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Quello che le donne (non) vogliono

Il livello del mio Spritz al Campari scende lentamente, accompagnato dal vociare delle persone. L’oliva l’ho sempre tenuta per ultima. Sì, lo so che molti preferiscono mangiarla all’inizio, ma per me è un piccolo momento di godimento che mi tengo alla fine. Vicino a me una conoscente, amica di un’amica, si lancia con la sua voce appena troppo alta nell’apologia del femminismo. Spiega a tutti i presenti il concetto di soffitto di cristallo, che le donne devono scegliere tra carriera e famiglia, del gender pay gap. Spiega che ci sono dei lavori in cui le donne non possono nemmeno entrare. Che un presentatore uomo una volta si è messo lo stesso vestito per un anno intero e nessuno se n’è accorto, mentra se una donna si mette per due giorni due vestiti identici le danno della sciattona. Sciorina le percentuali sulle violenze domestiche sulle donne.

Sì, insomma, le solite cose.

Io la lascio parlare, dedicando almeno metà della mia attenzione al mio spritz. Ha ragione, ed il problema è proprio questo. Finché avrà ragione, femminismo sarà solo una parola pronunciata dagli uomini con disprezzo, come quando parlano del ciclo.

Provo ad aiutarla, e lo faccio con delle parole per cui mi odierà. Già lo so.

Ti invidio, le dico.

Ti invidio perché puoi scegliere tra carriera e famiglia. Io, come uomo, non posso. Devo dedicarmi alla carriera, oppure essere chiamato mammo.

Ti invidio, perché ci sono dei lavori in cui gli uomini non possono nemmeno entrare.

Ti invidio, perché hai un potenziale comunicativo, attraverso la tua immagine, che come uomo non ho. Se io mi metto lo stesso vestito per un anno, infatti, non se ne accorge nessuno, perché nessuno mi nota.

Ti invidio per le percentuali sulle violenze domestiche sulle donne, perché almeno se ne parla, mentre di quelle sugli uomini non parla nessuno.

Alla fine della giornata, le dico, solo cambiando prospettiva riusciremo a risolvere il problema. Le dico che può chiamarmi maschilista, perché credo che il fatto che l’uomo sia forte e dominante e la donna debole e indifesa sia esattamente il pregiudizio che vogliamo combattere, e io preferisco farlo raccontando la storia opposta.

Che l’uomo è quello debole e indifeso, e la donna forte e dominante.

Lei mi ringrazia, e insieme finiamo lo Spritz.

Da fuori è tutto più facile

Luca, nome di fantasia, mette la chiavetta nella macchinetta del caffè dell’azienda, che scivola fino in fondo facendo tintinnare le chiavi come se fossero il suono della campanella di fine ricreazione e noi giusto in ritardo per la lezione successiva.

Ho un rapporto ambivalente con la pausa caffè con i miei clienti. Amo il momento di convivialità rilassata, il senso di pausa informale. Odio quella sciacquarella marrone che nella maggior parte dei casi viene spacciata per caffè.

“Anche a me fa schifo questo caffè, ma almeno aiuta a sopravvivere al pomeriggio.” Questo lo dice Luca, bevendo a piccoli sorsi la bevanda nerastra che spigiona i suoi vapori miasmatici tutt’intorno.

Gli dico che se vogliono il premio per il peggior caffè che io abbia mai bevuto devono impegnarsi di più. Ride.

“Proverò davvero a fare quello che mi hai detto” prima di dire le parole si guarda intorno, con fare furtivo. Nessuno nei paraggi. “Quando racconti le cose sembra tutto facile. Ma poi ti ci trovi dentro, ed è tutto meno logico”

Certo, gli dico. E gli racconto il secondo assioma della comunicazione, gli spiego che le relazioni sono regole, che spesso rendono difficile fare la cosa giusta, o anche solo capire cosa sia. E che quindi un consulente la vedrà sempre più facile da fuori. Che io, però, cerco di aiutarli a costruire soluzioni che funzionino, nei loro sistemi di regole.

“Questa è una cosa che mi piace di te: si impara sempre qualcosa” Luca ha un tono di voce sicuro mentre pronuncia le parole, che non sono di circostanza, lo so.

Grazie, gli dico. E gli faccio i miei auguri per quando dovrà parlare con il suo capo.

Il Sogno del Manager

Lo conosco il sogno del manager.

Il mito del team perfetto, in cui tutti i collaboratori seguono con passione e dedizione la guida del loro leader. Il team in cui le persone sono autonome, e responsabili. Ma anche proattive e motivate. In cui le persone si fidano, tra di loro, e del loro capo.

Non ho mai conosciuto, ad oggi, un manager che rientrasse al 100% in questo sogno. Spesso basta un singolo collaboratore per spezzare l’incantesimo. Molto più spesso vedo l’incubo del manager, quello in cui le persone sono stanche e demotivate, fanno il minimo indispensabile, quando non si oppongono direttamente all’autorità del loro capo. Hanno bisogno di controllo e cazziatoni costanti anche per fare i lavori più semplici.

La soluzione facile, in questi casi, è pensare che la colpa sia dei collaboratori. Dell’organizzazione. Della politica. Della pandemia. Delle congiunzioni astrali. Ovviamente questa è una soluzione solo se l’obiettivo è mettersi la coscienza a posto, ma non risolve in alcun modo il problema.

La verità è che come manager hai la responsabilità della scarsa performance dei tuoi collaboratori a prescindere. Perché se un collaboratore non funziona in un ruolo, ci possono essere, sostanzialmente, due classi di motivi possibili.

Il primo è che quella persona è, semplicemente, la persona sbagliata per quella posizione. E non c’è niente di male, voglio dire. Se a causa di qualche bizzarra congiunzione astrale domani dovessi essere assunto per riparare lavatrici, in quel ruolo non potrei mai funzionare, e produrrei solo della grande insoddisfazione nei miei clienti.

Il secondo è che quella persona non viene messa nelle condizioni di dare il massimo.

Ecco, sarebbe facile pensare che solo nel secondo caso il manager potrebbe fare qualcosa, e comunque dovrebbe prima capire di quale delle due casistiche si tratta. In realtà, il problema è molto più semplice: basta creare uno spazio in cui i collaboratori possano dare il massimo, in modo da riconoscere i secondi e stanare i primi. E di nuovo, la responsabiità sta, a questo punto, nel trovare il modo di allontanarli.

Ed ecco, così, miracolosamente avverato il sogno del manager. L’unico problema è che per raggiungerlo ci si deve, effettivamente, impegnare.

Non è una questione di obiezioni

La parlantina del venditore è ricca e veloce. Non sono sicuro che attraverso Zoom riesca a cogliere la mia espressione annoiata. A guardarmi, in effetti, il mio volto sembra acceso di curiosità e di interesse, ma del resto faccio il coach, e quando ascolto qualcuno che parla, indosso in modo automatico questa faccia. Non è il tipo di abitudine che una piccolezza come una pandemia possa modificare.

Non sono sicuro su come dovrei comportarmi, al netto del fatto che mi è piuttosto chiaro che il servizio che sta cercando di vendermi non mi serve per nulla, e che di conseguenza qualunque offerta o prezzo possa volermi fare superiore al gratis non sarà adeguato. Potrei fermarlo qui, dirgli che la sua spiegazione è molto chiara, e mi ha permesso di capire che quel servizio non mi serve, dicendogli che non voglio rubargli del tempo. Oppure potrei fare il bastardo, stare al gioco, dargli l’impressione di aver chiuso la vendita, ma non sottoscrivere nessun contratto.

Rispetto il suo lavoro, e non provo dell’antipatia nei suoi confronti, quindi scelgo la prima. Grazie, gli dico. Il tempo che mi ha dedicato mi ha aiutato a capire che questa cosa non fa per me, gli dico.

Non voglio rubargli altro tempo, gli dico.

Ma no, lui non ci sta. E allora inizia con le domande. Sì, quelle domande a cui puoi rispondere solo sì, una sequenza infinita che alla fine, in virtù del principio di Coerenza ti porterà a dire l’unico sì che conta, quello alla firma del contratto.

Ok, io la possibilità te’ho data, ma tu hai deciso di non coglierla. Ora faccio il bastardo, e devi sono ringraziare te stesso e i corsi di Vendita Efficace che hai frequentato.

E ci prova, si vede che si impegna. Il suo disco di vendita è perfetto, smonta le mie obiezioni, una dopo l’altra, e mi costringe a dire una serie di sì. E io non mi preoccupo, anzi, sono perfettamente sereno. E lui scambia la mia serenità per sicurezza, pensa che io sia pronto. E allora me lo chiede: mi fa la proposta a cui non si può rifiutare. C’è anche lo sconto, valido solo per quel momento e tutto.

Al che io calo il carico da novanta. Te l’ho già detto, dico. Questo servizio non mi serve, dico.

Lui va in frantumi. Si guarda intorno, come a voler cercare qualche tecnica. Si inventa qualcosa, mi fa ancora qualche domanda. Io gli rispondo, sempre in modo educato. Alla fine mi chiede se conosco qualcuno che potrebbe essere interessato a questo servizio. Mi chiede se potrei passargli il contatto. Perché no? Gli dico. Alla fine non mi costa nulla.

Ci salutiamo, chiudiamo la telefonata. E io non gli mando nessun contatto.

Anche io ho una parte intollerante

C’è una parola, in particolar modo, su cui vorrei ragionare oggi, ed è tolleranza.

Tolleranza è una parola di cui ci si riempie la bocca. Si dice che si deve essere tolleranti verso il diverso, verso gli errori degli altri, o anche verso i propri. La verità è che questa parola a me non piace, non mi piace per nulla, soprattutto quando viene usata nei confronti di una persona.

Perché la parola Tolleranza, nella sua radice etimologica ha a che fare con la sopportazione di un peso, di qualcosa di sgradevole. Ed ecco, questa cosa per me ha poco senso per due motivi. Il primo è collegato con le ragioni per cui si definisce una persona un peso. Spesso, infatti, si parla dell’importanza (?!?) di tollerare chi ha una diversa nazionalità, religione, sessualità. Insomma, è come se si considerasse una persona sgradevole per il solo fatto che esiste, ed è nata o è stata educata in un certo modo.. Il secondo è che se proprio sono infastidito da qualcosa o qualcuno, tendo a fare qualcosa per risolvere la situazione.

Questa, almeno è l’idea. E se non riesco davvero a tollerare (o non tollerare) una persona per il solo fatto di essere nata in un determinato paese del mondo, questo non significa che non ci siano cose che mi si infilano sotto la pelle, e fanno uscire fuori tutta la mia intolleranza, e la mia chiusura. Si tratta, in effetti, di tutti quei comportamenti che il buon Carlo Cipolla definirebbe stupidi.

Per chi non lo conoscesse, il professore in questione ha scritto un breve e interessantissimo saggio che va a definire il concetto di stupidità, Dice, in buona sostanza, che un comportamento può sia aiutare che danneggiare, e può farlo con se stessi e con gli altri. Possiamo, quindi, costruire un diagramma cartesiano usando questi due assi, in modo da ottenere quattro quadranti:

  • gli intelligenti sono coloro che con il loro comportamento creano vantaggi sia per se stessi che per gli altri
  • gli sfortunati, o disgraziati, sono coloro che aiutando gli altri danneggiano se stessi
  • i banditi, viceversa, sono coloro che creano valore per loro stessi, danneggiando gli altri
  • gli stupidi, infine, sono coloro che con il loro comportamento danneggiano sia loro stessi che gli altri

Ok, riformulo. L’unico contesto in cui mi sento usare la parola tolleranza è quello della stupidità. E mi accontento di questa parola se si tratta di stupidità accidentale. Tutti, alla fine, possiamo commettere degli errori, anche io l’ho fatto e lo faccio, ci mancherebbe. L’upgrade all’intolleranza lo faccio quando la stupidità è deliberata.

Chi va in bicicletta di fianco alla pista ciclabile mi rende intollerante.

Chi fa coda nel traffico facendo manovre azzardate, salvo restare comunque incastrato come tutti, mi rende intollerante.

Chi passa il tempo a lamentarsi delle sue disgrazie mi rende intollerante.

Il punto è che se con le persone che si comportano in modo intelligente è facile avere a che fare, e disgraziati e banditi si possono gestire con le giuste armi, davanti agli stupidi siamo totalmente inermi. D’altra parte, una famosa e purtroppo anonima massima ci ricorda che discutere con certe persone è come giocare a scacchi con un piccione. Puoi essere anche il campione del mondo ma il piccione farà cadere tutti i pezzi, cagherà sulla scacchiera e poi se ne andrà camminando impettito come se avesse vinto lui.

Sono loro, gli stupidi, quelli che fanno uscire la mia intolleranza vera. Quelli che quando li incontro posso solo arrabbiarmi, perché non so cos’altro fare, se non insultarli. E quindi, se sei uno stupido, ti ringrazio, perché fai uscire una parte di me che altrimenti non avrebbe ragione di esistere.

Mercoledì è un buon giorno per Invecchiare

Partiamo dalle cose ovvie, e meno interessanti: oggi compio 32 anni, quindi, ufficialmente, invecchio.

Stavo scrivendo un altro articolo, per oggi, ma visto che il mio compleanno cade in coincidenza con il mio articolo settimanale ho cambiato idea. Più che altro, come spesso capita in queste occasioni, mi sono fermato un po’ a riflettere. D’accordo, probabilmente capita solo a me.

Non sono uno che vive con grande anticipazione i compleanni. La vedo più come una scusa per trovarsi tutti insieme, mangiare e bere bene, e passare un po’ di tempo in compagnia. Ricordo che quando andavo al liceo, invece, era un conto alla rovescia a quel momento in cui sarei arrivato a 18, e sarei diventato un essere umano fatto e finito, almeno per la legge. Quel momento è passato e scivolato via. Un giorno mi sono svegliato, e mi sono accorto che non era cambiato nulla per me.

Ho, però, un ricordo antecedente che oggi, per qualche motivo, mi è tornato alla mente. Frequentavo la scuola media, e per un paio di mesi mi alzavo tutte le mattine con il terrore di invecchiare. Che è una cosa buffa, se ci si pensa. Un bimbo, a dodici anni, non è nemmeno ancora un adulto, e in tutta sincerità non ho idea di cosa avesse acceso quella fobia, se non il fatto che, per via del divorzio dei miei genitori, era un periodo un po’ di schifo, ma in tutta sincerità non sono nemmeno sicuro che le due cose siano collegate tra loro.

Non era tanto l’idea della morte che mi spaventava, quanto il pensiero che mi sarei avvicinato ad essa come un vecchio malato, incapace di muovermi, magari con i primi segni di demenza. Sentivo l’ansia per la fatica che avrei fatto a svolgere gesti quotidiani, come alzarmi da seduto, o andare da un posto all’altro sulle mie gambe.

Così com’era arrivata, quella sensazione sparì, e devo dire che, per quanto di tanto in tanto mi torni alla mente, ha completamente perso il suo potere, e ad oggi resta per me solo un ricordo buffo. Eppure, nonostante non sia certo in là con gli anni, una vita di sport hanno lasciato su di me qualche cicatrice, come una spalla lussata, un ginocchio che alle volta gioca qualche brutto scherzo, e una schiena che mi ha costretto per la prima volta ad andare dall’osteopata. Lo sport che pratico oggi è il Taiji, e l’età media della palestra è superiore ai 50 probabilmente solo perché ci sono io ad abbassarla. Fisicamente mi sento un vecchio rinsecchito, e la cosa mi fa ridere.

Mi fa ridere perché so di non esserlo, e se anche lo fossi non sarebbe un problema. Da molto tempo, infatti, ho semplicemente imparato ad accogliere il mio presente con gentilezza. E tutto sommato trovo che il mercoledì sia un buon giorno per invecchiare per me, quest’anno. Un giorno di intermezzo che si limita a scivolare via come se nulla fosse. Eppure, stamattina mia moglie si è alzata prima di me, e ha preparato i Waffles. Quando sono arrivato in cucina, mi ha fatto trovare un piccolo regalo: un portachiavi per l’auto nuova, della Lego, quello con la figura di Dart Vader.

Io allora mi sono girato verso mia figlia, che era sul seggiolone, e con la figurina in mano le ho detto “Sono tuo padre!

Non sono sicuro che abbia capito, però almeno si è messa a ridere.

Perdere pezzi

C’è stato un momento della mia vita in cui ero una persona precisa, quasi ossessiva nella mia attenzione al dettaglio.

No, non è vero, un momento del genere non è mai esistito, sono sempre stato un castrone. Il tratto ossessivo, però, l’ho sempre avuto: quando andavo al liceo, ad esempio, potevo trascorrere serenamente un’intera lezione a riempire un foglio a quadretti con disegni geometrici e regolari. Mi sono reso conto che non ero una persona precisa, però, solo all’università, quando quella scarsa attenzione al dettaglio, che mi sarebbe stata essenziale per superare gli esami di fisica (durante la mia esperienza fallimentare a ingegneria) o di diritto (durante quella meno fallimentare a economia), non mi permetteva di passare gli esami.

Ricordo distintamente me stesso durante lo studio per l’esame di diritto privato. Probabilmente la chiarezza del ricordo nasce dal fatto che diedi lo stesso esame sette volte, prima di passarlo all’ottava. Ricordo la sensazione di avere perfettamente chiare le logiche che sottendevano a un insieme di leggi, i principi che guidavano la giurisprudenza, ma inciampare clamorosamente quando dovevo ricordarmi se una certa clausola era o meno prevista in un dato articolo. Odiavo il diritto, principalmente perché mi metteva di fronte alla mia incapacità.

Vincere questa particolare battaglia per me ha chiesto tempo e un livello di fatica decisamente importanti, ma ce l’ho fatta. Alcuni dei dettagli di quell’esame, e soprattutto di ciò che mi chiese il docente all’orale, sono ancora impressi nella mia mente. A dimostrazione che anche un castrone come me, se si impegna, può essere preciso.

Nella vita ho conosciuto anche persone incredibilmente precise. Nel loro modo di lavorare l’errore non era consentito, la precisione era la norma. E per quanto oggi si viva nell’era del better done than perfect, e io sposi appieno questo modo di pensare, non posso che provare ammirazione per chi ha il talento per la precisione.

Talento, questa parola, oggi, è così abusata. Chi si occupa di queste dinamiche sa benissimo che il talento è un ottimo punto di partenza per sviluppare le proprie capacità, ma se non necessariamente coltivato non porta lontano. Allo stesso modo, il duro lavoro da solo ci porta a livelli molto alti, ma non eccezionali. Insomma, la magia succede dove talento ed esercizio costante si incontrano.

Mi rendo conto che questo, per me, sia quasi uno sfogo. Essere precisi, nella mia linea di lavoro, è relativamente superfluo, visto che il mio approccio è squisitamente qualitativo, ma in alcuni momenti, ad esempio quando si seguono progetti, ecco che torna l’importanza dell’attenzione: si devono fare le giuste cose, nel giusto ordine, e il perdere pezzi si traduce inevitabilmente in fallimenti, ad esempio nel fatto che due o tre persone mi danno buca per partecipare ad un evento che sto organizzando, perché non sono stato abbastanza fluido nell’organizzazione.

Perdere pezzi è anche quasi inevitabile, quando si seguono tre o quattro progetti contemporaneamente, e una bimba di poco più di nove mesi che sta mettendo i denti e non ti lascia dormire la notte nell’equazione non aiuta.

Una richiesta di giustificazione? No, solo mera constatazione: non sono una persona precisa, e ogni tanto ne pago le conseguenze. Oppure devo fare tanta, tanta fatica in più, e non sempre riesco a tollerarlo.

Esperimenti sociali

Mi piace molto LinkedIn.

Non perché è un social professionale, o perché mi aiuta a trovare nuovi clienti (sì, beh, un po’ anche per questo). Non perché è meno generalista di facebook, e le persone in generale si tengono su un livello più alto.

Mi piace perché è un coacervo di torbida ipocrisia.

Non solo di persone che millantano competenze che non hanno o che portano il concetto di abbellimento alla sua massima espressione artistica. Anche di altri che si danno una patina di professionalità, salvo poi sparare a zero su chiunque la pensi in modo vagamente diverso da loro.

Ma nessuno offende apertamente nessuno, gli insulti sono tutti velati e sottili, incredibilmente professionali. Per questo lo adoro.

Non è vero sempre, naturalmente. Ci sono una quantità di persone, nella mia rete, con cui ho quotidianamente scambi utili ed interessanti. Con cui sviluppo opportunità di business. Ciò di cui mi sono reso conto, però, è che quando un mio post iniziava a superare la mia rete ristretta, a prescindere da quanto ragionevole o ben argomentato fosse, iniziavo a ricevere commenti di persone che non erano d’accordo con me (e per fortuna che è così, visto che il dissenso è il germe della crescita), dapprima ragionevoli e ben argomentati, poi sempre più superficiali, fino a scadere nell’insulto diretto.

Insomma, a prescindere dal contenuto, tanto più un mio post diventa popolare, quanto più si abbassa il livello. Ed è da questa intuizione che ho iniziato a fare alcuni esperimenti.

Qualche mese fa, ad esempio, scrissi un post che nelle prime tre righe conteneva tutti quegli attributi che l’avrebbero reso virale su facebook: una sparata sulle vaccinazioni dei propri figli, con rimandi complottisti alle big pharma. Leggendo l’intero post, però, spiegavo con chiarezza come quello fosse un esperimento, per vedere quante persone commentassero dopo aver effettivamente letto e compreso il contenuto nella sua interezza. Ciò che non mi aspettavo era che quello sarebbe diventato il mio post più visualizzato di sempre, fino a quel momento, e che la stragrande maggioranza delle interazioni sarebbe, appunto, stata proprio da persone che non avevano letto, né compreso.

Verrebbe da dire che ho perso la mia fiducia nell’umanità, ma la verità è che non è che ne avessi granché.

Iniziai a diventare sempre più provocante nei miei post. Mi sono reso conto, nel tempo, che questo è un modo per scremare molto efficacemente le persone, tra quelle che effettivamente leggono, e si sforzano di capire, e chi invece si fa trascinare dall’emotività dell’istante. Con le prime, ho scoperto, lavoro volentieri, mentre con le seconde la strada è tutta in salita. Alla fine, la provocazione è diventata un po’ il mio tratto distintivo, ma anche una scusa per costruire relazioni di business davvero interessanti.

Da bugiardo quale sono, questa torbida ipocrisia mi diverte, e mi fa sentire a casa. Alla fine, questi strumenti sono un enorme megafono, ci sono persone che li usano con cognizione di causa, altre solo per urlare la loro stupidità al mondo.

Di progetti strambi e altre amenità

Sono una persona piuttosto umorale e incostante, e sono sinceramente convinto che questa sia una fortuna.

Intendo dire che la maggior parte del tempo cerco la gratificazione immediata. E poi, che la ottenga o meno, tendo ad annoiarmi molto in fretta. Questo è uno dei limiti delle persone curiose e creative, penso. Perché una cosa superi la prima soglia della noia deve essere realmente interessante, o figa. E devo trovare il modo di incastrarla nella mia quotidianità in modo che funzioni. Non è scontato.

Penso sia uno dei motivi principali per cui ho abbandonato la scrittura, diverse volte, salvo poi tornarci come da un’amante che semplicemente non si riesce a lasciar andare. Sono molti anni che ho amato scrivere, ma solo relativamente di recente sono riuscito a renderla una pratica più o meno quotidiana.

Credo sia più o meno la stessa fine che ha fatto il mio canale Telegram. Mi ci sono messo, l’ho usato con entusiasmo per qualche settimana, e ora è lì, in stato vegetativo, in attesa che qualcuno gli stacchi definitivamente la spina, oppure lo rianimi.

Questo è un copione relativamente frequente nella mia vita. Pur non essendo uno sportivo, ad esempio, ho praticato davvero tanti sport individuali, dalla scherma, alla vela, all’arrampicata sportiva, ma solo quando mi sono avvicinato alle arti marziali ho capito che avevo trovato il mio sport. Qual è la differenza tra questo e gli altri? Sinceramente non ne sono sicuro.

C’è, però, un‘eccezione importante a questo copione: ci sono dei progetti che un giorno si svegliano nella mia testa, e lascio lì, in alcuni casi magari per anni, a decantare. Lo sto facendo con la scrittura, ad esempio. La verità è che questo stile tra il professionale e l’autobiografico non mi appartiene, mentre da sempre sogno la narrativa. E se nel corso degli anni ho fatto alcuni tentativi di iniziare una storia, che si sono rivelati fallimentari, il desiderio dentro di me rimane, ed è sempre forte. E credo anche di aver trovato un modo per metterlo in pratica nel prossimo futuro.

Sullo stesso filo conduttore c’è l’allevamento di Alpaca. Perché un allenamento di Alpaca, ci si può chiedere? Beh, basta guardarlo, e si capisce subito: gli Alpaca sono animali bellissimi, e io, sinceramente, pagherei per abbracciarne uno. Un business milionario.

Poi però ci sono alcuni progetti che sono così fuori di testa da lasciare scettico anche me. Eppure ci lavoro, vuoi perché dopo oltre un anno di Storie di Ordinario Insuccesso l’ipotesi di un fallimento non mi sembra così terribile, vuoi perché rientrano in quella logica di idee che per alcuni anni hanno macinato nell’anticamera della mia mente, aspettando solo il momento giusto di essere partoriti. Per la cronaca, il progetto in questione ha a che fare con il mondo dei Sex Toys, e per me è una figata pazzesca, oltre che essere una fonte di divertimento assicurata. E pare che lì fuori ci siano persone pazze come me che hanno deciso di seguirmi in quest’avventura.

Insomma, abbiate pazienza con me. Sono una persona incostante, ma poi ci sono quelle cose, poche, che mi si appiccicano addosso, e scelgono di restare.

E così sono diventato un provocatore

In effetti, chi mi conosceva solo un paio d’anni fa non l’avrebbe mai detto. Sono sempre stato una persona morbida, cedevole. Uno che evitava a tutti i costi il conflitto, e mai più avrebbe pensato di crearlo.

Ok, ho corso troppo, lasciami raccontare questa storia. Desidero raccontarla perché ho conosciuto tante, troppe persone lì fuori che sono come ero io solo qualche anno fa: in buona sostanza, in caso di avversità calavo le braghe, mi mettevo a novanta, e speravo che fosse tutto il meno doloroso possibile.

Non è che non sapessi dire i miei no. Evitavo come la peste il conflitto, ma non perché ne avessi paura. Le mie emozioni erano altre, ma la sostanza era la stessa: se mi trovavo in una prova di forza con qualcuno, che poteva essere un capo, un cliente, ma anche solo un parente, cedevo. Accontentavo. Mi sacrificavo pur di accondiscendere alla richiesta.

Che non sia un atteggiamento sano siamo tutti d’accordo. D’altra parte, ero anche diventato abbastanza bravo dallo svicolare dalle situazioni sgradite. Nel complesso, non me la passavo male. Devo dire che questo mi ha aiutato a sviluppare uno dei miei superpoteri inutili: ho sempre almeno un paio di vie d’uscita dalle situazioni spinose, dai problemi, dalle complicazioni in generale, e questo in generale mi aiuta ad essere più efficace nel mio lavoro.

Mi sono reso conto che era un limite che avevo bisogno di superare quando ho iniziato a gestire, come docente, delle classi in cui tutti io ero il più giovane. Dal punto di vista comunicativo, quella che assumevo viene chiamata comunicazione one-down. contrapposta alla comunicazione one-up di chi, viceversa, è assertivo, non cede sulle proprie posizioni, alza il tiro.

Quando un one-down e un one-up si incontrano la comunicazione viene detta complementare: il one-up dirige, e il one-down cede, e quindi nessun conflitto. Ok, è un filo più complesso di così, ma questa non è una lezione, dopotutto. Quando due one-up si incontrano nasce quella che viene chiamata una escalation simmetrica: a meno che uno dei due non ceda, a un certo punto, si arriva al conflitto.

Insomma il fatto che, come docente, mi ponessi one-down rispetto alla mia classe mi faceva perdere ogni forma di autorevolezza. E quando un docente non è autorevole la sua lezione fa schifo, e i partecipanti non imparano nulla.

È così che mi sono reso conto che avevo bisogno di imparare ad essere in modo diverso. Senza rendermene conto mi ero costruito un limite, e dovevo imparare a superarlo. E di nuovo, non che ne avessi paura: la mia era più un’abitudine che altro.

Più o meno in questo modo ho iniziato a provare a pormi in posizione one-up. Ho iniziato ad essere più autorevole come docente, ma mi è anche capitato di mettere al suo posto qualche cliente. In tutti i casi non sarei riuscito ad ottenere lo stesso risultato con una posizione comunicativa one-down.

E allora ho iniziato a sperimentarmi. A sperimentare l’aggressività, il sarcasmo, la provocazione, la menzogna. La nostra società, e la nostra cultura tendono a vedere questi comportamenti come opportunistici, dannosi, ma la verità è che tutto dipende dal motivo per cui vengono usati. Una provocazione, o una menzogna a fin di bene sono davvero dannose? Confesso che la mia preferita è il sarcasmo, che tendo ad usare quando lavoro di persona con alcuni clienti, ma che non posso usare su internet, visto che per essere compreso necessità di essere contestualizzato, anche dal non verbale e paraverbale.

Viceversa, nella mia comunicazione online tendo ad usare molto la provocazione. Si tratta di quella che Watzlawick definirebbe una leva analogica, e quindi ha il potere di muovere dal punto di vista emotivo, ma contemporaneamente è legata ad una posizione comunicativa one-up, più funzionale alla creazione di autorevolezza.

Credevi che fossi per natura un provocatore? Non è vero, o meglio, lo è solo fino a un certo punto. Quella del provocatore è un’immagine che mi sono costruito ad arte, ma questo non la rende meno vera, o autentica, per me. Alla fine, il modo in cui comunichiamo è un po’ come il vestito che portiamo: devo scegliere quello più adatto alla circostanza, ma io resto io.