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Elegia di un cazziatone

Ricordo che ero seduto al mio posto, nell’open space. Le ore scivolavano lentamente in un’atmosfera pesante e carica di noia. Intorno a me diversi colleghi, per lo più ragazzi della mia età, altrettanto stanchi e annoiati. Era un’altra epoca, una delle mie brevi avventure da lavoratore dipendente.

D’un tratto entra lei. Formalmente è una mia collega, ma per questo progetto è la mia responsabile. Entra con il passo veloce e il volto paonazzo e contorto da una smorfia.

Su un primo istante non ci faccio nemmeno caso. Almeno fino a quando non si mette in piedi di fianco a me, ad una distanza troppo ridotta perché sia considerata confortevole, sopratttutto visto che inizia ad urlare.

Sento il mio volto che diventa rosso e non so nemmeno perché. Sta parlando di un lavoro consegnato al cliente e fatto male dal sottoscritto. Urla e sbraita, e non mi dà nemmeno il tempo per replicare. Se ne va prima che possa dire nulla, lasciando dietro di sé un’atmosfera di gelo e imbarazzo. I miei occhi sono nuovamente fissi sul computer, ma questa volta non vedo nemmeno quello che c’è scritto.

Lei urla, e io non riesco a dirle che quel lavoro non l’avevo mai fatto, e l’ho svolto al massimo delle mie capacità. Non riesco a dirle che le ho chiesto aiuto più volte, ma lei era troppo impegnata a portare avanti altro lavoro importante per darmi del supporto. Non riesco a dirle che prima di mandarlo al cliente le ho ho inoltrato il lavoro, ed è lei che mi ha detto “va benissimo così, mandalo“.

Per usare una metafora comune, sono appena stato buttato sotto il treno. Il cliente si è lamentato con la mia responsabile che ha scaricato la colpa su di me, e quello che ci ha rimesso la faccia sono io.

Da quel giorno sono passati parecchi anni, e ogni tanto mi torna in mente. Accade tutte le volte che un cliente mi racconta di un grave errore commeso da un suo collaboratore, o di una sfuriata avvenuta. E mi si accende quella sensazione di rabbia e frustrazione che ho provato quella volta.

Quel piccolo, quasi invisibile momento in cui si passa da un mondo in cui tutti si va nella stessa direzione, a uno in cui si è noi contro di loro. Dipendenti contro azienda.

Questione di prospettiva

L’altro giorno mia moglie ascoltava la radio, e a un certo punto Fabio Volo se n’è uscito con una grande verità.

Limitate i contatti sociali, chiusura alle 18.00, niente cinema né palestra. In pratica questo mini-lockdown ha generalizzato la condizione di coppia giovane con figli piccoli.

Mi sono messo a ridere, principalmente perché è vero: proprio il giorno prima io e mia moglie ragionavamo sul fatto che, a parte qualche disagio potenziale (ci sarebbe piaciuto iscrivere nostra figlia in piscina), queste misure non hanno un grande impatto tra di noi.

Certo, comprendiamo bene la difficoltà in cui si trovano molte attività, soprattutto quelle legate al mondo della ristorazione, oggi. In prima misura perché la viviamo anche noi: io, in particolare, faccio parte di quel famoso mercato dell’indotto di cui tutti parlano, ma pochi si preoccupano.

Insomma, come si dice, il piatto piange. E questo è un problema, certo che lo è.

Inutile raccontarcela: la situazione è critica per molti. Ma non è questo il punto.

Con il primo lockdown di questo marzo ci siamo trovati impreparati e impauriti. Il futuro ci appariva più incerto che mai. Poi, quest’estate, con la riduzione dei contagi e l’allentamento delle misure di sicurezza ci siamo sentiti in vacanza. Ci dicevamo che il peggio era passato, che non si sarebbe mai arrivati ad un nuovo lockdown.

Non so voi, io non sono mai stato granché ottimista. O meglio, credo molto in quel proverbio inglese che dice spera nel meglio, ma preparati al peggio. In questi mesi, quindi, ho continuato quel processo di revisione e trasformazione del business che ho iniziato questa primavera, e per quanto la situazione appaia tutt’altro che rosea, non posso dire che, almeno per me, fosse inattesa, e ora mi sento abbastanza preparato, nonostante rimanga fondamentalmente pessimista.

Ma questo mi aiuta a restare sano, dopotutto.

Ci vedo anche i lati positivi. Da quando, ormai due anni fa, è nata mia figlia, me la sono davvero goduta. Non è andata al nido, né abbiamo avuto baby sitter: io e mia moglie abbiamo fatto parecchi salti mortali per starle davvero dietro e seguirla. L’effetto lo notiamo in modo evidente: tra un mese compirà due anni, ed è una bimba emotivamente matura, che parla moltissimo per la sua età, e ci riempie di gioia e orgoglio.

Perché a questa cosa del non dover cercare un compromesso tra vita e lavoro ci crediamo davvero. Che poi è il vero smart working (non pandemic woeking, e neppure remote working): alla fine si tratta di progettare il proprio lavoro in modo che rispetti i propri tempi e spazi, e ci metta in condizione di trarre il massimo valore in tutti gli ambiti della nostra vita.

Insomma, il piatto piange, ma noi no.

Mia figlia è disobbediente

Tra poco più di un mese mia figlia compirà due anni.

Chi è genitore sa che questa è un’età del tutto particolare. Non come l’adolescenza, certo (per quella ho tempo di prepararmi), ma non è un caso se vengono chiamati i terrible twos: quelli che fino a pochi giorni fa erano i nostri angioletti ubbidienti diventano all’improvviso bestie assatanate, che fanno capricci per ogni cosa, che dicono sempre no, e che mettono seriamente alla prova la nostra pazienza.

E quindi via di sgridate, occasionali sculaccioni, e arrabbiature varie.

Da parte mia penso di essere fortunato: mia figlia è stata testarda fin dal primo momento, ha sempre fatto le cose come decideva lei, ma c’è da dire che io e mia moglie non abbiamo mai nemmeno particolarmente investito sul renderla un angioletto obbediente. Quello che vivo oggi, quindi, non è che la naturale evoluzione del suo percorso di crescita: quello di una bambina di due anni che sta imparando (con grande orgoglio del suo papà, lo ammetto) a esprimere concetti sempre più complessi, e quindi a pensare in modo più complesso alla realtà. Realtà che ha bisogno di eplorare con relativa libertà.

Certo, io e mia moglie viviamo sempre con un occhio vigile per evitarle di procurarsi danni permanenti, ma non ci facciamo grossi problemi se scivola, se si sporca, se per giocare si chiude le dita nei cassetti. Non l’abbiamo mai fatto, in effetti.

Non credo nell’obbedienza come virtù. Anzi, credo che abbia molto più senso imparare la disobbedienza. Ciò che vogliamo insegnare a nostra figlia è che le azioni hanno delle conseguenze, e le poche regole che le imponiamo sono pensate per evitare quelle negative. E viviamo con serenità il fatto che possa scegliere di infrangere quelle regole, e pagarne le conseguenze.

Questo perché molto più che all’obbedienza, crediamo alla responsabilità. E se deve affrontare una certa dose di dolore fisico, frustrazione ed emozioni negative per comprenderla, direi che questo è un prezzo decisamente misero.

Mia figlia è disobbediente, ma i suoi due anni non sono poi così terribili. Anzi, si preannunciano, tutto sommato, responsabili.

La potatura dei rami freschi

Sono una persona umorale, un modo forse più elegante per dire che sono incredibilmente incostante.

Mi lancio con grante entusiasmo in progetti che poi con altrettanto scarso entusiasmo lascio perdere. Anche se in realtà non si tratta semplicemente di una questione di motivazione o entusiasmo, e non me ne vogliano i tanti motivatori del “solo chi continua a provare alla fine ha successo“.

Credo realmente nella ritirata strategica, e nei fallimenti controllati. Mi do degli obiettivi molto concreti per quel che riguarda i risultati che voglio ottenere in questo o quell’altro progetto, e il non raggiungerli già durante la fase esplorativa mi fa pensare che quella non sia una strada praticabile per me.

Non è necessariamente vero, naturalmente. In molti casi basterebbe raffinare meglio i miei impegni per raggiungerli. In realtà uso spesso queste occasioni per ragionare con me stesso su ciò che voglio o non voglio fare. Penso, ad esempio, ai video su YouTube: ho iniziato a farli in un’epoca di Pandemia, già sapendo che il video non è il mio medium di riferimento, e che quello era solo un esperimento per valutare le potenzialità di uno strumento. E a fronte di risultati meno che tiepidi, ho deciso di sospendere questo sforzo.

Un paio d’anni fa mio suocero ha piantato delle piante di pomodoro nell’orto. Il pomodoro è una pianta quasi infestante, che cresce moltissimo semplicemente se riceve abbastanza acqua e sole. Se lasciata a se stessa, però, i pomodori che produce sono insipidi e acidi. Quell’estate mio suocero passò molto tempo a curare le sue piante, potando moltissimi rami freschi, e il risultato fu che i pochi rimasti erano gonfi di pomodori e dolcissimi.

Ecco, mi piace pensare al mio lavoro come a una pianta di pomodoro. Oggi, per me, è un momento di potatura di tutti quei rami non principali, che appesantirebbero solo la mia pianta, rubando nutrimento a tutto il resto.

Quello che le donne (non) vogliono

Il livello del mio Spritz al Campari scende lentamente, accompagnato dal vociare delle persone. L’oliva l’ho sempre tenuta per ultima. Sì, lo so che molti preferiscono mangiarla all’inizio, ma per me è un piccolo momento di godimento che mi tengo alla fine. Vicino a me una conoscente, amica di un’amica, si lancia con la sua voce appena troppo alta nell’apologia del femminismo. Spiega a tutti i presenti il concetto di soffitto di cristallo, che le donne devono scegliere tra carriera e famiglia, del gender pay gap. Spiega che ci sono dei lavori in cui le donne non possono nemmeno entrare. Che un presentatore uomo una volta si è messo lo stesso vestito per un anno intero e nessuno se n’è accorto, mentra se una donna si mette per due giorni due vestiti identici le danno della sciattona. Sciorina le percentuali sulle violenze domestiche sulle donne.

Sì, insomma, le solite cose.

Io la lascio parlare, dedicando almeno metà della mia attenzione al mio spritz. Ha ragione, ed il problema è proprio questo. Finché avrà ragione, femminismo sarà solo una parola pronunciata dagli uomini con disprezzo, come quando parlano del ciclo.

Provo ad aiutarla, e lo faccio con delle parole per cui mi odierà. Già lo so.

Ti invidio, le dico.

Ti invidio perché puoi scegliere tra carriera e famiglia. Io, come uomo, non posso. Devo dedicarmi alla carriera, oppure essere chiamato mammo.

Ti invidio, perché ci sono dei lavori in cui gli uomini non possono nemmeno entrare.

Ti invidio, perché hai un potenziale comunicativo, attraverso la tua immagine, che come uomo non ho. Se io mi metto lo stesso vestito per un anno, infatti, non se ne accorge nessuno, perché nessuno mi nota.

Ti invidio per le percentuali sulle violenze domestiche sulle donne, perché almeno se ne parla, mentre di quelle sugli uomini non parla nessuno.

Alla fine della giornata, le dico, solo cambiando prospettiva riusciremo a risolvere il problema. Le dico che può chiamarmi maschilista, perché credo che il fatto che l’uomo sia forte e dominante e la donna debole e indifesa sia esattamente il pregiudizio che vogliamo combattere, e io preferisco farlo raccontando la storia opposta.

Che l’uomo è quello debole e indifeso, e la donna forte e dominante.

Lei mi ringrazia, e insieme finiamo lo Spritz.

Da fuori è tutto più facile

Luca, nome di fantasia, mette la chiavetta nella macchinetta del caffè dell’azienda, che scivola fino in fondo facendo tintinnare le chiavi come se fossero il suono della campanella di fine ricreazione e noi giusto in ritardo per la lezione successiva.

Ho un rapporto ambivalente con la pausa caffè con i miei clienti. Amo il momento di convivialità rilassata, il senso di pausa informale. Odio quella sciacquarella marrone che nella maggior parte dei casi viene spacciata per caffè.

“Anche a me fa schifo questo caffè, ma almeno aiuta a sopravvivere al pomeriggio.” Questo lo dice Luca, bevendo a piccoli sorsi la bevanda nerastra che spigiona i suoi vapori miasmatici tutt’intorno.

Gli dico che se vogliono il premio per il peggior caffè che io abbia mai bevuto devono impegnarsi di più. Ride.

“Proverò davvero a fare quello che mi hai detto” prima di dire le parole si guarda intorno, con fare furtivo. Nessuno nei paraggi. “Quando racconti le cose sembra tutto facile. Ma poi ti ci trovi dentro, ed è tutto meno logico”

Certo, gli dico. E gli racconto il secondo assioma della comunicazione, gli spiego che le relazioni sono regole, che spesso rendono difficile fare la cosa giusta, o anche solo capire cosa sia. E che quindi un consulente la vedrà sempre più facile da fuori. Che io, però, cerco di aiutarli a costruire soluzioni che funzionino, nei loro sistemi di regole.

“Questa è una cosa che mi piace di te: si impara sempre qualcosa” Luca ha un tono di voce sicuro mentre pronuncia le parole, che non sono di circostanza, lo so.

Grazie, gli dico. E gli faccio i miei auguri per quando dovrà parlare con il suo capo.

Il Sogno del Manager

Lo conosco il sogno del manager.

Il mito del team perfetto, in cui tutti i collaboratori seguono con passione e dedizione la guida del loro leader. Il team in cui le persone sono autonome, e responsabili. Ma anche proattive e motivate. In cui le persone si fidano, tra di loro, e del loro capo.

Non ho mai conosciuto, ad oggi, un manager che rientrasse al 100% in questo sogno. Spesso basta un singolo collaboratore per spezzare l’incantesimo. Molto più spesso vedo l’incubo del manager, quello in cui le persone sono stanche e demotivate, fanno il minimo indispensabile, quando non si oppongono direttamente all’autorità del loro capo. Hanno bisogno di controllo e cazziatoni costanti anche per fare i lavori più semplici.

La soluzione facile, in questi casi, è pensare che la colpa sia dei collaboratori. Dell’organizzazione. Della politica. Della pandemia. Delle congiunzioni astrali. Ovviamente questa è una soluzione solo se l’obiettivo è mettersi la coscienza a posto, ma non risolve in alcun modo il problema.

La verità è che come manager hai la responsabilità della scarsa performance dei tuoi collaboratori a prescindere. Perché se un collaboratore non funziona in un ruolo, ci possono essere, sostanzialmente, due classi di motivi possibili.

Il primo è che quella persona è, semplicemente, la persona sbagliata per quella posizione. E non c’è niente di male, voglio dire. Se a causa di qualche bizzarra congiunzione astrale domani dovessi essere assunto per riparare lavatrici, in quel ruolo non potrei mai funzionare, e produrrei solo della grande insoddisfazione nei miei clienti.

Il secondo è che quella persona non viene messa nelle condizioni di dare il massimo.

Ecco, sarebbe facile pensare che solo nel secondo caso il manager potrebbe fare qualcosa, e comunque dovrebbe prima capire di quale delle due casistiche si tratta. In realtà, il problema è molto più semplice: basta creare uno spazio in cui i collaboratori possano dare il massimo, in modo da riconoscere i secondi e stanare i primi. E di nuovo, la responsabiità sta, a questo punto, nel trovare il modo di allontanarli.

Ed ecco, così, miracolosamente avverato il sogno del manager. L’unico problema è che per raggiungerlo ci si deve, effettivamente, impegnare.

Curiosità. Insoddisfazione. Sofferenza. Serenità.

Il manager si alza, e mi ringrazia, e io ho giusto il tempo di prendere un appunto rapido, prima che inizi la prossima sessione di coaching, con un suo collega. Le giornate di questo tipo scorrono veloci, senza che ci sia davvero il tempo per tirare il fiato. Spesso, quando finiscono, mi limito a stendermi sul letto mio, o della camera d’albergo in cui mi trovo, a lasciare che il fumo si dissipi, lentamente, dal mio cervello.

Mentre le dita scorrono veloci sulla tastiera, recupero dalla memoria i passaggi salienti della nostra chiacchierata. La sessione è stata molto interessante, perché mi ha permesso di contribuire alla validazione di una teoria a cui sto lavorando da un po’ di tempo. Le teorie sono sempre belle, sulla carta, ma se non si progettano degli esperimenti per comprendere se sono vere o false, non servono a granché. Molti pensano che il cuore del mio lavoro sia quello di aiutare le persone e le aziende a migliorare, ma non posso dire che questo sia del tutto vero per me. Certo, è un aspetto importante e centrale, ma la cosa più appagante per me è studiare, sperimentare, scoprire. Insomma, nutrire la mia curiosità fuori controllo.

Neil DeGrasse Tyson, forse il più famoso divulgatore americano, paragona la conoscenza a un cerchio, in cui l’essere umano è posizionato al centro. Ogni nuova scoperta aumenta la dimensione del cerchio, ma così facendo ne aumenta anche la circonferenza, ovvero il suo orizzonte. La metafora serve a spiegare che più aumenta la nostra conoscenza, più aumenta anche l’orizzonte con ciò che ancora non comprendiamo. E per questo la nostra curiosità non sarà mai, veramente, soddisfatta.

L’ho sempre sostenuto, in effetti: la vita del curioso è fondamentalmente fatta di insoddisfazione costante. Se un curioso è pienamente soddisfatto della sua scoperta, allora non continuerà a cercare. Un po’ come chi crede nel concetto di perfezione. La perfezione è stasi, è il miglioramento ad essere movimento. Se Einstein avesse pensato che la relatività ristretta era una teoria perfetta avrebbe semplicemente smesso di cercare, e non sarebbe arrivato alla relatività generale, e poi oltre. Il che ci racconta che anche lui era una persona fondamentalmente insoddisfatta, incapace di accettare davvero ciò che aveva raggiunto, spinta sempre in avanti.

Curiosità e insoddisfazione sono due motori, potenti e complementari. La prima ti tira verso il futuro, la seconda ti spinge via dal presente. Il che ti può anche far uscire di testa, o se non altro far vivere una vita di sofferenza. Ma questo avviene solo se miri alla perfezione. Come ogni vero viaggiatore sa, infatti, il punto non è la destinazione, ma il viaggio in sé. Solo se si riesce ad accogliere questa visione del mondo nel proprio intimo si riesce a vivere con serenità il mutamento costante.

E a godersi il presente. Il viaggio. La ricerca continua.

Mi resta giusto il tempo di una veloce corsa in bagno, prima di iniziare a lavorare con il prossimo manager.

Non è una questione di obiezioni

La parlantina del venditore è ricca e veloce. Non sono sicuro che attraverso Zoom riesca a cogliere la mia espressione annoiata. A guardarmi, in effetti, il mio volto sembra acceso di curiosità e di interesse, ma del resto faccio il coach, e quando ascolto qualcuno che parla, indosso in modo automatico questa faccia. Non è il tipo di abitudine che una piccolezza come una pandemia possa modificare.

Non sono sicuro su come dovrei comportarmi, al netto del fatto che mi è piuttosto chiaro che il servizio che sta cercando di vendermi non mi serve per nulla, e che di conseguenza qualunque offerta o prezzo possa volermi fare superiore al gratis non sarà adeguato. Potrei fermarlo qui, dirgli che la sua spiegazione è molto chiara, e mi ha permesso di capire che quel servizio non mi serve, dicendogli che non voglio rubargli del tempo. Oppure potrei fare il bastardo, stare al gioco, dargli l’impressione di aver chiuso la vendita, ma non sottoscrivere nessun contratto.

Rispetto il suo lavoro, e non provo dell’antipatia nei suoi confronti, quindi scelgo la prima. Grazie, gli dico. Il tempo che mi ha dedicato mi ha aiutato a capire che questa cosa non fa per me, gli dico.

Non voglio rubargli altro tempo, gli dico.

Ma no, lui non ci sta. E allora inizia con le domande. Sì, quelle domande a cui puoi rispondere solo sì, una sequenza infinita che alla fine, in virtù del principio di Coerenza ti porterà a dire l’unico sì che conta, quello alla firma del contratto.

Ok, io la possibilità te’ho data, ma tu hai deciso di non coglierla. Ora faccio il bastardo, e devi sono ringraziare te stesso e i corsi di Vendita Efficace che hai frequentato.

E ci prova, si vede che si impegna. Il suo disco di vendita è perfetto, smonta le mie obiezioni, una dopo l’altra, e mi costringe a dire una serie di sì. E io non mi preoccupo, anzi, sono perfettamente sereno. E lui scambia la mia serenità per sicurezza, pensa che io sia pronto. E allora me lo chiede: mi fa la proposta a cui non si può rifiutare. C’è anche lo sconto, valido solo per quel momento e tutto.

Al che io calo il carico da novanta. Te l’ho già detto, dico. Questo servizio non mi serve, dico.

Lui va in frantumi. Si guarda intorno, come a voler cercare qualche tecnica. Si inventa qualcosa, mi fa ancora qualche domanda. Io gli rispondo, sempre in modo educato. Alla fine mi chiede se conosco qualcuno che potrebbe essere interessato a questo servizio. Mi chiede se potrei passargli il contatto. Perché no? Gli dico. Alla fine non mi costa nulla.

Ci salutiamo, chiudiamo la telefonata. E io non gli mando nessun contatto.

Lo Smart Working ai tempi del Coronavirus

Il computer si accende, iniziando a spargere luci led pulsate per tutto lo studio. Un vezzo da gamer che non ho mai capito, apparentemente non puoi comprare una scheda video di buon livello, senza l’illuminazione da Las Vegas che però fa figo e quindi va bene. Mentre aspetto guardo l’orologio del telefono che segna 23.23, ora fortunata.

Il feed di linkedin scorre davanti ai miei occhi, e io, sottovoce, impreco.

Cerco nella parte superiore dello schermo la pagina con il mio calendario editoriale. Ci sono decisamente troppe schede aperte nel mio browser, e devo girarne tre o quattro prima di trovare quella giusta. Ricordavo bene, l’argomento dell’ultimo mese è stato la Performance in azienda, quello della settimana è lo Smart Working. Torno su LinkedIn, dove uno dopo l’altro scorrono post taggati #coronavirus e #smartworking.

Smetto di tormentare la rotella del mio mouse, e iniziocon i miei capelli.

Valutiamo le opzioni.

Potrei cambiare argomento. Nessuno saprebbe mai nulla. Mi secca un po’, perché avevo davvero voglia di parlare di smart working questa settimana. Oppue potrei parlarne, con il rischio di scadere nello sciacallaggio mediatico, che è un po’ quello che stanno facendo tutti in questi giorni.

Un post cattura la mia attenzione.. Si chiede quanti di quelli che applicheranno il telelavoro in questi giorni lo manterranno a crisi passata. Ragiona sul fatto che molti che oggi sono paladini dello smart working fino a ieri lo rifiutavano per partito preso.

Più leggo, e più la sensazione che ho è che le persone, in generale non abbiano capito che cosa sia, davvero, lo smart working. Non l’imprenditore che pubblica il post dicendo che fa lavorare i dipendenti in smart working per una settimana. Né il nomade digitale con il suo mojito di fianco al portatile su una spiaggia tropicale.

Perché alla fine della giornata smart working non è lavorare da casa, come non è ferie illimitate od orari flessibili. In effetti, è tutte queste cose, e nessuna di esse. Perché lo smart working, quello vero, è più che altro uno stile organizzativo e aziendale, fatto di pricessi, e piccole migliorie, che in molti casi passano assolutamente inosservate.

In definitiva, si tratta di creare aziende a misura di persona, anziché persone a misura d’azienda.

Se parliamo di telelavoro, ad esempio, possiamo essere tentati dal dire che l’idea che le persone possano lavorare da casa anziché farsi ogni giorno ore imbottigliati del traffico sia sicuramente migliore, e smart. In realtà, a ragionarci un attimo, anche il telelavoro ha i suoi aspetti negativi: crea isolamento, e diluisce la cultura aziendale. Rende di fatto le persone reperibili costantemente, anche fuori dall’orario d’ufficio, e non ultimo scarica l’onere del curare l’ecosistema sul lavoratore. A pensarci, non è poca cosa: in azienda c’è qualcuno che (in teoria) si occupa di procurare sedie comode, e pulire i bagni ogni giorno. A casa quest’onere ricade tutto sul telelavoratore. Non c’è nulla di smart in questo.

Senza contare che, per funzionare bene, questo tipo di lavoro richiede un aumento esponenziale della comunicazione virtuale che, come è chiaro a chi come me studia fenomeni comunicativi, rende molto più facile che si creino situazioni di incomprensione e frainteso. Il che, naturalmente, non significa che il telelavoro sia sbagliato o dannoso, ma che l’introdurlo in modo forzato, ad esempio a causa di un’epidemia virale, creerà probabilmente più problemi di quelli che potrebbe risolvere, tanto che alcuni dei super generosi che hanno concesso lo smart working fino a quando l’epidemia non sarà rientrata, probabilmente, arriveranno a chiedersi perché non abbiano semplicemente chiuso l’azienda e mandato le persone in ferie per un paio di settimane.

Perché la verità è che lo smart working ai tempi del Coronavirus non è smart working. Alla fine, è solo l’ennesimo tacon peso del buso (pezza peggio del buco).

Ok, direi che qualcosa da scrivere ce l’ho. Mia figlia ora dorme, e le mie dita scorrono, veloci, sulla tastiera.