Esperimenti sociali

Mi piace molto LinkedIn.

Non perché è un social professionale, o perché mi aiuta a trovare nuovi clienti (sì, beh, un po’ anche per questo). Non perché è meno generalista di facebook, e le persone in generale si tengono su un livello più alto.

Mi piace perché è un coacervo di torbida ipocrisia.

Non solo di persone che millantano competenze che non hanno o che portano il concetto di abbellimento alla sua massima espressione artistica. Anche di altri che si danno una patina di professionalità, salvo poi sparare a zero su chiunque la pensi in modo vagamente diverso da loro.

Ma nessuno offende apertamente nessuno, gli insulti sono tutti velati e sottili, incredibilmente professionali. Per questo lo adoro.

Non è vero sempre, naturalmente. Ci sono una quantità di persone, nella mia rete, con cui ho quotidianamente scambi utili ed interessanti. Con cui sviluppo opportunità di business. Ciò di cui mi sono reso conto, però, è che quando un mio post iniziava a superare la mia rete ristretta, a prescindere da quanto ragionevole o ben argomentato fosse, iniziavo a ricevere commenti di persone che non erano d’accordo con me (e per fortuna che è così, visto che il dissenso è il germe della crescita), dapprima ragionevoli e ben argomentati, poi sempre più superficiali, fino a scadere nell’insulto diretto.

Insomma, a prescindere dal contenuto, tanto più un mio post diventa popolare, quanto più si abbassa il livello. Ed è da questa intuizione che ho iniziato a fare alcuni esperimenti.

Qualche mese fa, ad esempio, scrissi un post che nelle prime tre righe conteneva tutti quegli attributi che l’avrebbero reso virale su facebook: una sparata sulle vaccinazioni dei propri figli, con rimandi complottisti alle big pharma. Leggendo l’intero post, però, spiegavo con chiarezza come quello fosse un esperimento, per vedere quante persone commentassero dopo aver effettivamente letto e compreso il contenuto nella sua interezza. Ciò che non mi aspettavo era che quello sarebbe diventato il mio post più visualizzato di sempre, fino a quel momento, e che la stragrande maggioranza delle interazioni sarebbe, appunto, stata proprio da persone che non avevano letto, né compreso.

Verrebbe da dire che ho perso la mia fiducia nell’umanità, ma la verità è che non è che ne avessi granché.

Iniziai a diventare sempre più provocante nei miei post. Mi sono reso conto, nel tempo, che questo è un modo per scremare molto efficacemente le persone, tra quelle che effettivamente leggono, e si sforzano di capire, e chi invece si fa trascinare dall’emotività dell’istante. Con le prime, ho scoperto, lavoro volentieri, mentre con le seconde la strada è tutta in salita. Alla fine, la provocazione è diventata un po’ il mio tratto distintivo, ma anche una scusa per costruire relazioni di business davvero interessanti.

Da bugiardo quale sono, questa torbida ipocrisia mi diverte, e mi fa sentire a casa. Alla fine, questi strumenti sono un enorme megafono, ci sono persone che li usano con cognizione di causa, altre solo per urlare la loro stupidità al mondo.

Il Cinismo del Consulente

Chiedersi se venga prima l’uovo o la gallina è una di quelle domande oziose, un po’ come decidere se ero prima un cinico, e per questo ho scelto il lavoro da consulente, oppure è questo lavoro che mi ha fatto diventare un cinico.

E in effetti, non è nemmeno particolarmente importante: il punto è che sono un cinico, e questo è incredibilmente utile. Ad esempio, ho aspettative molto basse nei confronti dei miei clienti, o degli altri professionisti con cui collaboro, e quindi non mi stupisco particolarmente quando qualcuno a cui ho mandato un preventivo sparisce senza farsi più sentire, invece che rispondermi con un cordiale grazie ma no grazie, né resto colpito quando mi scontro con la scarsa professionalità delle persone.

Ad esempio, giusto un paio di settimane fa, avevo organizzato un incontro con un procacciatore d’affari, un ragazzo con una decina d’anni meno di me, con cui ci eravamo sentiti al telefono, e che si era dimostrato interessato a collaborare. Ebbene, giunto il giorno del nostro appuntamento, non si è presentato, anzi, quando gli ho chiesto via LinkedIn dove fosse mi sono ritrovato bloccato. Beh, sarebbe stato facile usare questo episodio come acchiappalike facile parlando di quanto siano inaffidabili i ggiovani, che poi credo sia un indice di invecchiamento precoce, già solo a pensarlo e raccontarlo qui mi sono spuntati dei capelli bianchi.

Ma la verità è che non mi interessa. Succede. Anzi, mi considero fortunato, perché con questa persona ho schivato una pallottola.

Eppure in casi come questo, è facile fare i moralizzatori. Dire che non avrebbe dovuto bloccarmi, o che quelli della sua età son tutti così, e che poveri i clienti con cui lavora. Quando, a pensarci bene, tutte queste cose non sono altro che dettagli irrilevanti. Il motivo per cui si è comportato in questo modo non mi interessa, così come non mi interessa negli svariati casi analoghi che mi si sono presentati davanti. Il comportamento, infatti, è comunicazione, e mi sembra che la sua comunicazione nei miei confronti sia stata estremamente chiara.

Per lo stesso motivo mi viene da sorridere leggendo tutti quei post di persone che si lamentano del recruiter di turno che li ignora dopo aver promesso un ricontatto. Non è, forse, un silenzio estremamente carico di significato? Possiamo considerarlo poco educato, forse, o può non farci piacere il significato che ci viene trasmesso, ma la comunicazione è lì, ed è piuttosto evidente.

E perché, d’altra parte, aspettarci l’educazione dal prossimo? Basta aver preso almeno una volta la A4 nel tranno Milano-Venezia all’ora di punta, o il Grande Raccordo Anulare a Roma per rendersi conto che l’educazione appartiene a una ristretta minoranza di persone. Il problema, insomma, non è la mancanza di educazione diffusa, ma la nostra aspettativa nei confronti degli altri.

Ed è qui che sta il mio cinismo. Mi occupo di problemi, e quindi dovrei sapere anche come risolverli, giusto? Vero, ma ci sono essenzialmente due requisiti essenziali per chi fa un lavoro come il mio, due condizioni che devono verificarsi entrambe, perché io mi possa muovere.

  • Il mio interlocutore deve essere consapevole di avere un problema da risolvere, e deve volerlo risolvere
  • devo essere pagato per farlo.

La prima è, in effetti, abbastanza evidente. Chi sono io per decidere che qualcuno ha un problema? Riguardo alla seconda posso solo dire che siamo in un mondo capitalista, e io devo mangiare.

Insomma, cos’è un cinico se non una persona che vede una quantità di problemi che potrebbe essere in grado di risolvere, ma non vuole farlo? Anche se tutto sommato, quelli non sono miei problemi, e come spesso mi capita di dire, un consiglio non richiesto, o un intervento fuori luogo sono atti di vera e propria violenza.

Forse sono una brutta persona, o forse no. Non ho ancora deciso, e tutto sommato non mi interessa.

Di progetti strambi e altre amenità

Sono una persona piuttosto umorale e incostante, e sono sinceramente convinto che questa sia una fortuna.

Intendo dire che la maggior parte del tempo cerco la gratificazione immediata. E poi, che la ottenga o meno, tendo ad annoiarmi molto in fretta. Questo è uno dei limiti delle persone curiose e creative, penso. Perché una cosa superi la prima soglia della noia deve essere realmente interessante, o figa. E devo trovare il modo di incastrarla nella mia quotidianità in modo che funzioni. Non è scontato.

Penso sia uno dei motivi principali per cui ho abbandonato la scrittura, diverse volte, salvo poi tornarci come da un’amante che semplicemente non si riesce a lasciar andare. Sono molti anni che ho amato scrivere, ma solo relativamente di recente sono riuscito a renderla una pratica più o meno quotidiana.

Credo sia più o meno la stessa fine che ha fatto il mio canale Telegram. Mi ci sono messo, l’ho usato con entusiasmo per qualche settimana, e ora è lì, in stato vegetativo, in attesa che qualcuno gli stacchi definitivamente la spina, oppure lo rianimi.

Questo è un copione relativamente frequente nella mia vita. Pur non essendo uno sportivo, ad esempio, ho praticato davvero tanti sport individuali, dalla scherma, alla vela, all’arrampicata sportiva, ma solo quando mi sono avvicinato alle arti marziali ho capito che avevo trovato il mio sport. Qual è la differenza tra questo e gli altri? Sinceramente non ne sono sicuro.

C’è, però, un‘eccezione importante a questo copione: ci sono dei progetti che un giorno si svegliano nella mia testa, e lascio lì, in alcuni casi magari per anni, a decantare. Lo sto facendo con la scrittura, ad esempio. La verità è che questo stile tra il professionale e l’autobiografico non mi appartiene, mentre da sempre sogno la narrativa. E se nel corso degli anni ho fatto alcuni tentativi di iniziare una storia, che si sono rivelati fallimentari, il desiderio dentro di me rimane, ed è sempre forte. E credo anche di aver trovato un modo per metterlo in pratica nel prossimo futuro.

Sullo stesso filo conduttore c’è l’allevamento di Alpaca. Perché un allenamento di Alpaca, ci si può chiedere? Beh, basta guardarlo, e si capisce subito: gli Alpaca sono animali bellissimi, e io, sinceramente, pagherei per abbracciarne uno. Un business milionario.

Poi però ci sono alcuni progetti che sono così fuori di testa da lasciare scettico anche me. Eppure ci lavoro, vuoi perché dopo oltre un anno di Storie di Ordinario Insuccesso l’ipotesi di un fallimento non mi sembra così terribile, vuoi perché rientrano in quella logica di idee che per alcuni anni hanno macinato nell’anticamera della mia mente, aspettando solo il momento giusto di essere partoriti. Per la cronaca, il progetto in questione ha a che fare con il mondo dei Sex Toys, e per me è una figata pazzesca, oltre che essere una fonte di divertimento assicurata. E pare che lì fuori ci siano persone pazze come me che hanno deciso di seguirmi in quest’avventura.

Insomma, abbiate pazienza con me. Sono una persona incostante, ma poi ci sono quelle cose, poche, che mi si appiccicano addosso, e scelgono di restare.

I Superpoteri inutili

Da ormai molti anni sono appassionato di manga giapponesi. Li preferisco notevolmente ai comics americani, forse perché in essi vedo un modo di pensare e una cultura più vicina ai valori che sento miei, ma non è questo il punto. Uno dei topos principali di tutti gli stili fumettistici è l’esistenza del superpotere. Insomma, vuoi perché ci si nasce, si mangia un frutto del diavolo, o si viene punti da un ragno radioattivo, il protagonista della storia si trova a possedere dei poteri fuori dal comune.

E se è vero che da un grande potere derivano grandi responsabilità, il protagonista in questione si imbarca per il suo viaggio dell’Eroe, sconfiggendo le proprie debolezze, oltre che i nemici sempre più forti che il narratore gli mette davanti, con l’obiettivo di salvare il mondo, diventare Hokage, o quello che è.

Mi sono sempre pigramente chiesto che cosa farei se avessi dei superpoteri, come quelli dei Manga. Mi piace pensare che li userei il mondo, ma molto probabilmente sarei più come Saiki Kusuo: farei tutto il possibile per passare una vita tranquilla, senza farmi stressare da nessuno. Poi, pensandoci meglio, mi sono reso conto che anche io ho dei superpoteri: ci sono delle cose che so fare soltanto io, e probabilmente poche altre persone al mondo. Eppure sono perfettamente inutili, un po’ come il potere di vedere solo attraverso le foglie d’acero, oppure di usare la telepatia con gli scarabei stercorari.

Ma mi sono reso conto che molti di questi superpoteri inutili li uso costantemente nel mio lavoro. Ecco quindi una raccolta semiseria di tratti inutili che mi contraddistinguono. Vedi mai che scopra che lì fuori ci sono persone strambe come me, o che magari anche tu, leggendo, hai altri tratti totalmente inutili, ma che tu in qualche modo riesci a valorizzare.

Il mio punto cieco è dove guardo

Da qualche anno, ormai, ho manifestato una condizione genetica nota come cheratocono corneale. In buona sostanza, le mie cornee con il passare del tempo, assumono una forma strana, e io perdo progressivamente la vista. Nel mio caso (ma è la normalità) essa si manifesta sul mio fuoco: significa che se guardo qualcosa, la mia capacità di vederla peggiore drasticamente.

Dopo alcuni anni, mi sono reso conto che questo mi rendeva molto più attento a notare dettagli ai margini del mio campo visivo. Insomma, se sto guardando qualcuno, riesco a notare l’espressione stranita o felice di chi mi sta di fianco. Insomma, il mio punto cieco non è dietro di me, è davanti!

Quando uso questo superpotere? Soprattutto quando lavoro come docente in aula: se sto spiegando qualcosa a qualcuno, riesco sempre a cogliere le reazioni del resto dell’aula.

Penso troppo veloce

Uno dei miei primi ricordi, quando ripenso a mia madre, è una sensazione della differenza di velocità tra lei e mio padre, o chiunque altro, nel parlare. Non so se sia mia madre che mi ha influenzato in questa direzione, o la mia sia una dote naturale, ma mi rendo conto che il mio cervello è costantemente su di giri. Ad esempio, non sono capace a leggere a voce alta, perché la mia velocità di lettura a voce è infinitamente più lenta di quella a mente.

Il che spesso è un problema, perché quando parlo accelero senza accorgermene. A un certo punto mi ritrovo che sto andando ad una velocità per me confortevole, e il mio interlocutore sta boccheggiando per venirmi dietro. Insomma, quando parlo con altre persone, la mia è una vita con il freno a mano tirato.

Quando uso questo superpotere? Questa capacità mi è particolarmente utile nel corso di consulenza e coaching. Se in questi contesti mi risulta più facile sintonizzarmi con la velocità del mio interlocutore, la mia velocità di pensiero mi aiuta a vedere tutta una serie di possibili scenari da percorrere, per aiutare il mio cliente al meglio.

So non pensare a qualcosa

Questo è divertente, e doloroso allo stesso tempo. Divertente perché teoricamente è impossibile: pensare di non pensare a qualcosa è di per sé pensare a quella cosa (e infatti ci riesco usando un trucchetto mentale). Doloroso perché ha a che fare con un periodo della mia vita particolarmente difficile, in cui sono stato travolto dalla negatività, per uscire dalla quale ho sviluppato questo talento.

L’idea è una sorta di tecnica di visualizzazione. Immagina di vivere da molti anni in una casa caratterizzata da un lungo corridoio, su cui danno le varie stanze della casa. Immagina che sul lato destro del corridoio ci siano nell’ordine un bagno, uno studio, e una camera. Ora, se ho bisogno di arrivare alla camera finale, non ho bisogno di entrare nelle due porte precedenti. Potrei al limite gettare un’occhiata distratta alla porta, ma se volessi evitare anche solo di notare la porta dello studio, potrei semplicemente guardare a sinistra non appena noto la porta del bagno.

La mia mente funziona più o meno così: un grande labirinto pieno di porte, su cui ho un certo controllo a livello spaziale. Significa che se voglio evitare un pensiero mi è sufficiente percorrere una strada diversa, oppure focalizzarmi su altro, per evitare un pensiero specifico. All’atto pratico, se volessi evitare di pensare, ad esempio, a un elefante rosa, costruirei l’immagine di un ippopotamo blu, e qualora mi rendessi conto di avvicinarmi alla combinazione animale+colore focalizzerei sull’ippopotamo blu, per poi deviare verso altri pensieri.

Quando uso questo superpotere? Questa strategia mi è stata particolarmente utile in passato per superare momenti difficili, ma ancora oggi la uso per evitare distrazioni specifiche, o focalizzarmi su qualcosa. Questa tecnica di visualizzazione ha anche a che fare con il mio stile di meditazione.

Vivo nel Presente

Un altro degli effetti collaterali del praticare meditazione da molti anni, e dell’essere morto una volta, è che vivo nel presente. Bella prova, direte voi, lo facciamo tutti. Eppure, per la maggior parte del tempo siamo proiettati verso il passato, o verso il futuro, e le nostre emozioni positive e negative le viviamo in funzioni di questo, non del presente.

Il che, in effetti, è un po’ strano, spesso. Capita soprattutto con mia moglie, che di tanto in tanto mi chiede che cosa mi aspetti da qualcosa, o se non sono preoccupato. E sembra prendersela sul personale quando le rispondo che di solito non mi aspetto nulla, né vivo emozioni negative rispetto ad un futuro ipotetico.

Quando uso questo superpotere? In effetti, lo faccio costantemente, ma mi è particolarmente utile quando mi trovo in situazioni dal carico emotivo molto forte, per poterle gestire in modo lucido.

Ho un’incredibile resistenza al dolore

Da quando ho ricordo ho sempre sofferto di mal di testa, delle forme emicraniche incredibilmente intense, e abbastanza regolari, tanto da essere catalogabili come dolore cronico. Da ormai molti anni convivo serenamente con questa condizione, che spingendomi su soglie di dolore fisico tali da portarmi allo svenimento, mi hanno di fatto reso pressoché immune ai dolori lievi.

Ad esempio, pur lussandomi spesso una spalla, riesco sempre a rimetterla in sede in autonomia, e senza particolari danni collaterali. Allo stesso modo, piccoli infortuni o interventi non mi creano particolare difficoltà. Che non significa che non senta il dolore, ma lo tollero incredibilmente bene.

Quando uso questo superpotere? Lo uso tutte le volte che provo del dolore fisico, in effetti, ma mi aiuta a vivere con ansia anche le piccole esperienze che contengono dolore, come le banali donazioni di sangue. Ho anche aiutato mia moglie a superare la sua ansia da parto, con una frase che per tempistica ed effetti è stata molto efficace con lei: “alla fine è solo dolore!



Preoccupazioni per il Futuro

Una volta sono quasi morto, e da quel momento ho smesso di preoccuparmi per il futuro.

No, non è un’iperbole, è successo realmente. La storia l’ho anche già raccontata in un paio di occasioni: ero in automobile, ma non alla guida. Guidava mia madre, in montagna, e a un tratto le rimase incastrato il piede sopra l’acceleratore, e sotto il freno (non usò mai più quelle scarpe per guidare). Andò completamente nel panico, e non riuscendo a frenare tentò un sorpasso, proprio mentre arrivava un’auto nella direzione opposta.

Quello fu uno dei momenti chiave della mia esistenza, uno per cui non so se ringraziare mia madre, oppure odiarla. Spesso si parla della sensazione di vedere la propria vita che scorre davanti agli occhi, e posso confermare che non si tratta di una metafora: per me accadde. Ricordo che nella mia spensieratezza da quattordicenne quale ero, nel giro di forse un paio di secondi rividi moltissime cose, alcune delle quali pensavo di aver dimenticato. In quei due secondi feci a pace con i miei rimpianti: accettai che sarei morto, che mi sarebbe piaciuto vivere di più, ma che non sarebbe stato possibile.

Ero pronto.

Naturalmente, se sono qui a raccontarlo sono sicuro che tu possa intuire com’è andata a finire: le due automobili, per fortuna, riuscirono a scostarsi, anche se toccammo entrambi gli specchietti, e uno si ruppe. Subito dopo, in qualche modo riuscimmo a tenere la curva stretta. Poi mia mamma liberò il piede, rallentò e si fermò a lato della strada. Avevamo entrambi il fiatone.

Ci avrei messo qualche anno a rendermene conto, ma da quel momento smisi del tutto di aver paura della morte. Fu anche l’inizio di un lungo percorso spirituale, che attraverso la pratica della meditazione mi portò ad abituarmi a vivere nel qui ed ora, di cui tanto si parla ai corsi di mindfulness. Per lo stesso motivo, mi avvicinò alla disciplina del Tai Chi, e forse anche allo studio della comunicazione.

Insomma, tutto questo preambolo per dire che non sono uno che si preoccupa. Vivo il presente, e lo vivo così com’è. Non sto male per le cose che non posso cambiare, ma scelgo di dirigere le mie intenzioni solo su ciò che so di poter influenzare. Mi considero una persona felice.

Quando è nata mia figlia, questo non è cambiato. Io sono sempre io, anzi, molte di queste cose mi piacerebbe sapergliele trasmettere, anche senza che abbia bisogno di attraversare un’esperienza di quasi-morte. Ora, però, il mio occhio è molto più proiettato verso il futuro. Penso a lei, e a ciò che posso fare per aiutarla ad essere la donna che potrebbe essere. Confesso, però, che vivo un senso di inquietudine per il mondo che le sto lasciando. Un mondo in cui la mia generazione non è stata in grado di risolvere i problemi lasciati in piedi da quelle precedenti, anzi, se possibile ne ha aggiunti di nuovi. Non ci sto male, nel senso che so di non poterci fare nulla, ma d’altra parte, non preoccuparmi per il futuro non significa ignorarlo.

Insomma, ad oggi la mia missione è quella di dare a mia figlia gli strumenti migliori per affrontare questo mondo. E perché no, magari cercare di fare qualcosa per lasciarlo un filo più in ordine di quanto l’abbia trovato.

E così sono diventato un provocatore

In effetti, chi mi conosceva solo un paio d’anni fa non l’avrebbe mai detto. Sono sempre stato una persona morbida, cedevole. Uno che evitava a tutti i costi il conflitto, e mai più avrebbe pensato di crearlo.

Ok, ho corso troppo, lasciami raccontare questa storia. Desidero raccontarla perché ho conosciuto tante, troppe persone lì fuori che sono come ero io solo qualche anno fa: in buona sostanza, in caso di avversità calavo le braghe, mi mettevo a novanta, e speravo che fosse tutto il meno doloroso possibile.

Non è che non sapessi dire i miei no. Evitavo come la peste il conflitto, ma non perché ne avessi paura. Le mie emozioni erano altre, ma la sostanza era la stessa: se mi trovavo in una prova di forza con qualcuno, che poteva essere un capo, un cliente, ma anche solo un parente, cedevo. Accontentavo. Mi sacrificavo pur di accondiscendere alla richiesta.

Che non sia un atteggiamento sano siamo tutti d’accordo. D’altra parte, ero anche diventato abbastanza bravo dallo svicolare dalle situazioni sgradite. Nel complesso, non me la passavo male. Devo dire che questo mi ha aiutato a sviluppare uno dei miei superpoteri inutili: ho sempre almeno un paio di vie d’uscita dalle situazioni spinose, dai problemi, dalle complicazioni in generale, e questo in generale mi aiuta ad essere più efficace nel mio lavoro.

Mi sono reso conto che era un limite che avevo bisogno di superare quando ho iniziato a gestire, come docente, delle classi in cui tutti io ero il più giovane. Dal punto di vista comunicativo, quella che assumevo viene chiamata comunicazione one-down. contrapposta alla comunicazione one-up di chi, viceversa, è assertivo, non cede sulle proprie posizioni, alza il tiro.

Quando un one-down e un one-up si incontrano la comunicazione viene detta complementare: il one-up dirige, e il one-down cede, e quindi nessun conflitto. Ok, è un filo più complesso di così, ma questa non è una lezione, dopotutto. Quando due one-up si incontrano nasce quella che viene chiamata una escalation simmetrica: a meno che uno dei due non ceda, a un certo punto, si arriva al conflitto.

Insomma il fatto che, come docente, mi ponessi one-down rispetto alla mia classe mi faceva perdere ogni forma di autorevolezza. E quando un docente non è autorevole la sua lezione fa schifo, e i partecipanti non imparano nulla.

È così che mi sono reso conto che avevo bisogno di imparare ad essere in modo diverso. Senza rendermene conto mi ero costruito un limite, e dovevo imparare a superarlo. E di nuovo, non che ne avessi paura: la mia era più un’abitudine che altro.

Più o meno in questo modo ho iniziato a provare a pormi in posizione one-up. Ho iniziato ad essere più autorevole come docente, ma mi è anche capitato di mettere al suo posto qualche cliente. In tutti i casi non sarei riuscito ad ottenere lo stesso risultato con una posizione comunicativa one-down.

E allora ho iniziato a sperimentarmi. A sperimentare l’aggressività, il sarcasmo, la provocazione, la menzogna. La nostra società, e la nostra cultura tendono a vedere questi comportamenti come opportunistici, dannosi, ma la verità è che tutto dipende dal motivo per cui vengono usati. Una provocazione, o una menzogna a fin di bene sono davvero dannose? Confesso che la mia preferita è il sarcasmo, che tendo ad usare quando lavoro di persona con alcuni clienti, ma che non posso usare su internet, visto che per essere compreso necessità di essere contestualizzato, anche dal non verbale e paraverbale.

Viceversa, nella mia comunicazione online tendo ad usare molto la provocazione. Si tratta di quella che Watzlawick definirebbe una leva analogica, e quindi ha il potere di muovere dal punto di vista emotivo, ma contemporaneamente è legata ad una posizione comunicativa one-up, più funzionale alla creazione di autorevolezza.

Credevi che fossi per natura un provocatore? Non è vero, o meglio, lo è solo fino a un certo punto. Quella del provocatore è un’immagine che mi sono costruito ad arte, ma questo non la rende meno vera, o autentica, per me. Alla fine, il modo in cui comunichiamo è un po’ come il vestito che portiamo: devo scegliere quello più adatto alla circostanza, ma io resto io.

Un consulente in fascia

Essere un papà consulente è divertente e faticoso allo stesso tempo.

Un paio d’anni fa girava un video di un famoso manager che veniva intervistato in diretta dallo studio di casa sua. Improvvisamente, in webcam comparvero i suoi figli, che richiedevano la sua attenzione. Il video fece il giro del mondo suscitando un po’ l’ilarità, e un po’ l’apprezzamento da parte di tutti. Devo confessare che quando vidi quel video pensai che quello era il tipo di genitore che volevo essere: un genitore che ritaglia il suo lavoro dalla famiglia, e non il contrario.

Avanti veloce di un paio d’anni, e devo dire che sto vivendo quel sogno. C’è da dire che l’immagine che ho di me stesso non è ancora perfettamente sovrapposta a quella di papà, ma del resto mia figlia ancora non sa pronunciare questa parola, quindi ho un po’ di tempo. Ci sto lavorando, però, e sicuramente amo passare moltissimo tempo con lei.

Quando è nata ho scoperto l’esistenza delle fasce porta-bebè. Si tratta di un oggetto abbastanza semplice, concettualmente una sorta di sciarpa lunga alcuni metri, che può essere elastica o rigida, e che può essere avvolta intorno al corpo per creare una sorta di marsupio, per tenere i figli a contatto con la pelle. Si tratta di un modo di portare i neonati che sta diventando abbastanza popolare in occidente, anche se è già abbastanza diffuso sia verso l’estremo oriente che nel continente africano.

Insomma, di tanto in tanto capita di vedere l’occasionale madre che porta il bambino in fascia, invece che nel passeggino. E il bimbo in questione di solito ci sta molto bene, dorme beato con il volto schiacciato sul seno della madre, e i piedi a penzoloni. Si tratta di una vista ancora relativamente rara, quindi è facile che la detta donna attragga gli sguardi incuriositi dei passanti.

Quello che non capita praticamente mai di vedere, invece, è il papà che lo fa. O almeno, a me non è mai capitato, se non guardandomi allo specchio. Non c’è un motivo reale, in effetti, per cui sia la mamma a dover portare i figli in fascia. La ragione per cui accade, è, banalmente, che di solito passa molto più tempo lei con i figli rispetto al papà.

Questo, però, non è vero per la mia famiglia, e per questo motivo spesso sono io a portare mia figlia in fascia. Addirittura si è abituata a starci prima con me che con mia moglie. Questo tipo di ribaltamenti di ruolo è quello che mi fa sperare, in effetti, in una maggiore parità di genere per il futuro, o almeno è in questo senso che stiamo modellando la nostra famiglia. Ma non è di genere che voglio parlare.

Quando esco con mia figlia in fascia, mi diverto ad ascoltare i commenti dei passanti. Mi sento un po’ animale dello zoo in libera uscita. E mentre un bimbo in fascia con la sua mamma scatena reazioni principalmente dal popolo femminile, se quello stesso bimbo sta con il papà diventa una bestia rara e misteriosa. Cattura l’attenzione di bambini e adolescenti. Di uomini e donne in modo indiscriminato. Le persone non si preoccupano di abbassare la voce quando commentano. Una volta ho visto un signore di mezza età indicarmi con gesti ampissimi alla moglie e urlare “Aò, hai visto er pupo?

Mi capita spesso di registrare interviste per il mio podcast, in questo modo, o fare delle chiamate skype. Di recente, però, mi è capitato anche di svolgere un incontro di lavoro. Era con una ragazza, quindi sapevo di potermi giocare l’effetto tenerezza-da-neo-papà, e che quindi una certa soglia di pianto sarebbe stata tollerata (e c’è stata). Devo dire che lavorare a contatto con mia figlia in quel modo è stato piacevole, e mi ha dato un senso di completezza.

Insomma, in qualche modo sento di star inseguendo un’utopia: un sogno in cui il papà è un membro attivo della famiglia non solo per le ore serali. Un ribaltamento di ruoli in cui non si viene discriminati per avere un figlio, che anzi, diventa esso stesso parte di quel grande equilibrio tra vita private e professionale a cui agognamo. E sono un po’ preoccupato, perché dentro quest’utopia sento di viverci già.

Il Palloncino dell’Impostore

Ci sono persone, lì fuori, che vivono la loro vita in modo più o meno sereno. Io lo so, perché ne ho conosciute diverse. Magari si incazzano al lavoro, ma poi quando tornano a casa sono felici, stanno con la loro famiglia. Certo, possedere qualcosa in più non sarebbe male. Amano anche passare il tempo a lamentarsi senza fare nulla. Non sono propriamente felici, ma sono serene. Si sono costruite il loro equilibrio, e cascasse il mondo faranno di tutto per difenderlo. Serene.

Ma io no, io non ne sono capace.

Fin da quando sono bambino soffro di una malattia un po’ strana, che, confesso, nel corso della mia vita mi ha anche aiutato parecchio. La chiamo curiosità compulsiva.

Certo, si può dire che la curiosità sia uno di quei tratti tipicamente considerati in modo positivo. Quando diventa compulsiva, però, è una cosa di cui non si riesce fare a meno. Più cose nuove ti trovi a scoprire, e a studiare, più ti senti piccolo di fronte all’universo. Insomma, è come se fossi destinato a morire insoddisfatto, sempre tormentato da un senso di inadeguatezza che non è possibile spegnere in alcun modo.

E la cosa peggiore è che tutto sommato questa cosa mi piace. Voglio dire, soddisfare la propria curiosità, anche solo temporaneamente, è immensamente piacevole. E di fatto questo è un tratto che nel mio lavoro mi aiuta ad essere incredibilmente più efficace, visto che in larga parte si gioca nella sfera dell’intuizione, che va a braccetto con la creatività.

Ma non c’è solo questo. Il vero problema è che uno come me non si sente mai, davvero, arrivato. Mai realmente competente. Alla fine lì fuori c’è sicuramente qualcuno di più bravo di te, giusto? E questo è uno stimolo a studiare e cercare ancora e ancora e ancora.

Però poi c’è l’altro lato della medaglia. Io sono un essere umano, e quindi anche io ho un ego. Il mio bel palloncino che mi porto in giro, e che a ogni piccolo e grande successo si gonfia. Proprio qualche giorno fa, durante un corso, ho aiutato una persona a risolvere un problema che la tormentava da molti anni. Non era un problema particolarmente serio, o grave, ma ci aveva condiviso così tanto tempo insieme che ormai era diventato parte di lei. Nel giro di pochi minuti, in un certo senso, ho cambiato la sua vita, perché l’ho aiutata a lasciasi dietro un problema così presente per lei.

Quando capitano cose come questa non puoi non gonfiarti, almeno un pochino. Ma per fortuna, il proverbiale ago è arrivato entro la fine della giornata: la mia lezione era stata apprezzata molto, ma aveva molti punti di miglioramento, anche su aspetti su cui mi consideravo relativamente sicuro.

La cosa più strana è che, di solito, quel palloncino lo sgonfio sempre da solo. In un certo senso è come se fossi io a gonfiarlo, attraverso quello che faccio. Poi, sempre attraverso quello che faccio, bell’ago e pop! Sgonfia il palloncino. Metti una bella pezza, e ricomincia. Ormai, il mio palloncino somiglia più a un insieme di pezze, probabilmente, che alla sua forma originale.

Ora che l’ho scritto, sembra che ci sia del masochismo in quello che faccio. E forse è proprio così. La verità è che io sento che questa curiosità mi sta facendo del male. Sento che morirò infelice. Ma non posso farne a meno. Questa è la mia droga, alla fine.

Ebbene sì, ho mentito

Ogni giorno mi capita di avere quelle due o tre chiacchierate con persone di lavoro.

Possono essere potenziali clienti, o persone con cui sto valutando una collaborazione, o anche solo persone interessanti conosciute su LinkedIn, e con cui vale la pena scambiare qualche idea. Amo fare queste conversazioni: per me sono un enorme piacere.

Spesso, infatti, si sottovaluta questa dimensione relazionale dei Social Network. Il termine che va in voga oggi è social selling, il concetto è che per vendere qualcosa attraverso i social devi prima costruirci un minimo di relazione, e se lo chiedi a me, si poteva fare di meglio.

Molto ma molto meglio. Insomma, non è che ogni volta che scrivo un messaggio a qualcuno voglio vendergli qualcosa.

Ma non è questo il punto. Dopo aver studiato la Pragmatica della Comunicazione Umana, di Watzlawick, mi sono reso conto, infatti, che non importa quanto siamo bravi a produrre contenuti efficaci, o brillanti nelle nostre comunicazioni testuali: tanto più la nostra comunicazione è fisica, quanto più essa è efficace. Insomma, LinkedIn non serve a nulla se poi con quelle persone non parlo al telefono, o, ancora meglio, non le incontro di persona.

Insomma, tutta questa introduzione solo per dire che amo parlare con le persone.

Adesso è il punto dove ammetto che non sono sempre sincero.

Sì, lo so, i puristi del Personal Branding diranno che bisogna essere integri, altrimenti si rischia di rovinare tutto subito. Bisogna essere autentici. Per favore, fatemi il piacere. Siete i primi che danno quell’immagine patinata, priva di errori, in cui i propri clienti sono perfettamente soddisfatti. E non venite a raccontarmi che al limite omettete qualche particolare, perché una mezza verità non è diversa da una bugia. La differenza tra voi è me è che lo faccio apertamente. Anzi, le mie menzogne sono parte del mio Personal Brand, e voi potete serenamente attaccarvi!

Siamo sinceri, tutti mentiamo, e lo faccio anche io. Mi capita di mentire su quanti clienti sto gestendo al momento, su quante collaborazioni ho aperte, e sì, anche sulle mie competenze. Flash news: se voglio acquisire esperienza in un campo come consulente, devo raccontare di saperla fare quella cosa. Se non la so fare, devo acquisire esperienza. E non sempre sono in condizioni di farlo in autonomia. Il che significa che devo usare il mio cliente come banco di prova.

Ebbene sì, nel farlo mi assumo un rischio: quello che lui sia insoddisfatto. D’altra parte, sta a me saper gestire in ogni momento le sue aspettative. Una volta preferivo lavorare gratuitamente per acquisire esperienza, e fallivo molto di più. Dal mio punto di vista, se lavoro gratuitamente, il mio cliente non mi prende abbastanza sul serio, e quindi il progetto è destinato a fallire per definizione. Oggi preferisco raccontare che sono già un esperto, che le competenze le ho tutte. Ma non è vero. Ovvio, studio come un cane per raggiungere l’obiettivo, e metto in campo anche più carte del necessario. Ma se alla fine riesco, e il mio cliente è soddisfatto, io ci ho guadagnato, e anche lui.

Fake it till you make it, dicono negli USA. Non posso dire di sposare appieno questa filosofia, probabilmente perché non sento di arrivare mai al make it: so di avere sempre margine di miglioramento. Ed è per questo che a un certo punto queste menzogne diventano la mia verità. Ogni tanto capita quello che mi dice che non capisce mai quando mento o quando dico la verità.

In effetti, rispondo, non lo so nemmeno io.

Insomma, se abbiamo parlato probabilmente ti ho mentito. Ma non avertela a male per questo. Infatti, quello che dico sempre è che non devi fidarti di me. Non ha senso che tu lo faccia. Puoi solo mettermi alla prova, e vedere come va.

Non sono un buon dipendente

Quando mi sono affacciato al mondo del lavoro, l’ho fatto con un imprinting di un certo tipo.

All’epoca studiavo all’università, e avevo bisogno di fare un po’ di cassa per potermi pagare le serate fuori con i compagni di corso, e con la ragazza di allora. Però avevo i corsi da frequentare, e per cui dovevo studiare. La scelta, per me, fu in qualche modo scontata: lavorare come dipendente, con gli orari rigidi e tutto non avrebbe mai funzionato, quindi aprii la mia brava partita IVA, e iniziai a vendermi per quelle tre o quattro cose che sapevo fare, legate al marketing.

Avrei potuto fare quello che facevano molti compagni di corso: trovare lavoro come cameriere in un bar, avendo quindi la sera e magari i weekend impegnati. Ma d’altra parte, ero uno che i weekend voleva uscire, non lavorare (sì, sono sempre stato uno di quelli, decisamente poco motivato in tutta quella roba della gavetta). E dopotutto, se avevo delle competenze interessanti per il mercato, perché non vendere quelle, piuttosto che tentare di far stare in equilibrio troppi bicchieri su di un vassoio, considerando anche la mia scarsa coordinazione occhio-mano?

Insomma, avviare la carriera da consulente sembrava la cosa più sensata da fare, visto anche il regime fiscale iper-agevolato che esisteva all’epoca. E così feci. E all’inizio fu un disastro, naturalmente, ma lavoravo per amici, e amici di amici, quindi andava bene così. Loro furono abbastanza generosi da concedermi di far pratica sulle loro spalle, e io, in qualche modo, imparai non solo tutti gli aspetti tecnici legati alla professione che stavo svolgendo, ma anche quelli comunicativi e relazionali. Insomma, come si parla con un cliente, come si negozia un preventivo, come si gestiscono le obiezioni. Le solite cose.

Avanti veloce di qualche anno, succedono tre cose insieme che danno un blocco importante al mio lavoro: mi laureo, ristrutturo casa, e mi sposo, a distanza di pochi mesi. E coinvolgendo il periodo che va dall’inizio dell’anno all’estate, capita che sono, in maniera del tutto prevedibile, senza nuovi clienti.

Questo è il momento in cui mi trovo neo-marito, ad essere totalmente disoccupato, e senza nemmeno diritto alla NASPI, perché tecnicamente ho una partita IVA, e l’ultima fattura l’ho staccata da meno di un anno. Ecco, quindi, che inizia la disperata ricerca di qualcosa, un qualcosa che ci permetta di vivere senza dover dipendere dai nostri genitori. E così cerco clienti, ma invio anche curriculum. Perché ormai sono laureato, peraltro in International Management, che fa figo solo a dirlo.

Non farò fatica a trovare lavoro, giusto?

Sbagliato, in effetti. Mi rendo presto conto di quanto le offerte per posizioni compatibili con il mio profilo siano in numero irrilevante, spesso richiedano molta più esperienza di quanta non ne abbia, e comunque non siano mai calzate in modo ideale.

Poi eccola, l’offerta perfetta. Mi candido. Nel giro di pochi giorni faccio il colloquio. Vengo inserito subito in azienda.

I titolari mi portano in giro dai clienti, mi fanno partecipare a progetti. Sembra un sogno che si realizza. Solo dopo qualche mese, il sogno inizia ad incrinarsi. L’azienda inizia a chiedere sempre di più degli straordinari, senza pagarli. Le trasferte sono lunghe ed estenuanti. Tutta la gestione dell’azienda è in stato di emergenza costante, e non c’è nessun responsabile che si assuma alcun tipo di responsabilità. Nel giro di poche settimane passo da entusiasta, a sono alla ricerca passiva di un lavoro, a sono in ricerca attiva di lavoro, a devo scappare da qui il prima possibile.

Nel frattempo continuo a formarmi, e mi iscrivo al corso che nel giro di un paio d’anni mi avrebbe cambiato la vita, facendomi definitivamente appassionare al mondo della Comunicazione e del Problem Solving.

Alla fine trovo un’azienda alternativa, e do le dimissioni. Esco male dall’azienda, brucio dei ponti, ma tutto sommato non mi disturba più di tanto. Nella nuova azienda ho un ruolo di Responsabile Marketing. Sembra figo, ma dopo pochi mesi capisco che quel ruolo di Responsabile si può tradurre in scaricabarile. Scopro che l’azienda è in rosso da anni, e non ha intenzione di investire due centesimi in marketing oltre al mio stipendio. Mi trovo a subire la responsabilità di un processo di marketing che non funziona, senza poter far nulla per cambiarlo. Il tutto, condito da un consulente fiscale truffatore/tuttologo, che oltre a dirmi come devo fare il mio lavoro, sta spingendo sempre di più l’azienda nel baratro.

Io, naturalmente, non me ne sto fermo, e cerco nuove opportunità. Quando il contratto con l’azienda si chiude senza essere rinnovato, mando a quel paese tutti, e riapro partita IVA.

Potrei dire di essere stato sfortunato, di aver trovato solo le aziende sbagliate con cui collaborare, e probabilmente avrei ragione. In realtà, queste esperienze mi hanno permesso di capire che io, come dipendente, non funziono.

La parola stessa dipendente non funziona per me. Se io dipendo da qualcuno, devo subire il bello e il cattivo tempo. Può capitarmi l’azienda dei balocchi, ma anche il mio peggior incubo. Se iniziassi a pensare a me stesso come dipendente, perderei tutto ciò che mi appassiona del mio lavoro: la spinta creativa, la curiosità, la crescita; il tutto per limitarmi a dipendere dalle decisioni da qualcun altro. Diventerei non diverso dai robot che molto presto, dicono, ruberanno il lavoro a tutti noi.

Ecco perché scelgo di essere collaboratore. La partita IVA, in effetti, è un fattore incidentale: non rinuncerei a un bel contratto a tempo indeterminato, se l’azienda fosse disposta a negoziare con me le giuste condizioni. Scelgo di collaborare, perché rispetto ai miei clienti sono uno che collabora, non dipende. Sono uno che aiuta a raggiungere risultati, non un ingranaggio da oliare e far girare alla più alta velocità possibile.

Insomma, dicono che noi Millennials siamo dei precari cronici, gente che non è capace di trovare un lavoro e di tenerselo. Io, qui, parlo per me, ma dico che per un po’ di soddisfazione, un po’ di tempo di qualità con mia figlia e mia moglie, e un po’ di sana felicità, di quel ruolo da dipendente faccio volentieri a meno, e lo lascio alle generazioni passate, perché chissà se quelle future lo vorranno ancora.