Articoli del blog

Anche io ho una parte intollerante

C’è una parola, in particolar modo, su cui vorrei ragionare oggi, ed è tolleranza.

Tolleranza è una parola di cui ci si riempie la bocca. Si dice che si deve essere tolleranti verso il diverso, verso gli errori degli altri, o anche verso i propri. La verità è che questa parola a me non piace, non mi piace per nulla, soprattutto quando viene usata nei confronti di una persona.

Perché la parola Tolleranza, nella sua radice etimologica ha a che fare con la sopportazione di un peso, di qualcosa di sgradevole. Ed ecco, questa cosa per me ha poco senso per due motivi. Il primo è collegato con le ragioni per cui si definisce una persona un peso. Spesso, infatti, si parla dell’importanza (?!?) di tollerare chi ha una diversa nazionalità, religione, sessualità. Insomma, è come se si considerasse una persona sgradevole per il solo fatto che esiste, ed è nata o è stata educata in un certo modo.. Il secondo è che se proprio sono infastidito da qualcosa o qualcuno, tendo a fare qualcosa per risolvere la situazione.

Questa, almeno è l’idea. E se non riesco davvero a tollerare (o non tollerare) una persona per il solo fatto di essere nata in un determinato paese del mondo, questo non significa che non ci siano cose che mi si infilano sotto la pelle, e fanno uscire fuori tutta la mia intolleranza, e la mia chiusura. Si tratta, in effetti, di tutti quei comportamenti che il buon Carlo Cipolla definirebbe stupidi.

Per chi non lo conoscesse, il professore in questione ha scritto un breve e interessantissimo saggio che va a definire il concetto di stupidità, Dice, in buona sostanza, che un comportamento può sia aiutare che danneggiare, e può farlo con se stessi e con gli altri. Possiamo, quindi, costruire un diagramma cartesiano usando questi due assi, in modo da ottenere quattro quadranti:

  • gli intelligenti sono coloro che con il loro comportamento creano vantaggi sia per se stessi che per gli altri
  • gli sfortunati, o disgraziati, sono coloro che aiutando gli altri danneggiano se stessi
  • i banditi, viceversa, sono coloro che creano valore per loro stessi, danneggiando gli altri
  • gli stupidi, infine, sono coloro che con il loro comportamento danneggiano sia loro stessi che gli altri

Ok, riformulo. L’unico contesto in cui mi sento usare la parola tolleranza è quello della stupidità. E mi accontento di questa parola se si tratta di stupidità accidentale. Tutti, alla fine, possiamo commettere degli errori, anche io l’ho fatto e lo faccio, ci mancherebbe. L’upgrade all’intolleranza lo faccio quando la stupidità è deliberata.

Chi va in bicicletta di fianco alla pista ciclabile mi rende intollerante.

Chi fa coda nel traffico facendo manovre azzardate, salvo restare comunque incastrato come tutti, mi rende intollerante.

Chi passa il tempo a lamentarsi delle sue disgrazie mi rende intollerante.

Il punto è che se con le persone che si comportano in modo intelligente è facile avere a che fare, e disgraziati e banditi si possono gestire con le giuste armi, davanti agli stupidi siamo totalmente inermi. D’altra parte, una famosa e purtroppo anonima massima ci ricorda che discutere con certe persone è come giocare a scacchi con un piccione. Puoi essere anche il campione del mondo ma il piccione farà cadere tutti i pezzi, cagherà sulla scacchiera e poi se ne andrà camminando impettito come se avesse vinto lui.

Sono loro, gli stupidi, quelli che fanno uscire la mia intolleranza vera. Quelli che quando li incontro posso solo arrabbiarmi, perché non so cos’altro fare, se non insultarli. E quindi, se sei uno stupido, ti ringrazio, perché fai uscire una parte di me che altrimenti non avrebbe ragione di esistere.

Vita privata e professionale

Oggi, proprio oggi, sono nove anni che sto insieme con mia moglie. Nove anni da quel primo appuntamento che avrebbe portato prima al nostro matrimonio, poi alla nascita di nostra figlia.

Nove anni con i loro alti e bassi. La nostra non è una storia da romanzo. La relazione che ho con mia moglie è fatta di momenti felici e momenti tristi. Momenti preoccupati e momenti incazzati. Sì, insomma, al di là del fatto che lei fa la psicoterapeuta, e io il consulente, e quindi entrambi abbiamo questa mezza ossessione per l’aiutare gli altri, siamo persone normali, che vivono una vita normale. Come gli Italiani medi viviamo a meno di un chilometro dalla nostra famiglia (dalla sua per essere precisi). Apparteniamo entrambi alla generazione perduta, quella dei Millennials, e facciamo parte di quel ceto medio che sta sparendo. Nostra figlia non dorme. Insomma, il prototipo di famiglia all’italiana del primo ventennio del nuovo millennio.

Una delle cose che ci caratterizza è proprio il fatto che, essendo entrambi liberi professionisti, non viviamo quello stacco tra la vita privata e quella professionale che era comune della generazione precedente. Gli orari di lavoro, per noi, sono flessibili, e spesso risicati alla cura di nostra figlia. Le telefonate in pigiama, mentre preparo la cena, sono diventate una cosa normale per me. Ed è questo il motivo per cui, di tanto in tanto, mi trovo a raccontare degli spaccati della mia vita quotidiana proprio qui, tra queste righe, esattamente come sto facendo ora.

Il che, in effetti, fa un po’ ridere. Mentre lavoro, dai miei clienti, mi sento un po’ supereroe. Difficile non farlo, quando affronti situazioni che pesano anche per centinaia di migliaia di euro sui conti dell’azienda. E so che anche per mia moglie, per quanto non lo ammetta in questi termini, è così, visto che lei lavora con la salute psicologica delle persone. Poi torniamo a casa, e ci troviamo a ridere come degli idioti quando nostra figlia imita i nostri manierismi, oppure ci fa, a modo suo, dei piccoli scherzi. Tutto questo ha, almeno per me, dell’anticlimatico, ci aiuta a mantenere i piedi per terra.

All’inizio di quest’anno ho deciso che avrei lavorato di meno, per avere più tempo con mia figlia. Si tratta, effettivamente, di una scelta che mi ha ripagato enormemente, anche se questo lavorare di meno apre a scenari di difficoltà, nella gestione del turnover dei clienti. E questo è il momento in cui il confine tra vita privata e professionale diventa, se possibile, ancora più labile: se ho ben chiaro, nella mia testa, che lavoro per vivere, e non vivo per lavorare, comunque la pagnotta a casa bisogna portarla, e non sempre le circostanze sono favorevoli affinché questo avvenga serenamente.

Voglio dire, capita che mi trovi a preparare un progetto la sera tardi, decisamente troppo tardi per essere lucido al cento per cento, soprattutto quando il sonno è carente. E per quanto possa essere un maniaco della produttività, e del fare solo le cose realmente utili ed essenziali, quando hai una figlia di un anno (lo compirà giusto questa settimana), la vita è una distrazione continua.

Voglio dire, se pensi che facebook sia una distrazione, probabilmente è perché non hai figli.

In casi come questi capisco quanto valga quel modello di “famiglia tradizionale“, in cui i nonni aiutano in modo importante i genitori nella gestione dei figli. Effettivamente, se non ci fossero i miei genitori, e soprattutto quelli di mia moglie, sarebbe tutto molto più difficile da gestire. Probabilmente questo lusso di passare tanto tempo con mia figlia non me lo potrei concedere. e per questo sono grato alle circostanze.

Alla fine, che sia vita privata e professionale, sempre di vita stiamo parlando. Con i suoi momenti felici e le sue difficoltà. Le sue preoccupazioni e le sue incazzature.

Mercoledì è un buon giorno per Invecchiare

Partiamo dalle cose ovvie, e meno interessanti: oggi compio 32 anni, quindi, ufficialmente, invecchio.

Stavo scrivendo un altro articolo, per oggi, ma visto che il mio compleanno cade in coincidenza con il mio articolo settimanale ho cambiato idea. Più che altro, come spesso capita in queste occasioni, mi sono fermato un po’ a riflettere. D’accordo, probabilmente capita solo a me.

Non sono uno che vive con grande anticipazione i compleanni. La vedo più come una scusa per trovarsi tutti insieme, mangiare e bere bene, e passare un po’ di tempo in compagnia. Ricordo che quando andavo al liceo, invece, era un conto alla rovescia a quel momento in cui sarei arrivato a 18, e sarei diventato un essere umano fatto e finito, almeno per la legge. Quel momento è passato e scivolato via. Un giorno mi sono svegliato, e mi sono accorto che non era cambiato nulla per me.

Ho, però, un ricordo antecedente che oggi, per qualche motivo, mi è tornato alla mente. Frequentavo la scuola media, e per un paio di mesi mi alzavo tutte le mattine con il terrore di invecchiare. Che è una cosa buffa, se ci si pensa. Un bimbo, a dodici anni, non è nemmeno ancora un adulto, e in tutta sincerità non ho idea di cosa avesse acceso quella fobia, se non il fatto che, per via del divorzio dei miei genitori, era un periodo un po’ di schifo, ma in tutta sincerità non sono nemmeno sicuro che le due cose siano collegate tra loro.

Non era tanto l’idea della morte che mi spaventava, quanto il pensiero che mi sarei avvicinato ad essa come un vecchio malato, incapace di muovermi, magari con i primi segni di demenza. Sentivo l’ansia per la fatica che avrei fatto a svolgere gesti quotidiani, come alzarmi da seduto, o andare da un posto all’altro sulle mie gambe.

Così com’era arrivata, quella sensazione sparì, e devo dire che, per quanto di tanto in tanto mi torni alla mente, ha completamente perso il suo potere, e ad oggi resta per me solo un ricordo buffo. Eppure, nonostante non sia certo in là con gli anni, una vita di sport hanno lasciato su di me qualche cicatrice, come una spalla lussata, un ginocchio che alle volta gioca qualche brutto scherzo, e una schiena che mi ha costretto per la prima volta ad andare dall’osteopata. Lo sport che pratico oggi è il Taiji, e l’età media della palestra è superiore ai 50 probabilmente solo perché ci sono io ad abbassarla. Fisicamente mi sento un vecchio rinsecchito, e la cosa mi fa ridere.

Mi fa ridere perché so di non esserlo, e se anche lo fossi non sarebbe un problema. Da molto tempo, infatti, ho semplicemente imparato ad accogliere il mio presente con gentilezza. E tutto sommato trovo che il mercoledì sia un buon giorno per invecchiare per me, quest’anno. Un giorno di intermezzo che si limita a scivolare via come se nulla fosse. Eppure, stamattina mia moglie si è alzata prima di me, e ha preparato i Waffles. Quando sono arrivato in cucina, mi ha fatto trovare un piccolo regalo: un portachiavi per l’auto nuova, della Lego, quello con la figura di Dart Vader.

Io allora mi sono girato verso mia figlia, che era sul seggiolone, e con la figurina in mano le ho detto “Sono tuo padre!

Non sono sicuro che abbia capito, però almeno si è messa a ridere.

Sull’essere disciplinati

Hai mai fatto i buoni propositi dell’anno nuovo? O fatto una dieta? Personalmente no. Riguardo alla dieta è perché In linea di massima non ne ho bisogno, ma sui buoni propositi posso serenamente ammettere che ho sempre saputo che non li avrei mantenuti, già a partire dal 2 gennaio.

Non mi considero una persona particolarmente disciplinata, nonostante di lavoro faccia (anche) il coach. Ci tengo a precisarlo, perché ci sono una quantità di coach lì fuori, e io li stimo moltissimo per questo, che si fanno apologeti dell’importanza della disciplina e della tenacia. Queste competenze, dicono, sono l’unica cosa che faccia davvero la differenza nel raggiungere obiettivi ambiziosi.

Ecco, su quest’ultimo punto ho qualcosa da ridire: non sono così convinto che sia solo la tenacia a fare la differenza, e come tutte le competenze può avere risvolti sia in positivo che in negativo, ed è per questo che vale la pena imparare a conoscerla, e svilupparla.

Si tratta in effetti di un compito arduo, ancora di più per un pigro dichiarato come me. Dico dichiarato perché effettivamente l’essere umano è fisiologicamente pigro, e vincere questa pigrizia richiede che ci sia un motivo preciso. In questo senso, la nostra migliore motivazione nel vincere la pigrizia è l’emotività: ogni emozione, per un motivo o nell’altro, ci spinge a vincere la pigrizia. Ad esempio, possiamo metterci a dieta perché proviamo disgusto, o rabbia nel vedere la nostra immagine allo specchio, oppure possiamo iniziare a leggere un libro la sera prima di andare a dormire perché proviamo piacere nel farlo.

L’emozione, in questo contesto, gioca un ruolo essenziale, ma assolutamente a breve termine: va molto bene per metterci in moto, ma non ci aiuta più di tanto a mantenere una buona abitudine. Per farlo ci serve la disciplina. Sì, insomma, questo è quello che dicono. Personalmente, trovo che tutto stia a quanto una cosa sia importante per me. Se lo è molto, non ho problemi a mantenerla nel tempo, se lo è poco di solito la abbandono in tempo zero. Probabilmente ciò che fa realmente la differenza è proprio che, in generale, non ho difficoltà a distinguere ciò che per me è importante, da ciò che non lo è.

Per fare un esempio banale, saranno passati ormai sei o sette anni da quando ho deciso di iscrivermi ad una palestra per praticare arti marziali. Prima di allora, ero riuscito a mantenere l’iscrizione ad uno stesso sport per non più di un paio d’anni al massimo. In palestra normale per forse un paio di settimane. Questa volta era diverso: sentivo di aver trovato la mia strada, una pratica che non solo lascia sempre margine al miglioramento, ma ben mi si addiceva al mio carattere, e ai miei valori.

C’è stata un’evoluzione importante,da parte mia, in questi anni, ma io resto ancora iscritto lì, a praticare arti marziali orientali. Ormai, sono uno dei vecchi della palestra, e mi trovo a spiegare questo o quell’altro movimento a chi pratica da meno tempo di me. Riguardo il mio percorso a posteriori, e trovo che sembri quello di una persona disciplinata: soprattutto all’inizio, prima che mi trasferissi, abitavo davvero lontano dalla palestra, e avevo quasi un’ora di strada per arrivarci. Insomma, facevo due ore di viaggio per un’ora e mezza di allenamento.

Potrei dire di essere stato disciplinato, tenace, ma la verità è che non mi pesava. Era un momento che amavo profondamente, e quel po’ di viaggio non mi ha mai dissuaso. Forse, in fin dei conti, checché ne dicano i vari coach e motivatori, l’unico modo per trovare realmente la disciplina è applicarla a qualcosa che ci piace nel profondo.

Per tutto il resto, alla fine, i trucchetti sono più che sufficienti.

La passione per la Scienza

Fin da bambino sono sempre stato appassionato di Scienze. Quando frequentavo la scuola elementare questa passione nasceva dalla meraviglia per la pubblicità del Piccolo Chimico. Si è, però, riconfermata negli anni, e sono sempre stato catturato dal fascino di quella materia che cercava di spiegare la realtà, oltre alla mera osservazione diretta.

Nonostante questo, all’Università non finii a studiare Chimica o Fisica, come forse sarebbe stato naturale, ma rimasi incastrato a Ingegneria, pensando che le scienze applicate fossero un eccellente sbocco per me. Inutile dire che mi sbagliavo, e mi resi presto conto che quel tipo di studio era troppo metodico e quadrato per la mia mente che è, probabilmente, più caotica.

Finii così quasi per caso a studiare Economia, e per qualche insolita ragione mi piacque. Ricordo, però, il mio stupore, e soprattutto il mio scetticismo, quando mi approcciai all’esame di Microeconomia in cui il primo capitolo era dedicato alla spiegazione dell’Homo Oeconomicus, un essere astratto che prendeva decisioni in maniera perfettamente razionale. Ricordo che il libro divagava molto sul fatto che quella fosse certamente una semplificazione della realtà, ma che negli ultimi cento anni quella semplificazione era riuscita a descrivere in modo molto accurato i fenomeni economici, e in grande misura anche a prevederli (anche se quella tendenza si stava riducendo negli ultimi anni). E rimasi ancor più scettico quando compresi che su questa bestia mitologica era di fatto basata l’intera teoria economica.

Fu in quel momento che mi riavvicinai alla Scienza, da una prospettiva che nemmeno conoscevo: quella del metodo scientifico. Come poteva un intero libro, un intero corso di laurea, essere basato su ipotesi totalmente irrealistiche e false? Non serviva certo un genio per comprendere come se si parte da una ipotesi così semplificata da essere falsa, la teoria stessa potrà essere giusta solo per mera coincidenza.

Erano gli anni della grande crisi economica, e gente come Nassim Taleb scriveva libri tipo Il Cigno Nero, in cui sbugiardava alcune verità che erano ormai consolidate nel mondo dell’economia e della finanza. Io decisi di approfondire l’argomento, e approfittai della mia tesi triennale per documentarmi un po’ sul problema: approfondii il tema della ricerca scientifica in ambito economico, chiedendomi in modo quasi ozioso se l’economia possa essere considerata una scienza.

Quello che trovai mi stupì, anche se in qualche misura dovevo aspettarmelo: gli studi economici nella stragrande maggioranza dei casi sono del tutto privi di alcun metodo. Utilizzano in modo acritico la statistica per produrre risultati che confermano le tesi. In buona sostanza, hanno la stessa validità scientifica di un oroscopo di Paolo Fox.

Un po’ per questo rimasi scettico per molti anni su tante cose che venivano raccontate come scientifiche: se si scavava a fondo si scopriva che in realtà c’era ben poca scienza, solo un po’ di numeri ben organizzati. Nel tempo, però, qualche cosa che ha fondamento scientifico l’ho trovata, come i modelli che uso nel mio lavoro.

A margine, però, non posso che chiedermi se questa mia passione (ma chiamiamola pure ossessione) per la scienza abbia senso, oppure no. Ci sono tante tecniche lì fuori, tanti strumenti che funzionano nonostante non abbiano alcuna solida base scientifica. Ma questo non li rende meno efficaci.

La risposta che mi sono dato è che la scienza è il linguaggio che noi umani abbiamo inventato per descrivere, e prevedere la realtà. In quanto linguaggio, è certamente limitato e riesce a rappresentare solo una porzione soggettiva della realtà. Però, tra i tanti, è il più organizzato, ed efficace. Insomma, la scienza non è, per me, una verità assoluta fine a se stessa, ma uno strumento di analisi e di validazione importante.

Insomma, avrà i suoi limiti, ma in questo momento è lo strumento migliore che abbiamo.

Mi manca leggere

Da quando è nata mia figlia molte cose sono cambiate, per me.

E nella maggior parte dei casi sono cambiate in meglio. Ora la mia vita è decisamente più piena, e io sento di aver raggiunto un nuovo senso di completezza, nella mia famiglia. Alcune cose però, devo ammetterlo, della mia vita precedente mi mancano.

Il sonno, sicuramente, è una di quelle. Sono alcuni mesi che non ho una notte di sonno intera, e da quando è nata lei in generale una notte di sonno come la vorrei, o anche solo come ero abituato in passato. Una in cui vai a letto molto tardi, e ti svegli altrettanto tardi la mattina. Anche quando sono in trasferta per lavoro, ormai, mi sveglio verso le 4 di mattina immaginando il suono di mia figlia che piange di fianco a me.

Eppure, il sonno non è quella che mi manca di più. Certo, un po’ di sonno vero migliorerebbe notevolmente la qualità della mia vita, ma ormai sono abbastanza abituato a funzionare anche in questo modo, anche se sono convinto che quando mia figlia sarà un po’ più grande, e ricomincerà a dormire sistematicamente tutta la notte, io mi sentirò rinato.

Un’altra cosa che mi manca molto è la mia oretta di videogiochi prima di dormire. Sono alcuni mesi che il mio account Steam è dormiente, la sera sono semplicemente troppo stanco per accendere il mio buon vecchio Assassin’s Creed e fare una partita. Di solito mi limito ad attaccare Netflix, ed è morta lì. Anche questa cosa, però, sono convinto che a breve migliorerà: mia figlia sta diventando progressivamente più regolare nell’andare a letto, e quindi il mio tempo serale dedicato a me stesso aumenta.

Il lavoro, in effetti, non ne ha risentito granché. A parte il fatto che il punto focale del mio lavoro resta quello che svolgo con il cliente, in un modo o nell’altro riesco a ritagliarmi tutto il tempo che serve, senza sacrificare figlia e aziende domestiche, a curare tutto il mio backoffice.

Una cosa che non mi manca per nulla, invece, sono le serate fuori. Vuoi perché di tanto in tanto usciamo comunque, con bestia a seguito, vuoi perché in ogni caso non sono mai stato un grande animale notturno. Quello che ho scoperto è che se già quando ti sposi il tuo vecchio giro di amici storici più o meno sparisce, sostituito da coppie giovani, anche quando hai un figlio il tuo giro di frequentazione cambia. L’altra sera, ad esempio, io e mia moglie siamo andati a mangiare sushi con due amici che hanno un figlio di neanche 6 mesi più piccolo della nostra. Il locale ci aveva dedicato una saletta, che è stata prontamente dedicata a nursery per questi angioletti addormentati (sono angioletti solo finché dormono, altrimenti dopo le 9 di sera sono delle bestie immonde).

La cosa che mi manca davvero, invece, è la lettura. Prima di avere una figlia passavo quotidianamente molte ore a leggere, mentre oggi questa cosa è davvero difficile. Il mio momento prediletto per la lettura è sempre stato a letto, ma ora che mia figlia dorme accanto a me non si può stare con la luce accesa (ebbene sì, leggo ancora libri cartacei nonostante la mia preferenza sia spiccatamente per quelli digitali, che comunque non risolvono il problema della luce).

E leggere mentre lei gioca non è lo stesso: non è come perdersi in un libro, dimenticandosi del tempo, perché lei vicino chiede attenzioni, oppure si arrampica sul mobile della televisione, o infila le dita dentro i buchi delle prese.

Alla fine, però, mi sono reso conto che è solo questione di riorganizzare. La priorità indiscussa, ora, è mia figlia, ma per le piccole cose è giusto ritagliare dei piccoli spazi. Una cosa che ho notato, ad esempio, è che non ho più tempo per cazzeggiare. Non posso perdermi via a guardare video su facebook: ogni momento di ozio è prezioso, e va sfruttato in modo oziosamente ricco. Che per un pigro come me, voglio dire, è essenziale.

Perdere pezzi

C’è stato un momento della mia vita in cui ero una persona precisa, quasi ossessiva nella mia attenzione al dettaglio.

No, non è vero, un momento del genere non è mai esistito, sono sempre stato un castrone. Il tratto ossessivo, però, l’ho sempre avuto: quando andavo al liceo, ad esempio, potevo trascorrere serenamente un’intera lezione a riempire un foglio a quadretti con disegni geometrici e regolari. Mi sono reso conto che non ero una persona precisa, però, solo all’università, quando quella scarsa attenzione al dettaglio, che mi sarebbe stata essenziale per superare gli esami di fisica (durante la mia esperienza fallimentare a ingegneria) o di diritto (durante quella meno fallimentare a economia), non mi permetteva di passare gli esami.

Ricordo distintamente me stesso durante lo studio per l’esame di diritto privato. Probabilmente la chiarezza del ricordo nasce dal fatto che diedi lo stesso esame sette volte, prima di passarlo all’ottava. Ricordo la sensazione di avere perfettamente chiare le logiche che sottendevano a un insieme di leggi, i principi che guidavano la giurisprudenza, ma inciampare clamorosamente quando dovevo ricordarmi se una certa clausola era o meno prevista in un dato articolo. Odiavo il diritto, principalmente perché mi metteva di fronte alla mia incapacità.

Vincere questa particolare battaglia per me ha chiesto tempo e un livello di fatica decisamente importanti, ma ce l’ho fatta. Alcuni dei dettagli di quell’esame, e soprattutto di ciò che mi chiese il docente all’orale, sono ancora impressi nella mia mente. A dimostrazione che anche un castrone come me, se si impegna, può essere preciso.

Nella vita ho conosciuto anche persone incredibilmente precise. Nel loro modo di lavorare l’errore non era consentito, la precisione era la norma. E per quanto oggi si viva nell’era del better done than perfect, e io sposi appieno questo modo di pensare, non posso che provare ammirazione per chi ha il talento per la precisione.

Talento, questa parola, oggi, è così abusata. Chi si occupa di queste dinamiche sa benissimo che il talento è un ottimo punto di partenza per sviluppare le proprie capacità, ma se non necessariamente coltivato non porta lontano. Allo stesso modo, il duro lavoro da solo ci porta a livelli molto alti, ma non eccezionali. Insomma, la magia succede dove talento ed esercizio costante si incontrano.

Mi rendo conto che questo, per me, sia quasi uno sfogo. Essere precisi, nella mia linea di lavoro, è relativamente superfluo, visto che il mio approccio è squisitamente qualitativo, ma in alcuni momenti, ad esempio quando si seguono progetti, ecco che torna l’importanza dell’attenzione: si devono fare le giuste cose, nel giusto ordine, e il perdere pezzi si traduce inevitabilmente in fallimenti, ad esempio nel fatto che due o tre persone mi danno buca per partecipare ad un evento che sto organizzando, perché non sono stato abbastanza fluido nell’organizzazione.

Perdere pezzi è anche quasi inevitabile, quando si seguono tre o quattro progetti contemporaneamente, e una bimba di poco più di nove mesi che sta mettendo i denti e non ti lascia dormire la notte nell’equazione non aiuta.

Una richiesta di giustificazione? No, solo mera constatazione: non sono una persona precisa, e ogni tanto ne pago le conseguenze. Oppure devo fare tanta, tanta fatica in più, e non sempre riesco a tollerarlo.

Esperimenti sociali

Mi piace molto LinkedIn.

Non perché è un social professionale, o perché mi aiuta a trovare nuovi clienti (sì, beh, un po’ anche per questo). Non perché è meno generalista di facebook, e le persone in generale si tengono su un livello più alto.

Mi piace perché è un coacervo di torbida ipocrisia.

Non solo di persone che millantano competenze che non hanno o che portano il concetto di abbellimento alla sua massima espressione artistica. Anche di altri che si danno una patina di professionalità, salvo poi sparare a zero su chiunque la pensi in modo vagamente diverso da loro.

Ma nessuno offende apertamente nessuno, gli insulti sono tutti velati e sottili, incredibilmente professionali. Per questo lo adoro.

Non è vero sempre, naturalmente. Ci sono una quantità di persone, nella mia rete, con cui ho quotidianamente scambi utili ed interessanti. Con cui sviluppo opportunità di business. Ciò di cui mi sono reso conto, però, è che quando un mio post iniziava a superare la mia rete ristretta, a prescindere da quanto ragionevole o ben argomentato fosse, iniziavo a ricevere commenti di persone che non erano d’accordo con me (e per fortuna che è così, visto che il dissenso è il germe della crescita), dapprima ragionevoli e ben argomentati, poi sempre più superficiali, fino a scadere nell’insulto diretto.

Insomma, a prescindere dal contenuto, tanto più un mio post diventa popolare, quanto più si abbassa il livello. Ed è da questa intuizione che ho iniziato a fare alcuni esperimenti.

Qualche mese fa, ad esempio, scrissi un post che nelle prime tre righe conteneva tutti quegli attributi che l’avrebbero reso virale su facebook: una sparata sulle vaccinazioni dei propri figli, con rimandi complottisti alle big pharma. Leggendo l’intero post, però, spiegavo con chiarezza come quello fosse un esperimento, per vedere quante persone commentassero dopo aver effettivamente letto e compreso il contenuto nella sua interezza. Ciò che non mi aspettavo era che quello sarebbe diventato il mio post più visualizzato di sempre, fino a quel momento, e che la stragrande maggioranza delle interazioni sarebbe, appunto, stata proprio da persone che non avevano letto, né compreso.

Verrebbe da dire che ho perso la mia fiducia nell’umanità, ma la verità è che non è che ne avessi granché.

Iniziai a diventare sempre più provocante nei miei post. Mi sono reso conto, nel tempo, che questo è un modo per scremare molto efficacemente le persone, tra quelle che effettivamente leggono, e si sforzano di capire, e chi invece si fa trascinare dall’emotività dell’istante. Con le prime, ho scoperto, lavoro volentieri, mentre con le seconde la strada è tutta in salita. Alla fine, la provocazione è diventata un po’ il mio tratto distintivo, ma anche una scusa per costruire relazioni di business davvero interessanti.

Da bugiardo quale sono, questa torbida ipocrisia mi diverte, e mi fa sentire a casa. Alla fine, questi strumenti sono un enorme megafono, ci sono persone che li usano con cognizione di causa, altre solo per urlare la loro stupidità al mondo.

Il Cinismo del Consulente

Chiedersi se venga prima l’uovo o la gallina è una di quelle domande oziose, un po’ come decidere se ero prima un cinico, e per questo ho scelto il lavoro da consulente, oppure è questo lavoro che mi ha fatto diventare un cinico.

E in effetti, non è nemmeno particolarmente importante: il punto è che sono un cinico, e questo è incredibilmente utile. Ad esempio, ho aspettative molto basse nei confronti dei miei clienti, o degli altri professionisti con cui collaboro, e quindi non mi stupisco particolarmente quando qualcuno a cui ho mandato un preventivo sparisce senza farsi più sentire, invece che rispondermi con un cordiale grazie ma no grazie, né resto colpito quando mi scontro con la scarsa professionalità delle persone.

Ad esempio, giusto un paio di settimane fa, avevo organizzato un incontro con un procacciatore d’affari, un ragazzo con una decina d’anni meno di me, con cui ci eravamo sentiti al telefono, e che si era dimostrato interessato a collaborare. Ebbene, giunto il giorno del nostro appuntamento, non si è presentato, anzi, quando gli ho chiesto via LinkedIn dove fosse mi sono ritrovato bloccato. Beh, sarebbe stato facile usare questo episodio come acchiappalike facile parlando di quanto siano inaffidabili i ggiovani, che poi credo sia un indice di invecchiamento precoce, già solo a pensarlo e raccontarlo qui mi sono spuntati dei capelli bianchi.

Ma la verità è che non mi interessa. Succede. Anzi, mi considero fortunato, perché con questa persona ho schivato una pallottola.

Eppure in casi come questo, è facile fare i moralizzatori. Dire che non avrebbe dovuto bloccarmi, o che quelli della sua età son tutti così, e che poveri i clienti con cui lavora. Quando, a pensarci bene, tutte queste cose non sono altro che dettagli irrilevanti. Il motivo per cui si è comportato in questo modo non mi interessa, così come non mi interessa negli svariati casi analoghi che mi si sono presentati davanti. Il comportamento, infatti, è comunicazione, e mi sembra che la sua comunicazione nei miei confronti sia stata estremamente chiara.

Per lo stesso motivo mi viene da sorridere leggendo tutti quei post di persone che si lamentano del recruiter di turno che li ignora dopo aver promesso un ricontatto. Non è, forse, un silenzio estremamente carico di significato? Possiamo considerarlo poco educato, forse, o può non farci piacere il significato che ci viene trasmesso, ma la comunicazione è lì, ed è piuttosto evidente.

E perché, d’altra parte, aspettarci l’educazione dal prossimo? Basta aver preso almeno una volta la A4 nel tranno Milano-Venezia all’ora di punta, o il Grande Raccordo Anulare a Roma per rendersi conto che l’educazione appartiene a una ristretta minoranza di persone. Il problema, insomma, non è la mancanza di educazione diffusa, ma la nostra aspettativa nei confronti degli altri.

Ed è qui che sta il mio cinismo. Mi occupo di problemi, e quindi dovrei sapere anche come risolverli, giusto? Vero, ma ci sono essenzialmente due requisiti essenziali per chi fa un lavoro come il mio, due condizioni che devono verificarsi entrambe, perché io mi possa muovere.

  • Il mio interlocutore deve essere consapevole di avere un problema da risolvere, e deve volerlo risolvere
  • devo essere pagato per farlo.

La prima è, in effetti, abbastanza evidente. Chi sono io per decidere che qualcuno ha un problema? Riguardo alla seconda posso solo dire che siamo in un mondo capitalista, e io devo mangiare.

Insomma, cos’è un cinico se non una persona che vede una quantità di problemi che potrebbe essere in grado di risolvere, ma non vuole farlo? Anche se tutto sommato, quelli non sono miei problemi, e come spesso mi capita di dire, un consiglio non richiesto, o un intervento fuori luogo sono atti di vera e propria violenza.

Forse sono una brutta persona, o forse no. Non ho ancora deciso, e tutto sommato non mi interessa.

Di progetti strambi e altre amenità

Sono una persona piuttosto umorale e incostante, e sono sinceramente convinto che questa sia una fortuna.

Intendo dire che la maggior parte del tempo cerco la gratificazione immediata. E poi, che la ottenga o meno, tendo ad annoiarmi molto in fretta. Questo è uno dei limiti delle persone curiose e creative, penso. Perché una cosa superi la prima soglia della noia deve essere realmente interessante, o figa. E devo trovare il modo di incastrarla nella mia quotidianità in modo che funzioni. Non è scontato.

Penso sia uno dei motivi principali per cui ho abbandonato la scrittura, diverse volte, salvo poi tornarci come da un’amante che semplicemente non si riesce a lasciar andare. Sono molti anni che ho amato scrivere, ma solo relativamente di recente sono riuscito a renderla una pratica più o meno quotidiana.

Credo sia più o meno la stessa fine che ha fatto il mio canale Telegram. Mi ci sono messo, l’ho usato con entusiasmo per qualche settimana, e ora è lì, in stato vegetativo, in attesa che qualcuno gli stacchi definitivamente la spina, oppure lo rianimi.

Questo è un copione relativamente frequente nella mia vita. Pur non essendo uno sportivo, ad esempio, ho praticato davvero tanti sport individuali, dalla scherma, alla vela, all’arrampicata sportiva, ma solo quando mi sono avvicinato alle arti marziali ho capito che avevo trovato il mio sport. Qual è la differenza tra questo e gli altri? Sinceramente non ne sono sicuro.

C’è, però, un‘eccezione importante a questo copione: ci sono dei progetti che un giorno si svegliano nella mia testa, e lascio lì, in alcuni casi magari per anni, a decantare. Lo sto facendo con la scrittura, ad esempio. La verità è che questo stile tra il professionale e l’autobiografico non mi appartiene, mentre da sempre sogno la narrativa. E se nel corso degli anni ho fatto alcuni tentativi di iniziare una storia, che si sono rivelati fallimentari, il desiderio dentro di me rimane, ed è sempre forte. E credo anche di aver trovato un modo per metterlo in pratica nel prossimo futuro.

Sullo stesso filo conduttore c’è l’allevamento di Alpaca. Perché un allenamento di Alpaca, ci si può chiedere? Beh, basta guardarlo, e si capisce subito: gli Alpaca sono animali bellissimi, e io, sinceramente, pagherei per abbracciarne uno. Un business milionario.

Poi però ci sono alcuni progetti che sono così fuori di testa da lasciare scettico anche me. Eppure ci lavoro, vuoi perché dopo oltre un anno di Storie di Ordinario Insuccesso l’ipotesi di un fallimento non mi sembra così terribile, vuoi perché rientrano in quella logica di idee che per alcuni anni hanno macinato nell’anticamera della mia mente, aspettando solo il momento giusto di essere partoriti. Per la cronaca, il progetto in questione ha a che fare con il mondo dei Sex Toys, e per me è una figata pazzesca, oltre che essere una fonte di divertimento assicurata. E pare che lì fuori ci siano persone pazze come me che hanno deciso di seguirmi in quest’avventura.

Insomma, abbiate pazienza con me. Sono una persona incostante, ma poi ci sono quelle cose, poche, che mi si appiccicano addosso, e scelgono di restare.