Nessuno ha voglia di Cambiare

Qualche giorno fa stavo tenendo una lezione sul Problem Solving in un’aula, e una dei partecipanti mi ha fatto una domanda che avevo già sentito diverse volte.

“Ma se il problema è stato causato da qualcun altro, perché devo essere io a gestirlo?”

Credo che la domanda in questione rappresenti uno dei principali punti di scontro di chi si affacci a queste tematiche la prima volta.

La risposta, in effetti, è semplice. Un problema non è mai oggettivo, ma una situazione diventa problematica per noi quando tutto quello che abbiamo, o non abbiamo fatto (o anche solo pensato) fino a questo momento per provare a risolverla non ha funzionato. E quindi, se una situazione è un problema per noi, significa che siamo noi che stiamo facendo qualcosa di sbagliato (e questo è il concetto strategico di tentata soluzione).

Davvero, la faccenda non è più complessa di così.

Ma perché, allora, è così difficile assumersi la responsabilità dei nostri problemi? Probabilmente anche solo perché cambiare è difficile. E il nostro cervello, che è notoriamente un gran pigrone, non fa altro che scaricare sugli altri la responsabilità del problema. Che siano gli altri, insomma, a farci qualcosa. Io, tutto sommato, cosa ci posso fare?

Questo concetto viene descritto in psicologia utilizzando una parola che proviene dal mondo della biologia, e che personalmente apprezzo moltissimo: omeostasi. Definita come la caratteristica di un sistema di adattarsi in una situazione di equilibrio, per quanto disfunzionale, piuttosto che cambiare. E quando il cambiamento avviene, questo porterà comunque a costruire un nuovo equilibrio.

Insomma, hai presenti tutte quelle frasi che mandano in bestia un po’ tutti?

  • qui abbiamo sempre fatto così;
  • meglio un uovo oggi che una gallina domani;
  • no’ stà a tocàr (non toccare quello che funziona);
  • questa non è una mia responsabilità;
  • è colpa sua;
  • a questo ci pensiamo in un altro momento.

Insomma, tutte quelle espressioni che in un modo o nell’altro ci fanno scivolare nell’inattività, nel desiderio di non voler affrontare le situazioni problematiche.

Ma state tranquilli, non ne abbiamo colpa. Siamo tutti fatti così. Tutti facciamo fatica a cambiare. A nessuno piace uscire dalla comfort zone. Possiamo dirlo un po’ in tutte le salse.

Ed è per questo che poi in tanti parlano di Problem Solving. In tanti fanno i corsi, e sono anche bravi ad applicare i modelli. Poi, però, quelli che ci riescono davvero, dico nella vita di tutti i giorni, sono pochissimi.

Perché risolvere i propri problemi significa, in fin dei conti, assumersi la responsabilità, ed essere disposti a fare qualcosa di diverso.

E tu in che categoria rientri? Quella di chi cambia, o quella di chi ha problemi?

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