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La passione per la Scienza

Fin da bambino sono sempre stato appassionato di Scienze. Quando frequentavo la scuola elementare questa passione nasceva dalla meraviglia per la pubblicità del Piccolo Chimico. Si è, però, riconfermata negli anni, e sono sempre stato catturato dal fascino di quella materia che cercava di spiegare la realtà, oltre alla mera osservazione diretta.

Nonostante questo, all’Università non finii a studiare Chimica o Fisica, come forse sarebbe stato naturale, ma rimasi incastrato a Ingegneria, pensando che le scienze applicate fossero un eccellente sbocco per me. Inutile dire che mi sbagliavo, e mi resi presto conto che quel tipo di studio era troppo metodico e quadrato per la mia mente che è, probabilmente, più caotica.

Finii così quasi per caso a studiare Economia, e per qualche insolita ragione mi piacque. Ricordo, però, il mio stupore, e soprattutto il mio scetticismo, quando mi approcciai all’esame di Microeconomia in cui il primo capitolo era dedicato alla spiegazione dell’Homo Oeconomicus, un essere astratto che prendeva decisioni in maniera perfettamente razionale. Ricordo che il libro divagava molto sul fatto che quella fosse certamente una semplificazione della realtà, ma che negli ultimi cento anni quella semplificazione era riuscita a descrivere in modo molto accurato i fenomeni economici, e in grande misura anche a prevederli (anche se quella tendenza si stava riducendo negli ultimi anni). E rimasi ancor più scettico quando compresi che su questa bestia mitologica era di fatto basata l’intera teoria economica.

Fu in quel momento che mi riavvicinai alla Scienza, da una prospettiva che nemmeno conoscevo: quella del metodo scientifico. Come poteva un intero libro, un intero corso di laurea, essere basato su ipotesi totalmente irrealistiche e false? Non serviva certo un genio per comprendere come se si parte da una ipotesi così semplificata da essere falsa, la teoria stessa potrà essere giusta solo per mera coincidenza.

Erano gli anni della grande crisi economica, e gente come Nassim Taleb scriveva libri tipo Il Cigno Nero, in cui sbugiardava alcune verità che erano ormai consolidate nel mondo dell’economia e della finanza. Io decisi di approfondire l’argomento, e approfittai della mia tesi triennale per documentarmi un po’ sul problema: approfondii il tema della ricerca scientifica in ambito economico, chiedendomi in modo quasi ozioso se l’economia possa essere considerata una scienza.

Quello che trovai mi stupì, anche se in qualche misura dovevo aspettarmelo: gli studi economici nella stragrande maggioranza dei casi sono del tutto privi di alcun metodo. Utilizzano in modo acritico la statistica per produrre risultati che confermano le tesi. In buona sostanza, hanno la stessa validità scientifica di un oroscopo di Paolo Fox.

Un po’ per questo rimasi scettico per molti anni su tante cose che venivano raccontate come scientifiche: se si scavava a fondo si scopriva che in realtà c’era ben poca scienza, solo un po’ di numeri ben organizzati. Nel tempo, però, qualche cosa che ha fondamento scientifico l’ho trovata, come i modelli che uso nel mio lavoro.

A margine, però, non posso che chiedermi se questa mia passione (ma chiamiamola pure ossessione) per la scienza abbia senso, oppure no. Ci sono tante tecniche lì fuori, tanti strumenti che funzionano nonostante non abbiano alcuna solida base scientifica. Ma questo non li rende meno efficaci.

La risposta che mi sono dato è che la scienza è il linguaggio che noi umani abbiamo inventato per descrivere, e prevedere la realtà. In quanto linguaggio, è certamente limitato e riesce a rappresentare solo una porzione soggettiva della realtà. Però, tra i tanti, è il più organizzato, ed efficace. Insomma, la scienza non è, per me, una verità assoluta fine a se stessa, ma uno strumento di analisi e di validazione importante.

Insomma, avrà i suoi limiti, ma in questo momento è lo strumento migliore che abbiamo.

Mi manca leggere

Da quando è nata mia figlia molte cose sono cambiate, per me.

E nella maggior parte dei casi sono cambiate in meglio. Ora la mia vita è decisamente più piena, e io sento di aver raggiunto un nuovo senso di completezza, nella mia famiglia. Alcune cose però, devo ammetterlo, della mia vita precedente mi mancano.

Il sonno, sicuramente, è una di quelle. Sono alcuni mesi che non ho una notte di sonno intera, e da quando è nata lei in generale una notte di sonno come la vorrei, o anche solo come ero abituato in passato. Una in cui vai a letto molto tardi, e ti svegli altrettanto tardi la mattina. Anche quando sono in trasferta per lavoro, ormai, mi sveglio verso le 4 di mattina immaginando il suono di mia figlia che piange di fianco a me.

Eppure, il sonno non è quella che mi manca di più. Certo, un po’ di sonno vero migliorerebbe notevolmente la qualità della mia vita, ma ormai sono abbastanza abituato a funzionare anche in questo modo, anche se sono convinto che quando mia figlia sarà un po’ più grande, e ricomincerà a dormire sistematicamente tutta la notte, io mi sentirò rinato.

Un’altra cosa che mi manca molto è la mia oretta di videogiochi prima di dormire. Sono alcuni mesi che il mio account Steam è dormiente, la sera sono semplicemente troppo stanco per accendere il mio buon vecchio Assassin’s Creed e fare una partita. Di solito mi limito ad attaccare Netflix, ed è morta lì. Anche questa cosa, però, sono convinto che a breve migliorerà: mia figlia sta diventando progressivamente più regolare nell’andare a letto, e quindi il mio tempo serale dedicato a me stesso aumenta.

Il lavoro, in effetti, non ne ha risentito granché. A parte il fatto che il punto focale del mio lavoro resta quello che svolgo con il cliente, in un modo o nell’altro riesco a ritagliarmi tutto il tempo che serve, senza sacrificare figlia e aziende domestiche, a curare tutto il mio backoffice.

Una cosa che non mi manca per nulla, invece, sono le serate fuori. Vuoi perché di tanto in tanto usciamo comunque, con bestia a seguito, vuoi perché in ogni caso non sono mai stato un grande animale notturno. Quello che ho scoperto è che se già quando ti sposi il tuo vecchio giro di amici storici più o meno sparisce, sostituito da coppie giovani, anche quando hai un figlio il tuo giro di frequentazione cambia. L’altra sera, ad esempio, io e mia moglie siamo andati a mangiare sushi con due amici che hanno un figlio di neanche 6 mesi più piccolo della nostra. Il locale ci aveva dedicato una saletta, che è stata prontamente dedicata a nursery per questi angioletti addormentati (sono angioletti solo finché dormono, altrimenti dopo le 9 di sera sono delle bestie immonde).

La cosa che mi manca davvero, invece, è la lettura. Prima di avere una figlia passavo quotidianamente molte ore a leggere, mentre oggi questa cosa è davvero difficile. Il mio momento prediletto per la lettura è sempre stato a letto, ma ora che mia figlia dorme accanto a me non si può stare con la luce accesa (ebbene sì, leggo ancora libri cartacei nonostante la mia preferenza sia spiccatamente per quelli digitali, che comunque non risolvono il problema della luce).

E leggere mentre lei gioca non è lo stesso: non è come perdersi in un libro, dimenticandosi del tempo, perché lei vicino chiede attenzioni, oppure si arrampica sul mobile della televisione, o infila le dita dentro i buchi delle prese.

Alla fine, però, mi sono reso conto che è solo questione di riorganizzare. La priorità indiscussa, ora, è mia figlia, ma per le piccole cose è giusto ritagliare dei piccoli spazi. Una cosa che ho notato, ad esempio, è che non ho più tempo per cazzeggiare. Non posso perdermi via a guardare video su facebook: ogni momento di ozio è prezioso, e va sfruttato in modo oziosamente ricco. Che per un pigro come me, voglio dire, è essenziale.

Perdere pezzi

C’è stato un momento della mia vita in cui ero una persona precisa, quasi ossessiva nella mia attenzione al dettaglio.

No, non è vero, un momento del genere non è mai esistito, sono sempre stato un castrone. Il tratto ossessivo, però, l’ho sempre avuto: quando andavo al liceo, ad esempio, potevo trascorrere serenamente un’intera lezione a riempire un foglio a quadretti con disegni geometrici e regolari. Mi sono reso conto che non ero una persona precisa, però, solo all’università, quando quella scarsa attenzione al dettaglio, che mi sarebbe stata essenziale per superare gli esami di fisica (durante la mia esperienza fallimentare a ingegneria) o di diritto (durante quella meno fallimentare a economia), non mi permetteva di passare gli esami.

Ricordo distintamente me stesso durante lo studio per l’esame di diritto privato. Probabilmente la chiarezza del ricordo nasce dal fatto che diedi lo stesso esame sette volte, prima di passarlo all’ottava. Ricordo la sensazione di avere perfettamente chiare le logiche che sottendevano a un insieme di leggi, i principi che guidavano la giurisprudenza, ma inciampare clamorosamente quando dovevo ricordarmi se una certa clausola era o meno prevista in un dato articolo. Odiavo il diritto, principalmente perché mi metteva di fronte alla mia incapacità.

Vincere questa particolare battaglia per me ha chiesto tempo e un livello di fatica decisamente importanti, ma ce l’ho fatta. Alcuni dei dettagli di quell’esame, e soprattutto di ciò che mi chiese il docente all’orale, sono ancora impressi nella mia mente. A dimostrazione che anche un castrone come me, se si impegna, può essere preciso.

Nella vita ho conosciuto anche persone incredibilmente precise. Nel loro modo di lavorare l’errore non era consentito, la precisione era la norma. E per quanto oggi si viva nell’era del better done than perfect, e io sposi appieno questo modo di pensare, non posso che provare ammirazione per chi ha il talento per la precisione.

Talento, questa parola, oggi, è così abusata. Chi si occupa di queste dinamiche sa benissimo che il talento è un ottimo punto di partenza per sviluppare le proprie capacità, ma se non necessariamente coltivato non porta lontano. Allo stesso modo, il duro lavoro da solo ci porta a livelli molto alti, ma non eccezionali. Insomma, la magia succede dove talento ed esercizio costante si incontrano.

Mi rendo conto che questo, per me, sia quasi uno sfogo. Essere precisi, nella mia linea di lavoro, è relativamente superfluo, visto che il mio approccio è squisitamente qualitativo, ma in alcuni momenti, ad esempio quando si seguono progetti, ecco che torna l’importanza dell’attenzione: si devono fare le giuste cose, nel giusto ordine, e il perdere pezzi si traduce inevitabilmente in fallimenti, ad esempio nel fatto che due o tre persone mi danno buca per partecipare ad un evento che sto organizzando, perché non sono stato abbastanza fluido nell’organizzazione.

Perdere pezzi è anche quasi inevitabile, quando si seguono tre o quattro progetti contemporaneamente, e una bimba di poco più di nove mesi che sta mettendo i denti e non ti lascia dormire la notte nell’equazione non aiuta.

Una richiesta di giustificazione? No, solo mera constatazione: non sono una persona precisa, e ogni tanto ne pago le conseguenze. Oppure devo fare tanta, tanta fatica in più, e non sempre riesco a tollerarlo.

Esperimenti sociali

Mi piace molto LinkedIn.

Non perché è un social professionale, o perché mi aiuta a trovare nuovi clienti (sì, beh, un po’ anche per questo). Non perché è meno generalista di facebook, e le persone in generale si tengono su un livello più alto.

Mi piace perché è un coacervo di torbida ipocrisia.

Non solo di persone che millantano competenze che non hanno o che portano il concetto di abbellimento alla sua massima espressione artistica. Anche di altri che si danno una patina di professionalità, salvo poi sparare a zero su chiunque la pensi in modo vagamente diverso da loro.

Ma nessuno offende apertamente nessuno, gli insulti sono tutti velati e sottili, incredibilmente professionali. Per questo lo adoro.

Non è vero sempre, naturalmente. Ci sono una quantità di persone, nella mia rete, con cui ho quotidianamente scambi utili ed interessanti. Con cui sviluppo opportunità di business. Ciò di cui mi sono reso conto, però, è che quando un mio post iniziava a superare la mia rete ristretta, a prescindere da quanto ragionevole o ben argomentato fosse, iniziavo a ricevere commenti di persone che non erano d’accordo con me (e per fortuna che è così, visto che il dissenso è il germe della crescita), dapprima ragionevoli e ben argomentati, poi sempre più superficiali, fino a scadere nell’insulto diretto.

Insomma, a prescindere dal contenuto, tanto più un mio post diventa popolare, quanto più si abbassa il livello. Ed è da questa intuizione che ho iniziato a fare alcuni esperimenti.

Qualche mese fa, ad esempio, scrissi un post che nelle prime tre righe conteneva tutti quegli attributi che l’avrebbero reso virale su facebook: una sparata sulle vaccinazioni dei propri figli, con rimandi complottisti alle big pharma. Leggendo l’intero post, però, spiegavo con chiarezza come quello fosse un esperimento, per vedere quante persone commentassero dopo aver effettivamente letto e compreso il contenuto nella sua interezza. Ciò che non mi aspettavo era che quello sarebbe diventato il mio post più visualizzato di sempre, fino a quel momento, e che la stragrande maggioranza delle interazioni sarebbe, appunto, stata proprio da persone che non avevano letto, né compreso.

Verrebbe da dire che ho perso la mia fiducia nell’umanità, ma la verità è che non è che ne avessi granché.

Iniziai a diventare sempre più provocante nei miei post. Mi sono reso conto, nel tempo, che questo è un modo per scremare molto efficacemente le persone, tra quelle che effettivamente leggono, e si sforzano di capire, e chi invece si fa trascinare dall’emotività dell’istante. Con le prime, ho scoperto, lavoro volentieri, mentre con le seconde la strada è tutta in salita. Alla fine, la provocazione è diventata un po’ il mio tratto distintivo, ma anche una scusa per costruire relazioni di business davvero interessanti.

Da bugiardo quale sono, questa torbida ipocrisia mi diverte, e mi fa sentire a casa. Alla fine, questi strumenti sono un enorme megafono, ci sono persone che li usano con cognizione di causa, altre solo per urlare la loro stupidità al mondo.

Il Cinismo del Consulente

Chiedersi se venga prima l’uovo o la gallina è una di quelle domande oziose, un po’ come decidere se ero prima un cinico, e per questo ho scelto il lavoro da consulente, oppure è questo lavoro che mi ha fatto diventare un cinico.

E in effetti, non è nemmeno particolarmente importante: il punto è che sono un cinico, e questo è incredibilmente utile. Ad esempio, ho aspettative molto basse nei confronti dei miei clienti, o degli altri professionisti con cui collaboro, e quindi non mi stupisco particolarmente quando qualcuno a cui ho mandato un preventivo sparisce senza farsi più sentire, invece che rispondermi con un cordiale grazie ma no grazie, né resto colpito quando mi scontro con la scarsa professionalità delle persone.

Ad esempio, giusto un paio di settimane fa, avevo organizzato un incontro con un procacciatore d’affari, un ragazzo con una decina d’anni meno di me, con cui ci eravamo sentiti al telefono, e che si era dimostrato interessato a collaborare. Ebbene, giunto il giorno del nostro appuntamento, non si è presentato, anzi, quando gli ho chiesto via LinkedIn dove fosse mi sono ritrovato bloccato. Beh, sarebbe stato facile usare questo episodio come acchiappalike facile parlando di quanto siano inaffidabili i ggiovani, che poi credo sia un indice di invecchiamento precoce, già solo a pensarlo e raccontarlo qui mi sono spuntati dei capelli bianchi.

Ma la verità è che non mi interessa. Succede. Anzi, mi considero fortunato, perché con questa persona ho schivato una pallottola.

Eppure in casi come questo, è facile fare i moralizzatori. Dire che non avrebbe dovuto bloccarmi, o che quelli della sua età son tutti così, e che poveri i clienti con cui lavora. Quando, a pensarci bene, tutte queste cose non sono altro che dettagli irrilevanti. Il motivo per cui si è comportato in questo modo non mi interessa, così come non mi interessa negli svariati casi analoghi che mi si sono presentati davanti. Il comportamento, infatti, è comunicazione, e mi sembra che la sua comunicazione nei miei confronti sia stata estremamente chiara.

Per lo stesso motivo mi viene da sorridere leggendo tutti quei post di persone che si lamentano del recruiter di turno che li ignora dopo aver promesso un ricontatto. Non è, forse, un silenzio estremamente carico di significato? Possiamo considerarlo poco educato, forse, o può non farci piacere il significato che ci viene trasmesso, ma la comunicazione è lì, ed è piuttosto evidente.

E perché, d’altra parte, aspettarci l’educazione dal prossimo? Basta aver preso almeno una volta la A4 nel tranno Milano-Venezia all’ora di punta, o il Grande Raccordo Anulare a Roma per rendersi conto che l’educazione appartiene a una ristretta minoranza di persone. Il problema, insomma, non è la mancanza di educazione diffusa, ma la nostra aspettativa nei confronti degli altri.

Ed è qui che sta il mio cinismo. Mi occupo di problemi, e quindi dovrei sapere anche come risolverli, giusto? Vero, ma ci sono essenzialmente due requisiti essenziali per chi fa un lavoro come il mio, due condizioni che devono verificarsi entrambe, perché io mi possa muovere.

  • Il mio interlocutore deve essere consapevole di avere un problema da risolvere, e deve volerlo risolvere
  • devo essere pagato per farlo.

La prima è, in effetti, abbastanza evidente. Chi sono io per decidere che qualcuno ha un problema? Riguardo alla seconda posso solo dire che siamo in un mondo capitalista, e io devo mangiare.

Insomma, cos’è un cinico se non una persona che vede una quantità di problemi che potrebbe essere in grado di risolvere, ma non vuole farlo? Anche se tutto sommato, quelli non sono miei problemi, e come spesso mi capita di dire, un consiglio non richiesto, o un intervento fuori luogo sono atti di vera e propria violenza.

Forse sono una brutta persona, o forse no. Non ho ancora deciso, e tutto sommato non mi interessa.

Di progetti strambi e altre amenità

Sono una persona piuttosto umorale e incostante, e sono sinceramente convinto che questa sia una fortuna.

Intendo dire che la maggior parte del tempo cerco la gratificazione immediata. E poi, che la ottenga o meno, tendo ad annoiarmi molto in fretta. Questo è uno dei limiti delle persone curiose e creative, penso. Perché una cosa superi la prima soglia della noia deve essere realmente interessante, o figa. E devo trovare il modo di incastrarla nella mia quotidianità in modo che funzioni. Non è scontato.

Penso sia uno dei motivi principali per cui ho abbandonato la scrittura, diverse volte, salvo poi tornarci come da un’amante che semplicemente non si riesce a lasciar andare. Sono molti anni che ho amato scrivere, ma solo relativamente di recente sono riuscito a renderla una pratica più o meno quotidiana.

Credo sia più o meno la stessa fine che ha fatto il mio canale Telegram. Mi ci sono messo, l’ho usato con entusiasmo per qualche settimana, e ora è lì, in stato vegetativo, in attesa che qualcuno gli stacchi definitivamente la spina, oppure lo rianimi.

Questo è un copione relativamente frequente nella mia vita. Pur non essendo uno sportivo, ad esempio, ho praticato davvero tanti sport individuali, dalla scherma, alla vela, all’arrampicata sportiva, ma solo quando mi sono avvicinato alle arti marziali ho capito che avevo trovato il mio sport. Qual è la differenza tra questo e gli altri? Sinceramente non ne sono sicuro.

C’è, però, un‘eccezione importante a questo copione: ci sono dei progetti che un giorno si svegliano nella mia testa, e lascio lì, in alcuni casi magari per anni, a decantare. Lo sto facendo con la scrittura, ad esempio. La verità è che questo stile tra il professionale e l’autobiografico non mi appartiene, mentre da sempre sogno la narrativa. E se nel corso degli anni ho fatto alcuni tentativi di iniziare una storia, che si sono rivelati fallimentari, il desiderio dentro di me rimane, ed è sempre forte. E credo anche di aver trovato un modo per metterlo in pratica nel prossimo futuro.

Sullo stesso filo conduttore c’è l’allevamento di Alpaca. Perché un allenamento di Alpaca, ci si può chiedere? Beh, basta guardarlo, e si capisce subito: gli Alpaca sono animali bellissimi, e io, sinceramente, pagherei per abbracciarne uno. Un business milionario.

Poi però ci sono alcuni progetti che sono così fuori di testa da lasciare scettico anche me. Eppure ci lavoro, vuoi perché dopo oltre un anno di Storie di Ordinario Insuccesso l’ipotesi di un fallimento non mi sembra così terribile, vuoi perché rientrano in quella logica di idee che per alcuni anni hanno macinato nell’anticamera della mia mente, aspettando solo il momento giusto di essere partoriti. Per la cronaca, il progetto in questione ha a che fare con il mondo dei Sex Toys, e per me è una figata pazzesca, oltre che essere una fonte di divertimento assicurata. E pare che lì fuori ci siano persone pazze come me che hanno deciso di seguirmi in quest’avventura.

Insomma, abbiate pazienza con me. Sono una persona incostante, ma poi ci sono quelle cose, poche, che mi si appiccicano addosso, e scelgono di restare.

I Superpoteri inutili

Da ormai molti anni sono appassionato di manga giapponesi. Li preferisco notevolmente ai comics americani, forse perché in essi vedo un modo di pensare e una cultura più vicina ai valori che sento miei, ma non è questo il punto. Uno dei topos principali di tutti gli stili fumettistici è l’esistenza del superpotere. Insomma, vuoi perché ci si nasce, si mangia un frutto del diavolo, o si viene punti da un ragno radioattivo, il protagonista della storia si trova a possedere dei poteri fuori dal comune.

E se è vero che da un grande potere derivano grandi responsabilità, il protagonista in questione si imbarca per il suo viaggio dell’Eroe, sconfiggendo le proprie debolezze, oltre che i nemici sempre più forti che il narratore gli mette davanti, con l’obiettivo di salvare il mondo, diventare Hokage, o quello che è.

Mi sono sempre pigramente chiesto che cosa farei se avessi dei superpoteri, come quelli dei Manga. Mi piace pensare che li userei il mondo, ma molto probabilmente sarei più come Saiki Kusuo: farei tutto il possibile per passare una vita tranquilla, senza farmi stressare da nessuno. Poi, pensandoci meglio, mi sono reso conto che anche io ho dei superpoteri: ci sono delle cose che so fare soltanto io, e probabilmente poche altre persone al mondo. Eppure sono perfettamente inutili, un po’ come il potere di vedere solo attraverso le foglie d’acero, oppure di usare la telepatia con gli scarabei stercorari.

Ma mi sono reso conto che molti di questi superpoteri inutili li uso costantemente nel mio lavoro. Ecco quindi una raccolta semiseria di tratti inutili che mi contraddistinguono. Vedi mai che scopra che lì fuori ci sono persone strambe come me, o che magari anche tu, leggendo, hai altri tratti totalmente inutili, ma che tu in qualche modo riesci a valorizzare.

Il mio punto cieco è dove guardo

Da qualche anno, ormai, ho manifestato una condizione genetica nota come cheratocono corneale. In buona sostanza, le mie cornee con il passare del tempo, assumono una forma strana, e io perdo progressivamente la vista. Nel mio caso (ma è la normalità) essa si manifesta sul mio fuoco: significa che se guardo qualcosa, la mia capacità di vederla peggiore drasticamente.

Dopo alcuni anni, mi sono reso conto che questo mi rendeva molto più attento a notare dettagli ai margini del mio campo visivo. Insomma, se sto guardando qualcuno, riesco a notare l’espressione stranita o felice di chi mi sta di fianco. Insomma, il mio punto cieco non è dietro di me, è davanti!

Quando uso questo superpotere? Soprattutto quando lavoro come docente in aula: se sto spiegando qualcosa a qualcuno, riesco sempre a cogliere le reazioni del resto dell’aula.

Penso troppo veloce

Uno dei miei primi ricordi, quando ripenso a mia madre, è una sensazione della differenza di velocità tra lei e mio padre, o chiunque altro, nel parlare. Non so se sia mia madre che mi ha influenzato in questa direzione, o la mia sia una dote naturale, ma mi rendo conto che il mio cervello è costantemente su di giri. Ad esempio, non sono capace a leggere a voce alta, perché la mia velocità di lettura a voce è infinitamente più lenta di quella a mente.

Il che spesso è un problema, perché quando parlo accelero senza accorgermene. A un certo punto mi ritrovo che sto andando ad una velocità per me confortevole, e il mio interlocutore sta boccheggiando per venirmi dietro. Insomma, quando parlo con altre persone, la mia è una vita con il freno a mano tirato.

Quando uso questo superpotere? Questa capacità mi è particolarmente utile nel corso di consulenza e coaching. Se in questi contesti mi risulta più facile sintonizzarmi con la velocità del mio interlocutore, la mia velocità di pensiero mi aiuta a vedere tutta una serie di possibili scenari da percorrere, per aiutare il mio cliente al meglio.

So non pensare a qualcosa

Questo è divertente, e doloroso allo stesso tempo. Divertente perché teoricamente è impossibile: pensare di non pensare a qualcosa è di per sé pensare a quella cosa (e infatti ci riesco usando un trucchetto mentale). Doloroso perché ha a che fare con un periodo della mia vita particolarmente difficile, in cui sono stato travolto dalla negatività, per uscire dalla quale ho sviluppato questo talento.

L’idea è una sorta di tecnica di visualizzazione. Immagina di vivere da molti anni in una casa caratterizzata da un lungo corridoio, su cui danno le varie stanze della casa. Immagina che sul lato destro del corridoio ci siano nell’ordine un bagno, uno studio, e una camera. Ora, se ho bisogno di arrivare alla camera finale, non ho bisogno di entrare nelle due porte precedenti. Potrei al limite gettare un’occhiata distratta alla porta, ma se volessi evitare anche solo di notare la porta dello studio, potrei semplicemente guardare a sinistra non appena noto la porta del bagno.

La mia mente funziona più o meno così: un grande labirinto pieno di porte, su cui ho un certo controllo a livello spaziale. Significa che se voglio evitare un pensiero mi è sufficiente percorrere una strada diversa, oppure focalizzarmi su altro, per evitare un pensiero specifico. All’atto pratico, se volessi evitare di pensare, ad esempio, a un elefante rosa, costruirei l’immagine di un ippopotamo blu, e qualora mi rendessi conto di avvicinarmi alla combinazione animale+colore focalizzerei sull’ippopotamo blu, per poi deviare verso altri pensieri.

Quando uso questo superpotere? Questa strategia mi è stata particolarmente utile in passato per superare momenti difficili, ma ancora oggi la uso per evitare distrazioni specifiche, o focalizzarmi su qualcosa. Questa tecnica di visualizzazione ha anche a che fare con il mio stile di meditazione.

Vivo nel Presente

Un altro degli effetti collaterali del praticare meditazione da molti anni, e dell’essere morto una volta, è che vivo nel presente. Bella prova, direte voi, lo facciamo tutti. Eppure, per la maggior parte del tempo siamo proiettati verso il passato, o verso il futuro, e le nostre emozioni positive e negative le viviamo in funzioni di questo, non del presente.

Il che, in effetti, è un po’ strano, spesso. Capita soprattutto con mia moglie, che di tanto in tanto mi chiede che cosa mi aspetti da qualcosa, o se non sono preoccupato. E sembra prendersela sul personale quando le rispondo che di solito non mi aspetto nulla, né vivo emozioni negative rispetto ad un futuro ipotetico.

Quando uso questo superpotere? In effetti, lo faccio costantemente, ma mi è particolarmente utile quando mi trovo in situazioni dal carico emotivo molto forte, per poterle gestire in modo lucido.

Ho un’incredibile resistenza al dolore

Da quando ho ricordo ho sempre sofferto di mal di testa, delle forme emicraniche incredibilmente intense, e abbastanza regolari, tanto da essere catalogabili come dolore cronico. Da ormai molti anni convivo serenamente con questa condizione, che spingendomi su soglie di dolore fisico tali da portarmi allo svenimento, mi hanno di fatto reso pressoché immune ai dolori lievi.

Ad esempio, pur lussandomi spesso una spalla, riesco sempre a rimetterla in sede in autonomia, e senza particolari danni collaterali. Allo stesso modo, piccoli infortuni o interventi non mi creano particolare difficoltà. Che non significa che non senta il dolore, ma lo tollero incredibilmente bene.

Quando uso questo superpotere? Lo uso tutte le volte che provo del dolore fisico, in effetti, ma mi aiuta a vivere con ansia anche le piccole esperienze che contengono dolore, come le banali donazioni di sangue. Ho anche aiutato mia moglie a superare la sua ansia da parto, con una frase che per tempistica ed effetti è stata molto efficace con lei: “alla fine è solo dolore!



Preoccupazioni per il Futuro

Una volta sono quasi morto, e da quel momento ho smesso di preoccuparmi per il futuro.

No, non è un’iperbole, è successo realmente. La storia l’ho anche già raccontata in un paio di occasioni: ero in automobile, ma non alla guida. Guidava mia madre, in montagna, e a un tratto le rimase incastrato il piede sopra l’acceleratore, e sotto il freno (non usò mai più quelle scarpe per guidare). Andò completamente nel panico, e non riuscendo a frenare tentò un sorpasso, proprio mentre arrivava un’auto nella direzione opposta.

Quello fu uno dei momenti chiave della mia esistenza, uno per cui non so se ringraziare mia madre, oppure odiarla. Spesso si parla della sensazione di vedere la propria vita che scorre davanti agli occhi, e posso confermare che non si tratta di una metafora: per me accadde. Ricordo che nella mia spensieratezza da quattordicenne quale ero, nel giro di forse un paio di secondi rividi moltissime cose, alcune delle quali pensavo di aver dimenticato. In quei due secondi feci a pace con i miei rimpianti: accettai che sarei morto, che mi sarebbe piaciuto vivere di più, ma che non sarebbe stato possibile.

Ero pronto.

Naturalmente, se sono qui a raccontarlo sono sicuro che tu possa intuire com’è andata a finire: le due automobili, per fortuna, riuscirono a scostarsi, anche se toccammo entrambi gli specchietti, e uno si ruppe. Subito dopo, in qualche modo riuscimmo a tenere la curva stretta. Poi mia mamma liberò il piede, rallentò e si fermò a lato della strada. Avevamo entrambi il fiatone.

Ci avrei messo qualche anno a rendermene conto, ma da quel momento smisi del tutto di aver paura della morte. Fu anche l’inizio di un lungo percorso spirituale, che attraverso la pratica della meditazione mi portò ad abituarmi a vivere nel qui ed ora, di cui tanto si parla ai corsi di mindfulness. Per lo stesso motivo, mi avvicinò alla disciplina del Tai Chi, e forse anche allo studio della comunicazione.

Insomma, tutto questo preambolo per dire che non sono uno che si preoccupa. Vivo il presente, e lo vivo così com’è. Non sto male per le cose che non posso cambiare, ma scelgo di dirigere le mie intenzioni solo su ciò che so di poter influenzare. Mi considero una persona felice.

Quando è nata mia figlia, questo non è cambiato. Io sono sempre io, anzi, molte di queste cose mi piacerebbe sapergliele trasmettere, anche senza che abbia bisogno di attraversare un’esperienza di quasi-morte. Ora, però, il mio occhio è molto più proiettato verso il futuro. Penso a lei, e a ciò che posso fare per aiutarla ad essere la donna che potrebbe essere. Confesso, però, che vivo un senso di inquietudine per il mondo che le sto lasciando. Un mondo in cui la mia generazione non è stata in grado di risolvere i problemi lasciati in piedi da quelle precedenti, anzi, se possibile ne ha aggiunti di nuovi. Non ci sto male, nel senso che so di non poterci fare nulla, ma d’altra parte, non preoccuparmi per il futuro non significa ignorarlo.

Insomma, ad oggi la mia missione è quella di dare a mia figlia gli strumenti migliori per affrontare questo mondo. E perché no, magari cercare di fare qualcosa per lasciarlo un filo più in ordine di quanto l’abbia trovato.

E così sono diventato un provocatore

In effetti, chi mi conosceva solo un paio d’anni fa non l’avrebbe mai detto. Sono sempre stato una persona morbida, cedevole. Uno che evitava a tutti i costi il conflitto, e mai più avrebbe pensato di crearlo.

Ok, ho corso troppo, lasciami raccontare questa storia. Desidero raccontarla perché ho conosciuto tante, troppe persone lì fuori che sono come ero io solo qualche anno fa: in buona sostanza, in caso di avversità calavo le braghe, mi mettevo a novanta, e speravo che fosse tutto il meno doloroso possibile.

Non è che non sapessi dire i miei no. Evitavo come la peste il conflitto, ma non perché ne avessi paura. Le mie emozioni erano altre, ma la sostanza era la stessa: se mi trovavo in una prova di forza con qualcuno, che poteva essere un capo, un cliente, ma anche solo un parente, cedevo. Accontentavo. Mi sacrificavo pur di accondiscendere alla richiesta.

Che non sia un atteggiamento sano siamo tutti d’accordo. D’altra parte, ero anche diventato abbastanza bravo dallo svicolare dalle situazioni sgradite. Nel complesso, non me la passavo male. Devo dire che questo mi ha aiutato a sviluppare uno dei miei superpoteri inutili: ho sempre almeno un paio di vie d’uscita dalle situazioni spinose, dai problemi, dalle complicazioni in generale, e questo in generale mi aiuta ad essere più efficace nel mio lavoro.

Mi sono reso conto che era un limite che avevo bisogno di superare quando ho iniziato a gestire, come docente, delle classi in cui tutti io ero il più giovane. Dal punto di vista comunicativo, quella che assumevo viene chiamata comunicazione one-down. contrapposta alla comunicazione one-up di chi, viceversa, è assertivo, non cede sulle proprie posizioni, alza il tiro.

Quando un one-down e un one-up si incontrano la comunicazione viene detta complementare: il one-up dirige, e il one-down cede, e quindi nessun conflitto. Ok, è un filo più complesso di così, ma questa non è una lezione, dopotutto. Quando due one-up si incontrano nasce quella che viene chiamata una escalation simmetrica: a meno che uno dei due non ceda, a un certo punto, si arriva al conflitto.

Insomma il fatto che, come docente, mi ponessi one-down rispetto alla mia classe mi faceva perdere ogni forma di autorevolezza. E quando un docente non è autorevole la sua lezione fa schifo, e i partecipanti non imparano nulla.

È così che mi sono reso conto che avevo bisogno di imparare ad essere in modo diverso. Senza rendermene conto mi ero costruito un limite, e dovevo imparare a superarlo. E di nuovo, non che ne avessi paura: la mia era più un’abitudine che altro.

Più o meno in questo modo ho iniziato a provare a pormi in posizione one-up. Ho iniziato ad essere più autorevole come docente, ma mi è anche capitato di mettere al suo posto qualche cliente. In tutti i casi non sarei riuscito ad ottenere lo stesso risultato con una posizione comunicativa one-down.

E allora ho iniziato a sperimentarmi. A sperimentare l’aggressività, il sarcasmo, la provocazione, la menzogna. La nostra società, e la nostra cultura tendono a vedere questi comportamenti come opportunistici, dannosi, ma la verità è che tutto dipende dal motivo per cui vengono usati. Una provocazione, o una menzogna a fin di bene sono davvero dannose? Confesso che la mia preferita è il sarcasmo, che tendo ad usare quando lavoro di persona con alcuni clienti, ma che non posso usare su internet, visto che per essere compreso necessità di essere contestualizzato, anche dal non verbale e paraverbale.

Viceversa, nella mia comunicazione online tendo ad usare molto la provocazione. Si tratta di quella che Watzlawick definirebbe una leva analogica, e quindi ha il potere di muovere dal punto di vista emotivo, ma contemporaneamente è legata ad una posizione comunicativa one-up, più funzionale alla creazione di autorevolezza.

Credevi che fossi per natura un provocatore? Non è vero, o meglio, lo è solo fino a un certo punto. Quella del provocatore è un’immagine che mi sono costruito ad arte, ma questo non la rende meno vera, o autentica, per me. Alla fine, il modo in cui comunichiamo è un po’ come il vestito che portiamo: devo scegliere quello più adatto alla circostanza, ma io resto io.

Un consulente in fascia

Essere un papà consulente è divertente e faticoso allo stesso tempo.

Un paio d’anni fa girava un video di un famoso manager che veniva intervistato in diretta dallo studio di casa sua. Improvvisamente, in webcam comparvero i suoi figli, che richiedevano la sua attenzione. Il video fece il giro del mondo suscitando un po’ l’ilarità, e un po’ l’apprezzamento da parte di tutti. Devo confessare che quando vidi quel video pensai che quello era il tipo di genitore che volevo essere: un genitore che ritaglia il suo lavoro dalla famiglia, e non il contrario.

Avanti veloce di un paio d’anni, e devo dire che sto vivendo quel sogno. C’è da dire che l’immagine che ho di me stesso non è ancora perfettamente sovrapposta a quella di papà, ma del resto mia figlia ancora non sa pronunciare questa parola, quindi ho un po’ di tempo. Ci sto lavorando, però, e sicuramente amo passare moltissimo tempo con lei.

Quando è nata ho scoperto l’esistenza delle fasce porta-bebè. Si tratta di un oggetto abbastanza semplice, concettualmente una sorta di sciarpa lunga alcuni metri, che può essere elastica o rigida, e che può essere avvolta intorno al corpo per creare una sorta di marsupio, per tenere i figli a contatto con la pelle. Si tratta di un modo di portare i neonati che sta diventando abbastanza popolare in occidente, anche se è già abbastanza diffuso sia verso l’estremo oriente che nel continente africano.

Insomma, di tanto in tanto capita di vedere l’occasionale madre che porta il bambino in fascia, invece che nel passeggino. E il bimbo in questione di solito ci sta molto bene, dorme beato con il volto schiacciato sul seno della madre, e i piedi a penzoloni. Si tratta di una vista ancora relativamente rara, quindi è facile che la detta donna attragga gli sguardi incuriositi dei passanti.

Quello che non capita praticamente mai di vedere, invece, è il papà che lo fa. O almeno, a me non è mai capitato, se non guardandomi allo specchio. Non c’è un motivo reale, in effetti, per cui sia la mamma a dover portare i figli in fascia. La ragione per cui accade, è, banalmente, che di solito passa molto più tempo lei con i figli rispetto al papà.

Questo, però, non è vero per la mia famiglia, e per questo motivo spesso sono io a portare mia figlia in fascia. Addirittura si è abituata a starci prima con me che con mia moglie. Questo tipo di ribaltamenti di ruolo è quello che mi fa sperare, in effetti, in una maggiore parità di genere per il futuro, o almeno è in questo senso che stiamo modellando la nostra famiglia. Ma non è di genere che voglio parlare.

Quando esco con mia figlia in fascia, mi diverto ad ascoltare i commenti dei passanti. Mi sento un po’ animale dello zoo in libera uscita. E mentre un bimbo in fascia con la sua mamma scatena reazioni principalmente dal popolo femminile, se quello stesso bimbo sta con il papà diventa una bestia rara e misteriosa. Cattura l’attenzione di bambini e adolescenti. Di uomini e donne in modo indiscriminato. Le persone non si preoccupano di abbassare la voce quando commentano. Una volta ho visto un signore di mezza età indicarmi con gesti ampissimi alla moglie e urlare “Aò, hai visto er pupo?

Mi capita spesso di registrare interviste per il mio podcast, in questo modo, o fare delle chiamate skype. Di recente, però, mi è capitato anche di svolgere un incontro di lavoro. Era con una ragazza, quindi sapevo di potermi giocare l’effetto tenerezza-da-neo-papà, e che quindi una certa soglia di pianto sarebbe stata tollerata (e c’è stata). Devo dire che lavorare a contatto con mia figlia in quel modo è stato piacevole, e mi ha dato un senso di completezza.

Insomma, in qualche modo sento di star inseguendo un’utopia: un sogno in cui il papà è un membro attivo della famiglia non solo per le ore serali. Un ribaltamento di ruoli in cui non si viene discriminati per avere un figlio, che anzi, diventa esso stesso parte di quel grande equilibrio tra vita private e professionale a cui agognamo. E sono un po’ preoccupato, perché dentro quest’utopia sento di viverci già.