Il Curioso Compulsivo

Noi ci ridiamo e ci scherziamo, ma questa è una storia vera.

Penso di essere una persona dagli strani difetti. Mi immagino in quel contesto un po’ peculiare che è quello del colloquio di lavoro, e quando il selezionatore fa la fatidica domanda “Qual è il tuo peggior difetto?” io non dico che sono troppo perfezionista. Oppure che mentre lavoro non mi accorgo del tempo che passa. No, rispondo con cose bizzarre. Racconto che sono un pigro cronico. O che sono un bugiardo. O magari, ammetto di essere un curioso compulsivo.

E che male c’è, direte voi? Beh, signore e signori, mettetevi comodi e lasciate che ve lo racconti.

La curiosità viene spesso associata a una dimensione di pregio. Essere un curioso viene tipicamente considerato un fatto positivo. L’essere compulsivi, d’altra parte, è riconosciuto come patologia mentale. A me piace pensare di vivere questa mia bizzarra condizione da entrambe le prospettive, sia quella positiva che quella patologica.

La settimana scorsa ero in ferie, e incidentalmente mi trovavo in una zona d’Italia in cui il telefono prendeva molto poco. La spiaggia era estremamente affollata, e questo disturbava ulteriormente la ricezione. Tra una cosa e l’altra facevo davvero fatica a collegarmi ad internet. Ed ecco, leggendo un libro mi confronto con un tema che vorrei approfondire. Quindi, come faccio normalmente, accendo il telefono e parte una breve ricerca su google. Dopo alcuni minuti sono stato costretto a desistere. Fino a sera, quando sono tornato al wifi dell’albergo, sono rimasto con la lampadina accesa.

Nel retro della mia mente un pensiero fisso: dovevo approfondire quell’argomento.

Devo essere sincero: questa strana patologia mentale mi ha aiutato molto nella mia vita. Sono sempre stato abituato a studiare, perché questo saziava la mia curiosità. Ho avuto ottimi risultati accademici, e anche nel lavoro la spinta a scoprire cose nuove mi porta ad essere costantemente formato, e ad avere, in generale, una cultura da uomo rinascimentale, o multipotenziale, oppure da polytropon, come Omero definì Ulisse.

D’altra parte si tratta anche di una cosa che, mi rendo conto, può far vivere male. La curiosità è, dopotutto, un vaso che è impossibile riempire. Ogni scoperta quotidiana apre a mille nuove possibilità future. Cosa scegliere? Cosa sacrificare, quando ci sono così tante cose interessanti da conoscere? Non ho una vera risposta, ma posso solo dire che, ad oggi, godo della scoperta quotidiana, riuscendo in qualche modo a non preoccuparmi per quella futura.

Chi lo sa, forse un giorno avrò bisogno di andare dallo psicologo per riuscire a curarmi da questa mia malattia. Ma per oggi mi accontento di essere come sono, e tutto sommato ringrazio di esserlo!

Devo finire entro oggi, e non ho ancora iniziato

Walt Disney diceva che la differenza tra un Sogno e un Obiettivo è una data di scadenza, e io non potrei essere più d’accordo con lui.

Non so se Walt Disney fosse un pigro cronico come lo sono io, ma mi rivedo davvero in questa frase. Io sono uno che fa sogni e progetti, e che non ha paura di pensare in grande. Ma se non metto una data di scadenza a quel sogno, o a quel progetto, magari mi ci metto anche a lavorare, ma non lo porterò mai a termine.

La mia vita è costellata da questi desideri mai realizzati. Ho scritto molti racconti di narrativa, ad esempio, che non si sono mai concretizzati in un libro, o in un serio progetto web. Ho iniziato numerose volte a frequentare la palestra, senza mai dedicarci più di un paio di mesi. Ho anche iniziato a leggere libri che non ho mai portato a termine, e dopo anni sono ancora parcheggiati sul mio comodino, in attesa di essere ripresi in mano.

Può essere facile bollare questo comportamento come una mancanza di costanza da parte mia. Non ho la pretesa di essere una persona coerente, e, semplicemente, se il mio trasporto verso l’obiettivo non è abbastanza grande, mi è facile rimandare le cose.

Ora, potrei addentrarmi a ragionare sulla matrice di Eisenhower, ma non è questo lo scopo del mio articolo. Il punto è, viceversa, come diceva Walt Disney, che fino a quando non so che la scadenza per fare una cosa si avvicina, non mi metto a farla.

Vedi il caso di #BEVEMO, il pilota di un format di eventi che sto organizzando. Avevo deciso che l’avrei inaugurato a inizio luglio. Sono stato costretto a rimandarlo, a causa delle (mancate) disponibilità mie, del locale e dei relatori all’evento, ma il mio obiettivo era di farlo prima delle ferie di agosto. E per questo mi sono impegnato seriamente, comunicandolo al mondo, che sarebbe stato entro luglio.

Insomma, se so che devo fare una cosa entro un certo tempo la faccio. Proprio oggi che scrivo questo articolo, voglio aver definito la scaletta dell’evento, e molto probabilmente domani, quando questo articolo sarà pubblicato, saranno definite sia la data definitiva, che la scaletta. Ed entro la fine della settimana, sarà attivato anche il servizio di registrazione all’evento, attraverso Eventbrite.

Insomma, darmi una scadenza, e impegnarmi pubblicamente per quella scadenza è il modo che ho per spingermi all’azione. Ma questo lo faccio anche tutte le settimane quando pubblico un nuovo articolo, o una newsletter: spesso mi trovo a scriverli all’ultimo momento. Perché se c’è una cosa che devo fare entro oggi, potrei non aver ancora iniziato, ma sono sicuro di riuscire a portarla a termine.

Lavorare sotto pressione, per me, è la soluzione. Lavoro di più, e lavoro meglio!

Maledetta quella volta che ho deciso che avrei fatto il Consulente

Questo è il racconto di una scelta sbagliata.

Sbagliata su così tanti livelli, che a posteriori la compierei ancora, e ancora. Insomma, se errare è umano, ma perseverare è diabolico, per quel che riguarda questa scelta in particolare mi sento decisamente diabolico.

La scelta in questione è relativa alla carriera che avrei intrapreso. Ma permettimi di fare un salto indietro nel tempo. Immagina: c’è questo ragazzo promettente, più o meno, che è appena uscito da una laurea triennale in economia. Vive ancora a casa, e fa lo studente, ma ha deciso che vuole guadagnare due lire in più. Potrebbe andare a fare il barista, come fanno tutti, e invece no. Decide che vuole fare il consulente per le aziende.

Giovane neolaureato, perché hai preso questa decisione foriera di sventure?

Non è molto bravo, in questo momento della sua carriera, ma in un modo o nell’altro si arrangia. Grazie ad amici di amici riesce anche a trovare qualche cliente. Il suo lavoro lo fa. Viene anche pagato. Insomma, non tutto è rose e fiori: ho detto prima che questo ragazzo non è poi così bravo, e quindi gli capita di sbagliare. Alcuni clienti si arrabbiano. Qualcuno non lo paga nemmeno, ma va bene così: da ogni esperienza negativa quel ragazzo che ancora studia trae qualche lezione. Impara a definire meglio gli obiettivi dei clienti. Impara a essere più realistico nel definire le loro aspettative. Diventa più bravo nel lavoro vero e proprio.

Fino a quando non si laurea, e allora quel passatempo in qualche modo smette di essere un passatempo. La tempistica è un po’ sfortunata: si laurea e si sposa a pochi mesi di distanza, e subito prima dell’estate. Quando torna dal viaggio di nozze i suoi clienti sono tutti spariti. Non è il momento di iniziare nuovi progetti, ne riparliamo a settembre, gli dicono.

Intanto l’estate passa, e i clienti non arrivano. Quello che arriva, però, sono delle opportunità. Tutti conosciamo la figura mitologica del neolaureato con esperienza, e il ragazzo risponde a questa descrizione. Le esperienze che ha sono anche abbastanza interessanti, quindi non ha fatica a organizzare dei colloqui. Tempo un paio di mesi, e un lavoro l’ha trovato.

Ed ecco, questo è il momento in cui scopre la dura realtà: neolaureato con esperienza significa, letteralmente, qualcuno che sa fare le cose, ma che posso sottopagare. E di cui posso liberarmi senza troppi scrupoli, perché tanto di neolaureati disperati in giro ce ne sono a bizzeffe. Il povero ragazzo se ne rende presto conto.

Lui è diligente. Continua a investire in modo importante sulla sua preparazione. Svolge nuovi corsi, che gli danno strumenti in più. Strumenti incredibili, che potrebbero essere usati davvero dalle aziende per fare le cose diversamente, per farle meglio. Si propone di portarli dentro le aziende per cui lavora, ma non sono interessanti per loro. Deve fare solo il suo piccolo. e quindi ha un momento di realizzazione: aiutare davvero le aziende da dentro, per lui, è impossibile. Può farlo solo da fuori. Come lo faceva una volta, quando i titolari realmente lo ascoltavano. Quando prendevano sul serio il lavoro che faceva insieme. Quegli strumenti che ha studiato gli permettono di capire meglio quelle dinamiche, così come molti degli errori che ha commesso.

Quel ragazzo, che non ha nemmeno trent’anni, ha capito una cosa: che non potrà mai accontentarsi. Uno stipendio non sarà mai sufficiente. Le responsabilità non saranno mai abbastanza. Gli orari mai abbastanza flessibili. E allora compie la scelta peggiore: sceglie di diventare un lavoratore autonomo, un consulente.

Perché in fin dei conti una scelta non ce l’ha. Lui è fatto così, e se la deve mettere via. Lui è uno che deve vedere le cose che cambiano, e deve inseguire obiettivi irrealizzabili. Deve assecondare la sua curiosità compulsiva.

Questa è la mia storia, naturalmente, e ti ringrazio per aver scelto di condividerla con me, attraverso questa lettura!

 

E poi ho scoperto che avevo del tempo libero

Credo che nella società contemporanea il tempo, e in particolare il tempo libero, sia un bene di lusso. E più cresce la nostra ricchezza, più il tempo libero diventa prezioso da ottenere.

E non penso serva andare a vedere le vite di Warren Buffett o Richard Branson. Ho conosciuto piccoli imprenditori le cui aziende fatturavano poche centinaia di migliaia di euro, che non riuscivano ad avere del tempo libero perché le loro vite erano totalmente assorbite dalla loro quotidianità. Insomma, diciamocelo, ho sentito cassieri del supermercato lamentarsi perché lavoravano i weekend, o sotto le feste. Parliamo di persone che quando escono dal lavoro timbrano il cartellino, e non devono preoccuparsi di nulla fino al giorno dopo. Persone che quel lusso del tempo libero ce l’hanno eccome. E magari non lo apprezzano. Non lo usano.

Io faccio il consulente da ormai qualche anno, e in qualche modo sono abituato all’idea che il mio lavoro non smette mai. Te ne rendi conto quando ti scopri a sognare conversazioni che hai avuto con i tuoi clienti. E se, da una parte, mi sarebbe facile lasciarmi assorbire completamente dal mio lavoro, dall’altra conoscendo la cultura orientale e praticando arti marziali da un po’, sono perfettamente consapevole di quanto il tempo abbia valore, e quello sprecato non torni più.

Ma intendiamoci, questo non significa che abbia l’esigenza di riempire ogni istante della mia vita in modo produttivo, anzi. Sono uno che riconosce il grande valore dell’ozio. Oziare per me significa non fare nulla. Concettualmente, stendermi sul divano, e osservare il soffitto bianco, o dare acqua alle piante.

Cosa rende differente l’ozio, anche quello più spinto, dallo spreco di tempo? Dal mio punto di vista sono proprio le filosofie orientali a darci una risposta in questo senso: la focalizzazione sul qui e ora. Insomma, se mi sto concedendo un istante di relax, a guardare un film, giocare a un videogioco, leggere un libro, o anche riposarmi sul divano, quello che fa la differenza è il modo in cui lo faccio. Se mi sto godendo il momento, e sto catturando il piacere dell’istante, allora sto oziando in modo produttivo. Se, viceversa, la mia attenzione sta venendo rubata e io non sono né qui né ora, allora sto sprecando il mio tempo.

Il che ci porta a scenari paradossali. Spesso ci facciamo prendere dall’ansia, perché ci sembra che quando stiamo oziando stiamo perdendo tempo, e quindi riempiamo le nostre ore con attività da fare, che drenano costantemente le nostre energie. Poi quando ci mettiamo finalmente a lavorare ci mettiamo il doppio del tempo, perché da una parte non riusciamo a dare il massimo, vista la stanchezza che ci assale, dall’altra continuiamo a farci rubare l’attenzione dalle mail, dai social network, o dalle distrazioni che costantemente ci coinvolgono.

Insomma, non sono mai stato uno che aveva l’ansia di riempire ogni istante della sua vita, ma sono ormai diversi mesi, se non anche anni, che tendo a essere sempre focalizzato. Mentre lavoro sto lavorando. Mentre mi rilasso, mi sto rilassando, e lo sto facendo davvero. E da ozioso quale sono, tendo a ritagliarmi dei momenti di relax, anche a scapito di attività che continuo a procrastinare, ma sai cosa, va bene così.

Perché l’oggi è adesso, e non tornerà più.

Non ho nessuna intenzione di farmi fregare da te

Mi sono sempre considerato un pessimo venditore. Più volte, su questo stesso blog, o nei miei post pubblici su LinkedIn, ho scritto come non mi piaccia vendere. Ora, vorrei dire che questo è l’articolo con cui mi rimangio tutto, ma in effetti non è così. Ok, sto divagando, faccio un passo indietro.

Io non sono un venditore, nel senso che la vendita, per quanto essenziale nel mio lavoro, ne è una componente marginale. Per lo stesso motivo, non sono un impiegato amministrativo, e nemmeno un pizzaiolo (anche se mia moglie sostiene che se le cose andassero male, potrei riciclarmi in quel modo). Però ultimamente ho avuto l’opportunità di lavorare con diversi venditori, e se c’è una parte della vendita che mi piace molto poco (quella del fare le telefonate e i giri clienti), ce ne sono altre che sto scoprendo di apprezzare sempre di più, e sono legate principalmente al sedersi intorno al tavolo, e discutere progetti e costi.

Insomma, quella che definiremmo la fase trattativa, o come mi piace chiamarla, la negoziazione.

Negoziazione è uno di quei temi in cui non ci si può non imbattersi, quando si parla di comunicazione, e devo dire che rispetto a quando ho iniziato questo lavoro, mi sta sempre più appassionando. In misura direttamente proporzionale rispetto a quanti sono i clienti lì fuori che cercano di fregarmi.

Ok, ho detto una cosa un po’ strana, fammi spiegare meglio.

Qualche settimana fa sono stato da quello che posso solo chiamare il mio cliente ideale. Abbiamo ragionato insieme di obiettivi da raggiungere, e poi ho chiesto che budget avessero. Loro dissero che avevano bisogno di un confronto con il responsabile, e io dissi che andava bene, e tenessero conto di quello che è il mio costo giornaliero, che ho dichiarato. Dopo qualche giorno, mi hanno dato un numero, e insieme abbiamo usato quel numero per costruire un progetto concreto che avesse le maggiori possibilità di portarci ai loro obiettivi.

Purtroppo (ma forse direi per fortuna), non sempre le cose sono così rosee. Spesso (per non dire sempre), il mio cliente non sa bene che obiettivi vuole raggiungere, ma questo di per sé non è un problema. Lo diventa quando non sono io a gestire l’intera trattativa. A quel punto, il prezzo che faccio è sempre troppo alto.

Capita, insomma. Banalmente, non sempre posso partecipare alla negoziazione fin da subito. E qui inizia la fase veramente affascinante del mio processo di vendita, proprio perché non coinvolge solo me e il mio cliente, ma spesso anche il terzo (e altri ancora). Questa è la fase in cui il cliente tenta di sfruttare la confusione dei ruoli per spuntare un prezzo più basso. In cui chi mi presenta vuole proteggere la sua relazione con il cliente. In cui io, spesso, faccio da mediatore anche tra obiettivi molto diversi tra loro.

Dicevo, questa, ho scoperto, è la fase che mi affascina di più. Concettualmente, una negoziazione prevede uno scambio, e un insieme di concessioni e compromessi per trovare un obiettivo comune. Se lasciamo perdere Cialdini per un momento, ci rendiamo subito conto che lo scambio è il cuore pulsante che caratterizza la negoziazione. Poi certo, possiamo usare la comunicazione in tutte le sue salse per portarla a nostro vantaggio, ma è meglio non dimenticarsi che la vera leva negoziale è una sola: la possibilità di uscire dalla negoziazione, e quindi non fare lo scambio.

Ecco perché mi viene da sorridere quando sento, ad esempio, il venditore che non vuole dire no al cliente altrimenti lo perderà. Paradossalmente, è proprio il terrore di perdere il cliente che lo mette alla sua mercé. Farà concessioni sempre maggiori, di fatto rinunciando, da parte sua, alla possibilità di uscire dalla trattativa. Insomma, rinuncia alla negoziazione e si accontenta della generosità del suo cliente.

Quando peggio di così non ti potrebbe andare.

Mia moglie è stata scout per molti anni. Di tanto in tanto racconta questa storia di un’uscita che ha fatto con il suo gruppo. Erano giorni che pioveva, ed erano tutti inzuppati fin dentro le ossa, il che naturalmente destava più di qualche lamentela. Al che, uno dei suoi capi dell’epoca pronunciò le antiche, quanto sagge parole: potrebbe sempre piovere merda! Beh, proprio in quel momento, un uccello decise di sganciarla addosso alla persona che camminava davanti a loro.

Nessuno, in quell’uscita, si lamentò più della pioggia, e questa storia divenne, giustamente, leggenda.

Vorrei usare questa storia come punto di partenza per una riflessione personale, perché effettivamente offre innumerevoli spunti, il primo dei quali riguarda proprio l’atto di lamentarsi. Se, in passato, ho scritto un intero articolo sull’argomento, oggi vorrei partire proprio da questo concetto: in buona sostanza, lamentarsi non serve a nulla, se non a infastidire chi ci sta intorno. Immaginiamo la situazione. Sono giorni che piove, e anche il nostro midollo ormai è bagnato. Questo vale per noi, ma vale anche per i nostri compagni di viaggio: se ce ne lamentiamo, rendiamo la strada più faticosa per tutti, oltre a rimarcare quanto lo sia per noi.

Insomma, non è vero che peggio di così non potrebbe andare. Puoi scegliere di peggiorare la situazione, e puoi farlo lagnandoti in modo sterile dei tuoi problemi, soprattutto se ci sono altre persone che li condividono con te.

Un altro elemento di riflessione che nasce dalla storia di mia moglie, riguarda invece, il tipico approccio del mal comune mezzo gaudio. Quello del non buttarti giù, tanto le cose potrebbero andare peggio. Salvo poi, come nel caso della storia, vanno peggio sul serio, e allora la pioggia non sembra poi così male. Non so a te, ma a me le tipiche considerazioni su questo tenore fanno venire le bolle. Insomma, perché dovrei stare meglio se altri condividono il mio problema? Perché dovrei stare meglio se la situazione non è la peggiore possibile?

Perché alla fine, e questo vuole essere il cuore della mia riflessione, non esiste un limite inferiore a quanto male possono andare le cose. E non è pessimismo cosmico il mio. Se lo desideri, possiamo fare un esercizio: pensa alla cosa peggiore che ti possa capitare, la peggiore in assoluto. Scommettiamo che riesco a trovare un modo per farla andare ancora peggio? E poi ancora, e ancora?

Dicevo, non si tratta di pessimismo cosmico, ma di realismo. Spesso non abbiamo alcun controllo sulle circostanze della nostra vita. Per carità, ogni tanto ci capita anche qualcosa di bello, ma molto spesso capitano anche gli incidenti, le batoste, le disgrazie, i contrattempi. In questi ultimi mesi ho intervistato diverse persone per il mio progetto di podcasting sul fallimento, e molte delle situazioni raccontate sono state proprio generate da eventi fuori dal controllo di chi poi, il fallimento, l’ha vissuto.

Ma anche il fallimento più grande non è mai definitivo. Solo la morte mette la parola fine alla nostra capacità di reagire alle situazioni (e a quel punto, tutto questo, non è più un problema). Ok, mi rendo conto che il messaggio sembra un po’ deprimente, ma in realtà io vivo tutto questo come un’opportunità. Perché non importa quanto ci sembra che stiamo sprofondando. Non importa quanto siamo abbattuti, o quanto ci sembra che le circostanze giochino a nostro sfavore.

Noi abbiamo sempre la possibilità di scegliere, e di usare ciò che abbiamo per progettare un futuro migliore, per noi, partendo dal nostro presente.

Insomma, Deciditi!

C’è stato un momento della mia vita in cui ho dovuto prendere molte decisioni difficili. E quando dico difficili, intendo non tanto quelle di cui non conosci l’esito (quelle per me sono relativamente semplici, non ho mai avuto paura a buttarmi, anche se questo creava delle conseguenze negative), ma quelle in cui conosci tutti gli esiti, e sono tutti estremamente negativi. Insomma, in un certo senso ero messo in una condizione di decidere quale disgrazia dovessi auto-infliggermi.

Per dare un po’ di contesto, io mi stavo approssimando all’adolescenza (che si sa, è un periodo un po’ strano per ogni maschietto, per dirla con un eufemismo), e i miei genitori, appena divorziati, stavano usando me come leva per fare del male all’altro. Insomma, avevo circa tredici anni, e dovevo decidere da che parte schierarmi, sapendo benissimo quali sarebbero state le conseguenze relazionali con l’altra. La sto facendo un po’ più semplice di quanto non sia realmente stata, ma il campo di battaglie preferito per queste schermaglie era il pranzo di Natale (momento che, fino a quando non ho costruito la mia famiglia, ho vissuto con discreta angoscia).

In un certo senso, sul prendere decisioni difficili mi sono fatto le ossa. Se ascoltiamo Barry Schwartz, oggi essere bloccati a scegliere un paio di jeans, o una marca di biscotti, è un problema serio per alcune persone. In effetti, non posso dire che per me lo sia. Dopo anni passati a decidere quali relazioni con le persone che mi erano più care dovessi deliberatamente compromettere, scegliere che marca di patatine mangiare mi causa più o meno gli stessi livelli di ansia che ho quando do acqua alle piante.

Perché, alla fine, prendere decisioni è un muscolo, e come ogni muscolo se viene tenuto fermo diventa rachitico, e incapace di sostenere anche il minimo sforzo. Se, invece, viene costantemente allenato, diventa in grado di sollevare pesi anche enormi con relativamente scarsa fatica.

Ricorda, il nostro cervello è un organo estremamente pigro, e in quanto tale tende a evitare il più possibile la sensazione di affaticamento. Se, quindi, sei una persona che ha sempre evitato di prendere le decisioni, magari scaricandole su altri, probabilmente farai molta fatica anche a prendere quelle più semplici. Se, viceversa, sei stato costretto ad assumerti la responsabilità di scelte difficili, come è capitato a me, probabilmente quelle facili non ti creeranno nessun disagio.

Insomma, appare banale, ma smettila di tentennare e deciditi. Non aver paura delle conseguenze, quelle possono essere gestite. Deciditi, e assumiti la responsabilità della tua decisione. Fallo, e continua a farlo, fino a quando anche le decisioni più terribili diventeranno leggere!

Sono un Demotivato (e dovresti esserlo anche tu)

Qualche giorno fa parlavo con un ragazzo, che mi raccontava che è uno a cui basta poco per motivarsi, per essere felice e soddisfatto di ciò che fa. Per metterci tutta l’energia di cui è capace. Beato te, gli ho risposto. Per me, invece, è difficilissimo.

Sono un Demotivato, e non mi vergogno ad ammetterlo. Uno che non ama svegliarsi la mattina presto per andare a trovare il cliente che inizia alle 8:30. Uno che se non vede che sta andando nella direzione giusta abbandona gli sforzi.

Non sono tenace. Non sono uno che continua a sbatterci la testa finché non ci riesce. Insomma, sono uno che se non raggiunge i suoi risultati si demotiva molto molto in fretta.

E in effetti, questo non è mai stato un problema. Piuttosto una risorsa.

Dal mio punto di vista, la motivazione, oltre a essere una roba molto difficile da definire, è assolutamente sopravvalutata. Motivata è la Rana che quando sente che la temperatura dell’acqua si alza, e finisce bollita nella pentola. Motivato è chi cammina sui carboni ardenti, quando tutto sommato basta passarci intorno. Io, invece, e lo dico spesso, sono un pigro. Per motivarmi ho bisogno di raggiungerli davvero gli obiettivi che mi pongo, o almeno rendermi conto che sto percorrendo la strada giusta.

Quando ho iniziato a praticare Arti Marziali, o a studiare Comunicazione (le due cose sono quasi intercambiabili da questo punto di vista) sapevo che sarebbe stata una strada lunga. Sapevo che probabilmente mi ci sarebbero voluti molti anni prima di potermi sentire davvero un maestro, in grado di insegnare agli altri. Ma conoscevo la direzione da percorrere. Dei passi che facevo in avanti riuscivo ad accorgermi. Insomma, la motivazione la trovavo nel viaggio bellissimo che tutt’ora sto percorrendo. Certo, le difficoltà ci sono, così come gli ostacoli da superare, ma l’obiettivo mi è chiaro. E gli ostacoli semmai lo rendono più sfidante.

Io sono un demotivato, perché so che a quegli obiettivi ci posso raggiungere. Non ho bisogno di camminare sui carboni ardenti, per sapere che posso riuscirci.

L’approccio strategico, non a caso, non parla di motivazione, ma in un certo senso la usa, perché parla di problemi o obiettivi. Insomma, parla di quelle cose da cui vogliamo scappare, o verso cui corriamo. E la potenza del cambiamento sta nel fatto che cambiando spesso anche piccolissime cose generiamo quell’effetto valanga che ci porta a fare enormi passi avanti, spesso con pochissimo sforzo.

Insomma, a cosa mi serve la motivazione se ho un obiettivo da raggiungere? Se ho un problema da risolvere?

Il Monaco

L’Abito non fa il Monaco.

Quante volte abbiamo sentito dire, o magari pronunciato queste parole? Questo grande esempio di saggezza popolare ci insegna che non dobbiamo fidarci delle apparenze, che le persone potrebbero essere ben diverse da quello che sembrano.

Ho solo un commento per quest’opinione: è un’idiozia.

Chi ha anche solo una preparazione di base in Comunicazione, e riesce ad andare oltre il moralismo popolare, si rende immediatamente conto che quando parliamo di impressione ci aveva azzeccato molto di più Oscar Wilde, quando diceva che solo i superficiali non giudicano dalle apparenze.

O per dirla con le parole di Andrea Rossi, un amico con cui ho condiviso il percorso di studio in Comunicazione, forse l’abito non farà il monaho, ma di sihuro lo fa entrare nel honvento (l’acca è muta, lui viene dal Livornese).

Da Mehrabian a Watzlawick, chi si è occupato di studiare il legame che esiste tra prima impressione e relazioni, è concorde nell’affermare ,che in pochissimi istanti ci formiamo un’opinione della persona che abbiamo davanti, dando grande peso alla dimensione non verbale, quindi come è vestito, come ci guarda e come sta nello spazio. Ma anche al suo tono di voce, molto più di quello che effettivamente ci viene detto.

Possiamo dire quindi, che questa prima impressione, rappresenta un primo momento comunicativo che dà l’imprinting relazionale. Insomma, se è positiva, la strada è in discesa. Se è negativa, è in salita.

In parole povere, se la prima impressione che ho di te è che sei un idiota, allora dovrai fare il doppio della fatica per dimostrarmi che non è così. E non perché io sia particolarmente intollerante, anzi. È proprio il mio cervello (e anche il tuo) che è fatto così.

E spesso basta davvero poco. Quando sentiamo l’esigenza di fare una buona impressione, tipicamente ci focalizziamo sulle cose sbagliate, tipo le parole che useremo, senza prestare la dovuta attenzione a tutto il resto, che come ci ricorda Mehrabian, pesa per circa il 93% del nostro impatto.

Insomma, immagina la scena.

C’è un uomo che è da solo a bere al bar. Non è particolarmente attraente, ma potremmo definirlo un tipo. Indossa una camicia sgualcita, macchiata sul davanti, e il cui primo bottone è aperto, mostrando un petto villoso. Tiene gli occhi bassi, sulla sua birra, e ogni tanto lancia occhiate furtive intorno, quasi con fare sospetto. Le spalle sono basse, e la postura è incurvata. A un certo punto vicino a lui si siede una ragazza. Anche lei non è bellissima, ma certamente è un tipo. Il suo tipo. L’uomo si volta verso di lei, e la squadra con quel suo fare sospetto, soffermandosi in silenzio sulle sue curve. Dopo diversi secondi in cui lei si è evidentemente accorta di cosa sta facendo, le chiede con voce resa acuta dallo stress “Piacere di conoscerti, io mi chiamo Leonardo. Vedo che siamo entrambi soli, quindi permettimi di tenerti compagnia e offrirti da bere”.

Ora immagina una scena con gli identici attori, ma leggermente diversa.

L’uomo indossa una camicia che mostra gli evidenti segni di essere indossata tutto il giorno, ma comunque ordinata. Siede al bancone, tenendo in mano una birra, osservandosi intorno con uno sguardo sorridente, tra il curioso e il divertito. Ha le spalle basse, affaticate, ma sta comunque seduto in modo eretto. Sicuro. Quando la ragazza si siede, la osserva velocemente, soffermandosi sul suo viso, sorridendo come se la riconoscesse, per poi distogliere lo sguardo dopo pochi istanti. Passano alcuni secondi, e torna a voltarsi verso di lei, notando che lei l’ha notato a sua volta, e quindi, con il suo normale tono di voce tranquillo, ma sicuro, le chiede “Piacere di conoscerti, io mi chiamo Leonardo. Vedo che siamo entrambi da soli, quindi permettimi di tenerti compagnia e offrirti da bere”.

Ecco, ti faccio una domanda. Immagina essere la donna della storia. A quale dei due uomini (che in realtà sono lo stesso uomo) potresti dare una possibilità?

Se ti piace il genere stalker psicopatico forse sceglierai il primo, ma sono convinto che chiunque preferirebbe il secondo. La persona è la stessa, ma l’impressione che proietta nel primo caso è diametralmente opposta che nel secondo.

La differenza è che probabilmente al secondo uomo viene concessa l’opportunità di conoscersi, e costruire una relazione (in senso comunicativo, non per forza una relazione sentimentale), mentre al primo quest’opportunità viene, probabilmente, negata.

Perché come diceva sempre il saggio Oscar Wilde, non hai mai una seconda opportunità per fare una prima buona impressione.

Gioie e Dolori dell’essere Sovversivi

Sono quello che quando andava all’università non sopportava studiare sui libri, ma amava andare a visitare le aziende, per capire come funzionassero. Quello che non aveva paura a rispondere alle domande che il professore lanciava all’aula, non certo per farsi vedere dai compagni, ma per capire se, davvero, aveva capito.

Sono quello che, quando lavorava come dipendente, non aveva paura ad esplorare progetti che spingessero il limite di quello che la tecnologia ci permetteva di fare. Quello che scappava quando si rendeva conto che l’azienda non voleva nemmeno riconoscere i problemi che affliggevano la sua quotidianità.

Insomma, sono sempre stato un tipo strano. Anzi, più che strano, un sovversivo. Uno che non ha paura a mettere in discussione il modo in cui tutti fanno le cose. Che non si accontenta della prospettiva più immediata. Uno che, alla fine della giornata, è un gran rompiscatole.

Penso che noi sovversivi siamo una minoranza della popolazione, e che tutto sommato sia meglio così. Penso che abbia a che fare con la nostra eccessiva propensione al cambiamento: se ci fossimo solo noi, il mondo non saprebbe dove andare.

Pensiamo a un’azienda. Nell’azienda tipica c’è un capo, che può essere il titolare, o l’amministratore delegato, che in linea di massima dà gli obiettivi aziendali, e poi la macchina aziendale, più o meno complessa, si mette in moto per raggiungerli. L’azienda tipica non è un sistema democratico, in cui ciascuno ha il diritto di voto; è una tirannide, dove l’unica cosa che conta è il volere dell’augusto, e tutto ciò che viene fatto deve comunque andare nella direzione da esso definita.

Ora, proviamo a mettere un sovversivo in questo ecosistema. Quando non penserà a ribellarsi al potere dell’augusto farà comunque cose che non necessariamente trainano nella direzione da esso definita. Non si fa scrupoli a remare contro, se pensa che la direzione sia quella sbagliata. Non ha paura ad entrare in conflitto con il resto del mondo.

Una piccola quantità di queste persone può essere buffa, e se correttamente valorizzata perfino utile. Ma immaginiamo un’azienda fatta interamente da esse. Mi viene da piangere solo all’idea: l’incubo di ogni capo.


Io sono un sovversivo, e ho imparato a valorizzare questa cosa nel mio lavoro. Adoro quando entro nelle aziende, parlo con le persone, e in qualche modo tocco dei bottoni per cui nel giro di pochissimo tempo moltissime cose cambiano. Quando provavo a farlo da dipendente, ricevevo solo occhiate storte. Oggi le persone mi pagano anche per farlo. Vai a capire.

Beh, in realtà lo capisco. Perché in ultima analisi anche il mio cliente un po’ sovversivo lo è. Magari perché non si accontenta del modo in cui sta facendo le cose. Magari perché quando vede un problema anche lui vorrebbe risolverlo.

Essere sovversivi è in qualche modo una condanna a non sapersi adattare alle cose che non funzionano. Per me significa che quando c’è un problema da risolvere lo si risolve. Non ci si adatta alla situazione così com’è, salvo lamentarsene dopo. Perché a ben vedere un sovversivo è strano, anche per questo motivo: non ama lamentarsi, ma ha bisogno di agire.

Insomma, un po’ un pirata che non ha paura di affrontare il mare in tempesta. E se alle persone normali i pirati non piacciono poi così tanto (e la tempesta men che meno), come può, lui, rinunciare al richiamo del mare?