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Da fuori è tutto più facile

Luca, nome di fantasia, mette la chiavetta nella macchinetta del caffè dell’azienda, che scivola fino in fondo facendo tintinnare le chiavi come se fossero il suono della campanella di fine ricreazione e noi giusto in ritardo per la lezione successiva.

Ho un rapporto ambivalente con la pausa caffè con i miei clienti. Amo il momento di convivialità rilassata, il senso di pausa informale. Odio quella sciacquarella marrone che nella maggior parte dei casi viene spacciata per caffè.

“Anche a me fa schifo questo caffè, ma almeno aiuta a sopravvivere al pomeriggio.” Questo lo dice Luca, bevendo a piccoli sorsi la bevanda nerastra che spigiona i suoi vapori miasmatici tutt’intorno.

Gli dico che se vogliono il premio per il peggior caffè che io abbia mai bevuto devono impegnarsi di più. Ride.

“Proverò davvero a fare quello che mi hai detto” prima di dire le parole si guarda intorno, con fare furtivo. Nessuno nei paraggi. “Quando racconti le cose sembra tutto facile. Ma poi ti ci trovi dentro, ed è tutto meno logico”

Certo, gli dico. E gli racconto il secondo assioma della comunicazione, gli spiego che le relazioni sono regole, che spesso rendono difficile fare la cosa giusta, o anche solo capire cosa sia. E che quindi un consulente la vedrà sempre più facile da fuori. Che io, però, cerco di aiutarli a costruire soluzioni che funzionino, nei loro sistemi di regole.

“Questa è una cosa che mi piace di te: si impara sempre qualcosa” Luca ha un tono di voce sicuro mentre pronuncia le parole, che non sono di circostanza, lo so.

Grazie, gli dico. E gli faccio i miei auguri per quando dovrà parlare con il suo capo.

Il Sogno del Manager

Lo conosco il sogno del manager.

Il mito del team perfetto, in cui tutti i collaboratori seguono con passione e dedizione la guida del loro leader. Il team in cui le persone sono autonome, e responsabili. Ma anche proattive e motivate. In cui le persone si fidano, tra di loro, e del loro capo.

Non ho mai conosciuto, ad oggi, un manager che rientrasse al 100% in questo sogno. Spesso basta un singolo collaboratore per spezzare l’incantesimo. Molto più spesso vedo l’incubo del manager, quello in cui le persone sono stanche e demotivate, fanno il minimo indispensabile, quando non si oppongono direttamente all’autorità del loro capo. Hanno bisogno di controllo e cazziatoni costanti anche per fare i lavori più semplici.

La soluzione facile, in questi casi, è pensare che la colpa sia dei collaboratori. Dell’organizzazione. Della politica. Della pandemia. Delle congiunzioni astrali. Ovviamente questa è una soluzione solo se l’obiettivo è mettersi la coscienza a posto, ma non risolve in alcun modo il problema.

La verità è che come manager hai la responsabilità della scarsa performance dei tuoi collaboratori a prescindere. Perché se un collaboratore non funziona in un ruolo, ci possono essere, sostanzialmente, due classi di motivi possibili.

Il primo è che quella persona è, semplicemente, la persona sbagliata per quella posizione. E non c’è niente di male, voglio dire. Se a causa di qualche bizzarra congiunzione astrale domani dovessi essere assunto per riparare lavatrici, in quel ruolo non potrei mai funzionare, e produrrei solo della grande insoddisfazione nei miei clienti.

Il secondo è che quella persona non viene messa nelle condizioni di dare il massimo.

Ecco, sarebbe facile pensare che solo nel secondo caso il manager potrebbe fare qualcosa, e comunque dovrebbe prima capire di quale delle due casistiche si tratta. In realtà, il problema è molto più semplice: basta creare uno spazio in cui i collaboratori possano dare il massimo, in modo da riconoscere i secondi e stanare i primi. E di nuovo, la responsabiità sta, a questo punto, nel trovare il modo di allontanarli.

Ed ecco, così, miracolosamente avverato il sogno del manager. L’unico problema è che per raggiungerlo ci si deve, effettivamente, impegnare.

Curiosità. Insoddisfazione. Sofferenza. Serenità.

Il manager si alza, e mi ringrazia, e io ho giusto il tempo di prendere un appunto rapido, prima che inizi la prossima sessione di coaching, con un suo collega. Le giornate di questo tipo scorrono veloci, senza che ci sia davvero il tempo per tirare il fiato. Spesso, quando finiscono, mi limito a stendermi sul letto mio, o della camera d’albergo in cui mi trovo, a lasciare che il fumo si dissipi, lentamente, dal mio cervello.

Mentre le dita scorrono veloci sulla tastiera, recupero dalla memoria i passaggi salienti della nostra chiacchierata. La sessione è stata molto interessante, perché mi ha permesso di contribuire alla validazione di una teoria a cui sto lavorando da un po’ di tempo. Le teorie sono sempre belle, sulla carta, ma se non si progettano degli esperimenti per comprendere se sono vere o false, non servono a granché. Molti pensano che il cuore del mio lavoro sia quello di aiutare le persone e le aziende a migliorare, ma non posso dire che questo sia del tutto vero per me. Certo, è un aspetto importante e centrale, ma la cosa più appagante per me è studiare, sperimentare, scoprire. Insomma, nutrire la mia curiosità fuori controllo.

Neil DeGrasse Tyson, forse il più famoso divulgatore americano, paragona la conoscenza a un cerchio, in cui l’essere umano è posizionato al centro. Ogni nuova scoperta aumenta la dimensione del cerchio, ma così facendo ne aumenta anche la circonferenza, ovvero il suo orizzonte. La metafora serve a spiegare che più aumenta la nostra conoscenza, più aumenta anche l’orizzonte con ciò che ancora non comprendiamo. E per questo la nostra curiosità non sarà mai, veramente, soddisfatta.

L’ho sempre sostenuto, in effetti: la vita del curioso è fondamentalmente fatta di insoddisfazione costante. Se un curioso è pienamente soddisfatto della sua scoperta, allora non continuerà a cercare. Un po’ come chi crede nel concetto di perfezione. La perfezione è stasi, è il miglioramento ad essere movimento. Se Einstein avesse pensato che la relatività ristretta era una teoria perfetta avrebbe semplicemente smesso di cercare, e non sarebbe arrivato alla relatività generale, e poi oltre. Il che ci racconta che anche lui era una persona fondamentalmente insoddisfatta, incapace di accettare davvero ciò che aveva raggiunto, spinta sempre in avanti.

Curiosità e insoddisfazione sono due motori, potenti e complementari. La prima ti tira verso il futuro, la seconda ti spinge via dal presente. Il che ti può anche far uscire di testa, o se non altro far vivere una vita di sofferenza. Ma questo avviene solo se miri alla perfezione. Come ogni vero viaggiatore sa, infatti, il punto non è la destinazione, ma il viaggio in sé. Solo se si riesce ad accogliere questa visione del mondo nel proprio intimo si riesce a vivere con serenità il mutamento costante.

E a godersi il presente. Il viaggio. La ricerca continua.

Mi resta giusto il tempo di una veloce corsa in bagno, prima di iniziare a lavorare con il prossimo manager.

Non è una questione di obiezioni

La parlantina del venditore è ricca e veloce. Non sono sicuro che attraverso Zoom riesca a cogliere la mia espressione annoiata. A guardarmi, in effetti, il mio volto sembra acceso di curiosità e di interesse, ma del resto faccio il coach, e quando ascolto qualcuno che parla, indosso in modo automatico questa faccia. Non è il tipo di abitudine che una piccolezza come una pandemia possa modificare.

Non sono sicuro su come dovrei comportarmi, al netto del fatto che mi è piuttosto chiaro che il servizio che sta cercando di vendermi non mi serve per nulla, e che di conseguenza qualunque offerta o prezzo possa volermi fare superiore al gratis non sarà adeguato. Potrei fermarlo qui, dirgli che la sua spiegazione è molto chiara, e mi ha permesso di capire che quel servizio non mi serve, dicendogli che non voglio rubargli del tempo. Oppure potrei fare il bastardo, stare al gioco, dargli l’impressione di aver chiuso la vendita, ma non sottoscrivere nessun contratto.

Rispetto il suo lavoro, e non provo dell’antipatia nei suoi confronti, quindi scelgo la prima. Grazie, gli dico. Il tempo che mi ha dedicato mi ha aiutato a capire che questa cosa non fa per me, gli dico.

Non voglio rubargli altro tempo, gli dico.

Ma no, lui non ci sta. E allora inizia con le domande. Sì, quelle domande a cui puoi rispondere solo sì, una sequenza infinita che alla fine, in virtù del principio di Coerenza ti porterà a dire l’unico sì che conta, quello alla firma del contratto.

Ok, io la possibilità te’ho data, ma tu hai deciso di non coglierla. Ora faccio il bastardo, e devi sono ringraziare te stesso e i corsi di Vendita Efficace che hai frequentato.

E ci prova, si vede che si impegna. Il suo disco di vendita è perfetto, smonta le mie obiezioni, una dopo l’altra, e mi costringe a dire una serie di sì. E io non mi preoccupo, anzi, sono perfettamente sereno. E lui scambia la mia serenità per sicurezza, pensa che io sia pronto. E allora me lo chiede: mi fa la proposta a cui non si può rifiutare. C’è anche lo sconto, valido solo per quel momento e tutto.

Al che io calo il carico da novanta. Te l’ho già detto, dico. Questo servizio non mi serve, dico.

Lui va in frantumi. Si guarda intorno, come a voler cercare qualche tecnica. Si inventa qualcosa, mi fa ancora qualche domanda. Io gli rispondo, sempre in modo educato. Alla fine mi chiede se conosco qualcuno che potrebbe essere interessato a questo servizio. Mi chiede se potrei passargli il contatto. Perché no? Gli dico. Alla fine non mi costa nulla.

Ci salutiamo, chiudiamo la telefonata. E io non gli mando nessun contatto.

Lo Smart Working ai tempi del Coronavirus

Il computer si accende, iniziando a spargere luci led pulsate per tutto lo studio. Un vezzo da gamer che non ho mai capito, apparentemente non puoi comprare una scheda video di buon livello, senza l’illuminazione da Las Vegas che però fa figo e quindi va bene. Mentre aspetto guardo l’orologio del telefono che segna 23.23, ora fortunata.

Il feed di linkedin scorre davanti ai miei occhi, e io, sottovoce, impreco.

Cerco nella parte superiore dello schermo la pagina con il mio calendario editoriale. Ci sono decisamente troppe schede aperte nel mio browser, e devo girarne tre o quattro prima di trovare quella giusta. Ricordavo bene, l’argomento dell’ultimo mese è stato la Performance in azienda, quello della settimana è lo Smart Working. Torno su LinkedIn, dove uno dopo l’altro scorrono post taggati #coronavirus e #smartworking.

Smetto di tormentare la rotella del mio mouse, e iniziocon i miei capelli.

Valutiamo le opzioni.

Potrei cambiare argomento. Nessuno saprebbe mai nulla. Mi secca un po’, perché avevo davvero voglia di parlare di smart working questa settimana. Oppue potrei parlarne, con il rischio di scadere nello sciacallaggio mediatico, che è un po’ quello che stanno facendo tutti in questi giorni.

Un post cattura la mia attenzione.. Si chiede quanti di quelli che applicheranno il telelavoro in questi giorni lo manterranno a crisi passata. Ragiona sul fatto che molti che oggi sono paladini dello smart working fino a ieri lo rifiutavano per partito preso.

Più leggo, e più la sensazione che ho è che le persone, in generale non abbiano capito che cosa sia, davvero, lo smart working. Non l’imprenditore che pubblica il post dicendo che fa lavorare i dipendenti in smart working per una settimana. Né il nomade digitale con il suo mojito di fianco al portatile su una spiaggia tropicale.

Perché alla fine della giornata smart working non è lavorare da casa, come non è ferie illimitate od orari flessibili. In effetti, è tutte queste cose, e nessuna di esse. Perché lo smart working, quello vero, è più che altro uno stile organizzativo e aziendale, fatto di pricessi, e piccole migliorie, che in molti casi passano assolutamente inosservate.

In definitiva, si tratta di creare aziende a misura di persona, anziché persone a misura d’azienda.

Se parliamo di telelavoro, ad esempio, possiamo essere tentati dal dire che l’idea che le persone possano lavorare da casa anziché farsi ogni giorno ore imbottigliati del traffico sia sicuramente migliore, e smart. In realtà, a ragionarci un attimo, anche il telelavoro ha i suoi aspetti negativi: crea isolamento, e diluisce la cultura aziendale. Rende di fatto le persone reperibili costantemente, anche fuori dall’orario d’ufficio, e non ultimo scarica l’onere del curare l’ecosistema sul lavoratore. A pensarci, non è poca cosa: in azienda c’è qualcuno che (in teoria) si occupa di procurare sedie comode, e pulire i bagni ogni giorno. A casa quest’onere ricade tutto sul telelavoratore. Non c’è nulla di smart in questo.

Senza contare che, per funzionare bene, questo tipo di lavoro richiede un aumento esponenziale della comunicazione virtuale che, come è chiaro a chi come me studia fenomeni comunicativi, rende molto più facile che si creino situazioni di incomprensione e frainteso. Il che, naturalmente, non significa che il telelavoro sia sbagliato o dannoso, ma che l’introdurlo in modo forzato, ad esempio a causa di un’epidemia virale, creerà probabilmente più problemi di quelli che potrebbe risolvere, tanto che alcuni dei super generosi che hanno concesso lo smart working fino a quando l’epidemia non sarà rientrata, probabilmente, arriveranno a chiedersi perché non abbiano semplicemente chiuso l’azienda e mandato le persone in ferie per un paio di settimane.

Perché la verità è che lo smart working ai tempi del Coronavirus non è smart working. Alla fine, è solo l’ennesimo tacon peso del buso (pezza peggio del buco).

Ok, direi che qualcosa da scrivere ce l’ho. Mia figlia ora dorme, e le mie dita scorrono, veloci, sulla tastiera.

Essere al top della forma

La luce dell’orologio illumina il corpo di mia figlia, rannicchiato tra me e mia moglie. Il suo piccolo piedino, taglia 19, saldamente piantato nel mio stomaco. Segna le 3.28. Io mi allontano abbastanza da evitare i calci di mia figlia. Mi giro dall’altra parte.

La sveglia non suona, vibra. La trovo più tollerabile, così. Non come mia moglie, che mette una sveglia, e poi schiaccia snooze anche 5 o 6 volte. Io preferisco una sveglia secca. Dormivo, e ci metto qualche secondo a capire come muovere le braccia con sufficiente precisione per trovare il quadrante dell’orologio. Ci premo sopra, a caso, e smette. Mentre esco dal letto mi muovo lentamente, in modo da non svegliare mia figlia, e nemmeno mia moglie. La notte è stata lunga.

La mia routine mattutina non ha nulla a che vedere con quelle alla miracle morning. Il mio dito scorre pigro sul bordo del cartone del latte, cercando l’applocazione di LinkedIn. Mi ci vuole qualche secondo a capire che ho messo il telefono in frigo. A un certo punto raggiungo i miei vestiti, che ho preparato la sera prima. Prima di uscire metto la testa dentro la porta della camera. Io esco, dico. Ci vediamo stasera. Mia moglie mugugna qualcosa, mezza addormentata.

Fuori è buio, e freddo, e io salgo in auto senza giacca. Avvio il motore ed alzo il riscaldamento, mentre aspetto che il cancello di casa si apra. Ora mi sento più sveglio. Beh, sveglio è una parola grossa. Attacco il telefono con il cavo, per metterlo in carica, e dopo qualche secondo partono i System of a Down. Li stavo ascoltando ieri sera, mentre lavavo i piatti. No, troppa energia a quest’ora della notte. O è già mattina?Scorro le mie playlist su Spotify, fino a quando non trovo Scott Davis. Apro l’album Tahoma: Reimagined, e dopo qualche istante la musica di pianoforte mi avvolge. La lascio a volume basso, abbastanza per coprire il rumore del traffico.

Ti vedo provato. Questo me lo dice Marco, nome di fantasia, mentre mi saluta. Accetto volentieri un caffè della macchinetta, dal sapore acido come i suoi commenti mentre mi chiede se ho dormito. Rido mentre gli racconto le mie avventure notturne. Marco non ha figli, e non è sicuro che compatirmi, disprezzarmi o invidiarmi. Nel dubbio, ride alle mie battute.

Non so, esattamente, da dove tiro le risorse. Forse parlare davanti a un’aula di ciò che amo e mi appassiona è la mia salvezza. Mi sento concentratissimo, vivace, e rispondo in modo preciso alle domande dei partecipanti. Di tanto in tanto mi capita di sbadigliare, ma a parte questo sono lucido, concentratissimo. Certo, se dovessi farlo tutti i giorni probabilmente morirei dopo una settimana. In pausa vado in bagno, e il consulente che mi guarda dall’altra parche dello specchio ha dei segni neri sotto gli occhi infossati. I capelli sono arruffati, e ha un’espressione spiritata.

Però almeno sorride.

In autostrada, al ritorno, viaggio a 130 tra la seconda e la terza corsia. Senza musica, perché ho bisogno di ascoltare un po’ il vociare dei miei pensieri. Chiamo mia moglie. Il telefono squilla per qualche secondo, e lei risponde. Le racconto com’è andata la giornata, e le dico di non aspettarmi per dar da mangiare alla Bestia, c’è un rallentamento poco più avanti, e Google mi dà rosso.

Mentre varco la porta di casa sento i rumori del bagnetto. Lascio lo zaino all”ingresso, e butto la giacca su una poltronattacapanni. Vado in bagno, e mia figlia ride quando mi vede. Do il cambio a mia moglie, e me la godo un po’ mentre gioca nell’acqua. La mia cena può aspettare, così come il sonno.

Alla fine, quando fai qualcosa di importante, tipo lavorare, o stare con una figlia, il resto può, semplicemente, aspettare.

Anche io ho una parte intollerante

C’è una parola, in particolar modo, su cui vorrei ragionare oggi, ed è tolleranza.

Tolleranza è una parola di cui ci si riempie la bocca. Si dice che si deve essere tolleranti verso il diverso, verso gli errori degli altri, o anche verso i propri. La verità è che questa parola a me non piace, non mi piace per nulla, soprattutto quando viene usata nei confronti di una persona.

Perché la parola Tolleranza, nella sua radice etimologica ha a che fare con la sopportazione di un peso, di qualcosa di sgradevole. Ed ecco, questa cosa per me ha poco senso per due motivi. Il primo è collegato con le ragioni per cui si definisce una persona un peso. Spesso, infatti, si parla dell’importanza (?!?) di tollerare chi ha una diversa nazionalità, religione, sessualità. Insomma, è come se si considerasse una persona sgradevole per il solo fatto che esiste, ed è nata o è stata educata in un certo modo.. Il secondo è che se proprio sono infastidito da qualcosa o qualcuno, tendo a fare qualcosa per risolvere la situazione.

Questa, almeno è l’idea. E se non riesco davvero a tollerare (o non tollerare) una persona per il solo fatto di essere nata in un determinato paese del mondo, questo non significa che non ci siano cose che mi si infilano sotto la pelle, e fanno uscire fuori tutta la mia intolleranza, e la mia chiusura. Si tratta, in effetti, di tutti quei comportamenti che il buon Carlo Cipolla definirebbe stupidi.

Per chi non lo conoscesse, il professore in questione ha scritto un breve e interessantissimo saggio che va a definire il concetto di stupidità, Dice, in buona sostanza, che un comportamento può sia aiutare che danneggiare, e può farlo con se stessi e con gli altri. Possiamo, quindi, costruire un diagramma cartesiano usando questi due assi, in modo da ottenere quattro quadranti:

  • gli intelligenti sono coloro che con il loro comportamento creano vantaggi sia per se stessi che per gli altri
  • gli sfortunati, o disgraziati, sono coloro che aiutando gli altri danneggiano se stessi
  • i banditi, viceversa, sono coloro che creano valore per loro stessi, danneggiando gli altri
  • gli stupidi, infine, sono coloro che con il loro comportamento danneggiano sia loro stessi che gli altri

Ok, riformulo. L’unico contesto in cui mi sento usare la parola tolleranza è quello della stupidità. E mi accontento di questa parola se si tratta di stupidità accidentale. Tutti, alla fine, possiamo commettere degli errori, anche io l’ho fatto e lo faccio, ci mancherebbe. L’upgrade all’intolleranza lo faccio quando la stupidità è deliberata.

Chi va in bicicletta di fianco alla pista ciclabile mi rende intollerante.

Chi fa coda nel traffico facendo manovre azzardate, salvo restare comunque incastrato come tutti, mi rende intollerante.

Chi passa il tempo a lamentarsi delle sue disgrazie mi rende intollerante.

Il punto è che se con le persone che si comportano in modo intelligente è facile avere a che fare, e disgraziati e banditi si possono gestire con le giuste armi, davanti agli stupidi siamo totalmente inermi. D’altra parte, una famosa e purtroppo anonima massima ci ricorda che discutere con certe persone è come giocare a scacchi con un piccione. Puoi essere anche il campione del mondo ma il piccione farà cadere tutti i pezzi, cagherà sulla scacchiera e poi se ne andrà camminando impettito come se avesse vinto lui.

Sono loro, gli stupidi, quelli che fanno uscire la mia intolleranza vera. Quelli che quando li incontro posso solo arrabbiarmi, perché non so cos’altro fare, se non insultarli. E quindi, se sei uno stupido, ti ringrazio, perché fai uscire una parte di me che altrimenti non avrebbe ragione di esistere.

Vita privata e professionale

Oggi, proprio oggi, sono nove anni che sto insieme con mia moglie. Nove anni da quel primo appuntamento che avrebbe portato prima al nostro matrimonio, poi alla nascita di nostra figlia.

Nove anni con i loro alti e bassi. La nostra non è una storia da romanzo. La relazione che ho con mia moglie è fatta di momenti felici e momenti tristi. Momenti preoccupati e momenti incazzati. Sì, insomma, al di là del fatto che lei fa la psicoterapeuta, e io il consulente, e quindi entrambi abbiamo questa mezza ossessione per l’aiutare gli altri, siamo persone normali, che vivono una vita normale. Come gli Italiani medi viviamo a meno di un chilometro dalla nostra famiglia (dalla sua per essere precisi). Apparteniamo entrambi alla generazione perduta, quella dei Millennials, e facciamo parte di quel ceto medio che sta sparendo. Nostra figlia non dorme. Insomma, il prototipo di famiglia all’italiana del primo ventennio del nuovo millennio.

Una delle cose che ci caratterizza è proprio il fatto che, essendo entrambi liberi professionisti, non viviamo quello stacco tra la vita privata e quella professionale che era comune della generazione precedente. Gli orari di lavoro, per noi, sono flessibili, e spesso risicati alla cura di nostra figlia. Le telefonate in pigiama, mentre preparo la cena, sono diventate una cosa normale per me. Ed è questo il motivo per cui, di tanto in tanto, mi trovo a raccontare degli spaccati della mia vita quotidiana proprio qui, tra queste righe, esattamente come sto facendo ora.

Il che, in effetti, fa un po’ ridere. Mentre lavoro, dai miei clienti, mi sento un po’ supereroe. Difficile non farlo, quando affronti situazioni che pesano anche per centinaia di migliaia di euro sui conti dell’azienda. E so che anche per mia moglie, per quanto non lo ammetta in questi termini, è così, visto che lei lavora con la salute psicologica delle persone. Poi torniamo a casa, e ci troviamo a ridere come degli idioti quando nostra figlia imita i nostri manierismi, oppure ci fa, a modo suo, dei piccoli scherzi. Tutto questo ha, almeno per me, dell’anticlimatico, ci aiuta a mantenere i piedi per terra.

All’inizio di quest’anno ho deciso che avrei lavorato di meno, per avere più tempo con mia figlia. Si tratta, effettivamente, di una scelta che mi ha ripagato enormemente, anche se questo lavorare di meno apre a scenari di difficoltà, nella gestione del turnover dei clienti. E questo è il momento in cui il confine tra vita privata e professionale diventa, se possibile, ancora più labile: se ho ben chiaro, nella mia testa, che lavoro per vivere, e non vivo per lavorare, comunque la pagnotta a casa bisogna portarla, e non sempre le circostanze sono favorevoli affinché questo avvenga serenamente.

Voglio dire, capita che mi trovi a preparare un progetto la sera tardi, decisamente troppo tardi per essere lucido al cento per cento, soprattutto quando il sonno è carente. E per quanto possa essere un maniaco della produttività, e del fare solo le cose realmente utili ed essenziali, quando hai una figlia di un anno (lo compirà giusto questa settimana), la vita è una distrazione continua.

Voglio dire, se pensi che facebook sia una distrazione, probabilmente è perché non hai figli.

In casi come questi capisco quanto valga quel modello di “famiglia tradizionale“, in cui i nonni aiutano in modo importante i genitori nella gestione dei figli. Effettivamente, se non ci fossero i miei genitori, e soprattutto quelli di mia moglie, sarebbe tutto molto più difficile da gestire. Probabilmente questo lusso di passare tanto tempo con mia figlia non me lo potrei concedere. e per questo sono grato alle circostanze.

Alla fine, che sia vita privata e professionale, sempre di vita stiamo parlando. Con i suoi momenti felici e le sue difficoltà. Le sue preoccupazioni e le sue incazzature.

Mercoledì è un buon giorno per Invecchiare

Partiamo dalle cose ovvie, e meno interessanti: oggi compio 32 anni, quindi, ufficialmente, invecchio.

Stavo scrivendo un altro articolo, per oggi, ma visto che il mio compleanno cade in coincidenza con il mio articolo settimanale ho cambiato idea. Più che altro, come spesso capita in queste occasioni, mi sono fermato un po’ a riflettere. D’accordo, probabilmente capita solo a me.

Non sono uno che vive con grande anticipazione i compleanni. La vedo più come una scusa per trovarsi tutti insieme, mangiare e bere bene, e passare un po’ di tempo in compagnia. Ricordo che quando andavo al liceo, invece, era un conto alla rovescia a quel momento in cui sarei arrivato a 18, e sarei diventato un essere umano fatto e finito, almeno per la legge. Quel momento è passato e scivolato via. Un giorno mi sono svegliato, e mi sono accorto che non era cambiato nulla per me.

Ho, però, un ricordo antecedente che oggi, per qualche motivo, mi è tornato alla mente. Frequentavo la scuola media, e per un paio di mesi mi alzavo tutte le mattine con il terrore di invecchiare. Che è una cosa buffa, se ci si pensa. Un bimbo, a dodici anni, non è nemmeno ancora un adulto, e in tutta sincerità non ho idea di cosa avesse acceso quella fobia, se non il fatto che, per via del divorzio dei miei genitori, era un periodo un po’ di schifo, ma in tutta sincerità non sono nemmeno sicuro che le due cose siano collegate tra loro.

Non era tanto l’idea della morte che mi spaventava, quanto il pensiero che mi sarei avvicinato ad essa come un vecchio malato, incapace di muovermi, magari con i primi segni di demenza. Sentivo l’ansia per la fatica che avrei fatto a svolgere gesti quotidiani, come alzarmi da seduto, o andare da un posto all’altro sulle mie gambe.

Così com’era arrivata, quella sensazione sparì, e devo dire che, per quanto di tanto in tanto mi torni alla mente, ha completamente perso il suo potere, e ad oggi resta per me solo un ricordo buffo. Eppure, nonostante non sia certo in là con gli anni, una vita di sport hanno lasciato su di me qualche cicatrice, come una spalla lussata, un ginocchio che alle volta gioca qualche brutto scherzo, e una schiena che mi ha costretto per la prima volta ad andare dall’osteopata. Lo sport che pratico oggi è il Taiji, e l’età media della palestra è superiore ai 50 probabilmente solo perché ci sono io ad abbassarla. Fisicamente mi sento un vecchio rinsecchito, e la cosa mi fa ridere.

Mi fa ridere perché so di non esserlo, e se anche lo fossi non sarebbe un problema. Da molto tempo, infatti, ho semplicemente imparato ad accogliere il mio presente con gentilezza. E tutto sommato trovo che il mercoledì sia un buon giorno per invecchiare per me, quest’anno. Un giorno di intermezzo che si limita a scivolare via come se nulla fosse. Eppure, stamattina mia moglie si è alzata prima di me, e ha preparato i Waffles. Quando sono arrivato in cucina, mi ha fatto trovare un piccolo regalo: un portachiavi per l’auto nuova, della Lego, quello con la figura di Dart Vader.

Io allora mi sono girato verso mia figlia, che era sul seggiolone, e con la figurina in mano le ho detto “Sono tuo padre!

Non sono sicuro che abbia capito, però almeno si è messa a ridere.

Sull’essere disciplinati

Hai mai fatto i buoni propositi dell’anno nuovo? O fatto una dieta? Personalmente no. Riguardo alla dieta è perché In linea di massima non ne ho bisogno, ma sui buoni propositi posso serenamente ammettere che ho sempre saputo che non li avrei mantenuti, già a partire dal 2 gennaio.

Non mi considero una persona particolarmente disciplinata, nonostante di lavoro faccia (anche) il coach. Ci tengo a precisarlo, perché ci sono una quantità di coach lì fuori, e io li stimo moltissimo per questo, che si fanno apologeti dell’importanza della disciplina e della tenacia. Queste competenze, dicono, sono l’unica cosa che faccia davvero la differenza nel raggiungere obiettivi ambiziosi.

Ecco, su quest’ultimo punto ho qualcosa da ridire: non sono così convinto che sia solo la tenacia a fare la differenza, e come tutte le competenze può avere risvolti sia in positivo che in negativo, ed è per questo che vale la pena imparare a conoscerla, e svilupparla.

Si tratta in effetti di un compito arduo, ancora di più per un pigro dichiarato come me. Dico dichiarato perché effettivamente l’essere umano è fisiologicamente pigro, e vincere questa pigrizia richiede che ci sia un motivo preciso. In questo senso, la nostra migliore motivazione nel vincere la pigrizia è l’emotività: ogni emozione, per un motivo o nell’altro, ci spinge a vincere la pigrizia. Ad esempio, possiamo metterci a dieta perché proviamo disgusto, o rabbia nel vedere la nostra immagine allo specchio, oppure possiamo iniziare a leggere un libro la sera prima di andare a dormire perché proviamo piacere nel farlo.

L’emozione, in questo contesto, gioca un ruolo essenziale, ma assolutamente a breve termine: va molto bene per metterci in moto, ma non ci aiuta più di tanto a mantenere una buona abitudine. Per farlo ci serve la disciplina. Sì, insomma, questo è quello che dicono. Personalmente, trovo che tutto stia a quanto una cosa sia importante per me. Se lo è molto, non ho problemi a mantenerla nel tempo, se lo è poco di solito la abbandono in tempo zero. Probabilmente ciò che fa realmente la differenza è proprio che, in generale, non ho difficoltà a distinguere ciò che per me è importante, da ciò che non lo è.

Per fare un esempio banale, saranno passati ormai sei o sette anni da quando ho deciso di iscrivermi ad una palestra per praticare arti marziali. Prima di allora, ero riuscito a mantenere l’iscrizione ad uno stesso sport per non più di un paio d’anni al massimo. In palestra normale per forse un paio di settimane. Questa volta era diverso: sentivo di aver trovato la mia strada, una pratica che non solo lascia sempre margine al miglioramento, ma ben mi si addiceva al mio carattere, e ai miei valori.

C’è stata un’evoluzione importante,da parte mia, in questi anni, ma io resto ancora iscritto lì, a praticare arti marziali orientali. Ormai, sono uno dei vecchi della palestra, e mi trovo a spiegare questo o quell’altro movimento a chi pratica da meno tempo di me. Riguardo il mio percorso a posteriori, e trovo che sembri quello di una persona disciplinata: soprattutto all’inizio, prima che mi trasferissi, abitavo davvero lontano dalla palestra, e avevo quasi un’ora di strada per arrivarci. Insomma, facevo due ore di viaggio per un’ora e mezza di allenamento.

Potrei dire di essere stato disciplinato, tenace, ma la verità è che non mi pesava. Era un momento che amavo profondamente, e quel po’ di viaggio non mi ha mai dissuaso. Forse, in fin dei conti, checché ne dicano i vari coach e motivatori, l’unico modo per trovare realmente la disciplina è applicarla a qualcosa che ci piace nel profondo.

Per tutto il resto, alla fine, i trucchetti sono più che sufficienti.