate fuori con i compagni di corso, e con la ragazza di allora. Però avevo i corsi da frequentare, e per cui dovevo studiare. La scelta, per me, fu in qualche modo scontata: lavorare come dipendente, con gli orari rigidi e tutto non avrebbe mai funzionato, quindi aprii la mia brava partita IVA, e iniziai a vendermi per quelle tre o quattro cose che sapevo fare, legate al marketing.

Avrei potuto fare quello che facevano molti compagni di corso: trovare lavoro come cameriere in un bar, avendo quindi la sera e magari i weekend impegnati. Ma d’altra parte, ero uno che i weekend voleva uscire, non lavorare (sì, sono sempre stato uno di quelli, decisamente poco motivato in tutta quella roba della gavetta). E dopotutto, se avevo delle competenze interessanti per il mercato, perché non vendere quelle, piuttosto che tentare di far stare in equilibrio troppi bicchieri su di un vassoio, considerando anche la mia scarsa coordinazione occhio-mano?

Insomma, avviare la carriera da consulente sembrava la cosa più sensata da fare, visto anche il regime fiscale iper-agevolato che esisteva all’epoca. E così feci. E all’inizio fu un disastro, naturalmente, ma lavoravo per amici, e amici di amici, quindi andava bene così. Loro furono abbastanza generosi da concedermi di far pratica sulle loro spalle, e io, in qualche modo, imparai non solo tutti gli aspetti tecnici legati alla professione che stavo svolgendo, ma anche quelli comunicativi e relazionali. Insomma, come si parla con un cliente, come si negozia un preventivo, come si gestiscono le obiezioni. Le solite cose.

Avanti veloce di qualche anno, succedono tre cose insieme che danno un blocco importante al mio lavoro: mi laureo, ristrutturo casa, e mi sposo, a distanza di pochi mesi. E coinvolgendo il periodo che va dall’inizio dell’anno all’estate, capita che sono, in maniera del tutto prevedibile, senza nuovi clienti.

Questo è il momento in cui mi trovo neo-marito, ad essere totalmente disoccupato, e senza nemmeno diritto alla NASPI, perché tecnicamente ho una partita IVA, e l’ultima fattura l’ho staccata da meno di un anno. Ecco, quindi, che inizia la disperata ricerca di qualcosa, un qualcosa che ci permetta di vivere senza dover dipendere dai nostri genitori. E così cerco clienti, ma invio anche curriculum. Perché ormai sono laureato, peraltro in International Management, che fa figo solo a dirlo.

Non farò fatica a trovare lavoro, giusto?

Sbagliato, in effetti. Mi rendo presto conto di quanto le offerte per posizioni compatibili con il mio profilo siano in numero irrilevante, spesso richiedano molta più esperienza di quanta non ne abbia, e comunque non siano mai calzate in modo ideale.

Poi eccola, l’offerta perfetta. Mi candido. Nel giro di pochi giorni faccio il colloquio. Vengo inserito subito in azienda.

I titolari mi portano in giro dai clienti, mi fanno partecipare a progetti. Sembra un sogno che si realizza. Solo dopo qualche mese, il sogno inizia ad incrinarsi. L’azienda inizia a chiedere sempre di più degli straordinari, senza pagarli. Le trasferte sono lunghe ed estenuanti. Tutta la gestione dell’azienda è in stato di emergenza costante, e non c’è nessun responsabile che si assuma alcun tipo di responsabilità. Nel giro di poche settimane passo da entusiasta, a sono alla ricerca passiva di un lavoro, a sono in ricerca attiva di lavoro, a devo scappare da qui il prima possibile.

Nel frattempo continuo a formarmi, e mi iscrivo al corso che nel giro di un paio d’anni mi avrebbe cambiato la vita, facendomi definitivamente appassionare al mondo della Comunicazione e del Problem Solving.

Alla fine trovo un’azienda alternativa, e do le dimissioni. Esco male dall’azienda, brucio dei ponti, ma tutto sommato non mi disturba più di tanto. Nella nuova azienda ho un ruolo di Responsabile Marketing. Sembra figo, ma dopo pochi mesi capisco che quel ruolo di Responsabile si può tradurre in scaricabarile. Scopro che l’azienda è in rosso da anni, e non ha intenzione di investire due centesimi in marketing oltre al mio stipendio. Mi trovo a subire la responsabilità di un processo di marketing che non funziona, senza poter far nulla per cambiarlo. Il tutto, condito da un consulente fiscale truffatore/tuttologo, che oltre a dirmi come devo fare il mio lavoro, sta spingendo sempre di più l’azienda nel baratro.

Io, naturalmente, non me ne sto fermo, e cerco nuove opportunità. Quando il contratto con l’azienda si chiude senza essere rinnovato, mando a quel paese tutti, e riapro partita IVA.

Potrei dire di essere stato sfortunato, di aver trovato solo le aziende sbagliate con cui collaborare, e probabilmente avrei ragione. In realtà, queste esperienze mi hanno permesso di capire che io, come dipendente, non funziono.

La parola stessa dipendente non funziona per me. Se io dipendo da qualcuno, devo subire il bello e il cattivo tempo. Può capitarmi l’azienda dei balocchi, ma anche il mio peggior incubo. Se iniziassi a pensare a me stesso come dipendente, perderei tutto ciò che mi appassiona del mio lavoro: la spinta creativa, la curiosità, la crescita; il tutto per limitarmi a dipendere dalle decisioni da qualcun altro. Diventerei non diverso dai robot che molto presto, dicono, ruberanno il lavoro a tutti noi.

Ecco perché scelgo di essere collaboratore. La partita IVA, in effetti, è un fattore incidentale: non rinuncerei a un bel contratto a tempo indeterminato, se l’azienda fosse disposta a negoziare con me le giuste condizioni. Scelgo di collaborare, perché rispetto ai miei clienti sono uno che collabora, non dipende. Sono uno che aiuta a raggiungere risultati, non un ingranaggio da oliare e far girare alla più alta velocità possibile.

Insomma, dicono che noi Millennials siamo dei precari cronici, gente che non è capace di trovare un lavoro e di tenerselo. Io, qui, parlo per me, ma dico che per un po’ di soddisfazione, un po’ di tempo di qualità con mia figlia e mia moglie, e un po’ di sana felicità, di quel ruolo da dipendente faccio volentieri a meno, e lo lascio alle generazioni passate, perché chissà se quelle future lo vorranno ancora.

Il treno delle 5:37 per Roma

Non mi piace dormire fuori casa, la notte.

Tutte le sere, mia figlia si addormenta con me, ed è una cosa a cui tengo molto. Me la sto godendo davvero. Ne ho parlato con mia moglie, e per il prossimo periodo cercherò il più possibile di evitare trasferte di più di un giorno nel lavoro.

Il che significa che, in generale, preferisco lavorare con clienti più vicini. Poi però ti capita quel progetto, quello bello davvero, a Roma, e che paga il giusto. Quel progetto a cui non vuoi rinunciare. E allora lo prendi.

Parte della negoziazione progettuale ha riguardato gli orari. La giornata per me in azienda inizia alle 10, significa che ho tutto il tempo di arrivare, se prendo il treno delle 5:37 da Mestre.

Il treno delle 5:37.

Per prendere il treno delle 5:37 dalla stazione devo prendere l’autobus delle 4:50 da casa. Quello dopo è alle 5:20, e arriverebbe in stazione alle 5:34, in teoria. Il margine è troppo poco, devo muovermi con mezz’ora di anticipo.

La mia sveglia, quando vado a Roma, è alle 4.

La sveglia delle 4 ti proietta in un mondo onirico, in cui non sei sicuro se dormi o sei sveglio. Se esisti o meno. Le 4 è, potenzialmente, l’ora in cui andrei a letto se seguissi davvero il mio ritmo circadiano.

Quando devo svegliarmi alle 4 dormo in un’altra stanza. Un materasso appoggiato sul pavimento, e con delle coperte sopra. Quando mi alzo, sono tutto indolenzito, ammaccato, quasi come se avessi dormito direttamente sul pavimento in gres porcellanato. La moka l’ho messa su la sera prima, perché con la sveglia alle 4 mi manca la coordinazione occhio-mano necessaria per prepararla. Con gesti lenti e assonnati mi preparo. Mia moglie, nel frattempo, si sveglia, mi augura buon viaggio, poi torna a letto.

L’autobus delle 4:50 è pieno. È la prima corsa della giornata, riempita dal popolo della notte. Ormai, tra di loro si conoscono, chiacchierano sommessamente in piccoli gruppi. Per loro io sono un estraneo, un alieno. L’ambiente è riscaldato, e ci protegge dalla nebbia che ci assedia, così spessa che puoi vedere anche le singole goccioline in sospensione nell’aria.

Arrivo in stazione, e il treno è già lì ad aspettarmi. Faccio per salire, ma lo stanno ancora pulendo. Aspetto sulla banchina, infreddolito ma neanche tanto. A un certo punto le porte si aprono, e salgo. Ci sono solo io nell’intero vagone, il numero 5. Trovo il mio posto, finestrino, e mi siedo dopo aver messo lo zaino nella rastrelliera. La luce del treno è troppo intensa per essere reale alle cinque e mezza di mattina, quindi chiudo gli occhi.

Ricevo un messaggio da mia moglie, non riesce a dormire perché la piccola ha il sonno agitato. Mi chiede se le tengo un po’ compagnia. Inizio a scriverle, e a un certo punto, non so bene come, iniziamo a parlare di Alpaca. Progettiamo di aprire un allevamento di Alpaca nel nostro giardino di casa. Pochi euro per abbracciare un Alpaca. Magliette e cappellini con scritto Alpaca is Love Alpaca is Life. Un business da paura, nel giro di pochi mesi diventiamo milionari.

A un certo punto lei si riaddormenta, e anche io. Passano le stazioni, e il treno si riempie sempre di più. Quando arriviamo a Roma c’è gente che se ne sta in piedi nello spazio tra gli scompartimenti.

Il treno delle 5.37 è la parte che mi piace di meno del lavoro con il mio cliente di Roma. Ma in effetti, è un’esperienza interessante.

Scelte che ti cambiano

Scrivere è un po’ come andare in bicicletta: anche dopo uno stacco di un po’, ricominciare non è faticoso. Soprattutto se, come il sottoscritto, non hai mai davvero smesso.

Questo articolo, per me, è un po’ un punto di svolta, una ripartenza. In questi ultimi mesi la mia vita è cambiata drasticamente sotto molti punti di vista, e questo nuovo sito è solo il più superficiale. A proposito, ti piace? Fammelo sapere in un commento! 🙂

Il vero cambiamento della mia vita è stato l’arrivo di mia figlia. Una novità assolutamente attesa, almeno per i nove mesi precedenti, ma devo ammettere che se anche in teoria me lo aspettavo, non ero del tutto pronto all’impatto che questo ha avuto sulla mia vita.

Quello che ha davvero fatto la differenza, però, è la scelta che ho fatto, per gestire meglio questo cambiamento: smettere di lavorare per un paio di mesi, per dedicarmi al 100% a mia figlia e a mia moglie.

Una scelta per nulla scontata, in effetti. Sia io che mia moglie, infatti, siamo liberi professionisti, e non abbiamo un vero e proprio ammortizzatore sociale. Conosco moltissime persone che pur avendo, in teoria, le stesse possibilità, hanno scelto diversamente, guidate dall’ansia di non riuscire a pagare le bollette il mese successivo. E come dar loro torto? Questo è il bello e il brutto dell’essere imprenditori di sé stessi: possiamo gestire il nostro tempo come vogliamo, ma contemporaneamente abbiamo sempre l’ansia di non star facendo abbastanza.

La mia scelta è stata quella di chiudere i progetti a novembre, rimandare a gennaio/febbraio quelli in partenza, e soprattutto, riposizionarmi leggermente nel mio mercato di riferimento. Ebbene, questo sforzo di riposizionamento è culminato, tra le altre cose, nella creazione del sito che stai navigando proprio ora, ma anche in una nuova definizione di strategia commerciale.

La mia scelta è stata quella, per quest’anno, di lavorare di meno e guadagnare di più, sacrificando tutta una serie di progetti interessanti, ma a basso valore aggiunto. Proprio un paio di settimane fa mi trovavo in una sala riunioni a discutere un progetto davvero stimolante, con una ricaduta sociale importante, che mi sono trovato a rifiutare, banalmente perché pagava poco, e di interesse non strategico. Non è che non creda nella loro mission, o che il progetto non mi piaccia. Semplicemente, in questo momento le mie priorità sono altre.

Ebbene, mia figlia e mia moglie sono diventate una priorità, ancor più di prima.

Chiacchieravo con un altro consulente, un po’ di tempo fa, che a un certo punto mi ha detto “Vorrei aver potuto fare la stessa scelta, quando è nato il mio primo figlio“. Non ho saputo come rispondere. Forse le circostanze non glielo permettevano, o forse non ha avuto il coraggio di farlo. Però si è pentito di non averlo fatto.

Io, invece, a posteriori sono soddisfatto. I nuovi progetti su cui sto lavorando sono davvero stimolanti. Ho moltissimo tempo da dedicare a mia figlia. E a posteriori, posso dire di aver fatto la scelta giusta: nel primo mese dopo il parto, mia moglie ne ha subito in modo importante i postumi, rimanendo praticamente bloccata a letto per tutto il tempo, incapace di camminare, o anche solo di sedersi, se non per brevi periodi. Il fatto che fossi a casa con lei ha permesso a me di aiutarla, e a lei di riprendersi.

Nostra figlia sta bene, sembra felice. Da un po’, ormai, ha iniziato a sorridere e comunicare, a suo modo, riconoscendoci per chi siamo. Oggi è un essere capace solo di amare, e io sono felice di condividere questo aspetto della mia vita da consulente. Sono un bugiardo, e un pigro, ma almeno sono felice.

L’insostenibile leggerezza dell’essere Incinto

In questi giorni ho smesso di lavorare. Ho smesso di pubblicare su LinkedIn. Ho smesso di fare telefonate, prendere appuntamenti, e lavorare ai progetti. Vivo in stato di animazione sospesa.

Oggi mentre scrivo il post (ieri per te che leggi) è la data presunta in cui dovrebbe nascere  mia figlia. E io sono qui, seduto al computer, che non so che fare, e quindi scrivo. Non sapevo se questa settimana sarebbe uscito un mio post. Di sicuro so che questo articolo non verrà condiviso su LinkedIn, come faccio sempre. So che resterà qui, magari letto di sfuggita, o ignorato dai più. In questo momento, sento più che altro la voglia di dar voce ai miei pensieri. Non importa che qualcuno legga, ma se lo stai facendo, grazie per dedicare questi minuti ai pensieri sconnessi di un quasi-papà.

La gravidanza è una cosa strana. Per me è stato un momento in cui ho scoperto che il papà è contemporaneamente totalmente inutile, ma incredibilmente essenziale. Diciamoci la verità: viviamo in una società di stampo maschilista, o patriarcale, se preferisci, ma la verità è che chi ha il coltello dalla parte del manico è la popolazione femminile. Le vere responsabili della sopravvivenza della razza umana sono le donne. L’uomo in questi nove mesi è un surplus. Un po’ come se il resto della nostra società, quella in cui l’uomo è virile e necessario, sia una sorta di compensazione per quanto inutili siamo in quei nove mesi.

E io ho sempre fatto di tutto per esserci, per svolgere attivamente il mio ruolo di incinto. Ho fatto i massaggi ad Alice, mia moglie, quando aveva mal di schiena. Ho partecipato, quando potevo, ai corsi preparto. Mi sono preso giorni dal lavoro, per essere presente. Le ho fatto regali e sorprese. Ho letto libri sui figli, e sulla gravidanza. E alla fine, Alice ieri sera mi ha dato il colpo di grazia.

Mi fai molta tenerezza“, mi ha detto. “Ti ho visto lì, da solo, al computer, e mi sono sentita di dover fare qualcosa per te“.

Se avessi avuto delle tracce di machismo prima di quel momento, mia moglie le avrebbe massacrate così, passandoci sopra con la delicatezza di uno schiacciasassi su un pavimento di uova.

Ma non è solo questo. I libri fanno il loro. Ci sono un milione di libri che spiegano alla donna cosa sono la gravidanza, e il parto. Come funziona l’allattamento, e perché preferire quello al seno. Come si crescono i figli. Come si crea una casa Montessori. Tutti questi libri hanno la donna come interlocutore, al limite qualcuno ha qualche capitolo dedicato ai papà. Ho trovato solo un libro dedicato solo ed esclusivamente ai papà, che però è più che altro un racconto umoristico di quello che mi aspetta.

Il che a me fa un po’ ridere. Si parla tanto di sessismo, oggi, quando effettivamente è la società stessa che da una parte relega insieme i ruoli di donna e madre, dall’altra parte sembra escludere che un uomo possa essere anche papà. E sì, confesso che un po’ ci soffro per questa cosa, perché io davvero ci tengo ad essere un buon padre per mia figlia.

E insomma, oggi sono qua, che scrivo, e conto i giorni, le ore. Non posso fare nulla, se non esserci. Alice mi dice che è tutto quello di cui ha bisogno, ma io vorrei fare di più, anche se non so cosa. Mi sento come quando all’università hai già dato l’esame, e prima dell’inizio del prossimo trimestre non puoi fare nulla, se non aspettare, e sperare che sia andato tutto bene. Però sono ormai 9 mesi che questa sessione deve finire. So che i voti sarebbero arrivati in questo periodo, forse un po’ prima, forse un po’ dopo. Ora stiamo scivolando nell’un po’ dopo. E io sono fermo, carico come una molla.

E aspetto.