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E così sono diventato un provocatore

In effetti, chi mi conosceva solo un paio d’anni fa non l’avrebbe mai detto. Sono sempre stato una persona morbida, cedevole. Uno che evitava a tutti i costi il conflitto, e mai più avrebbe pensato di crearlo.

Ok, ho corso troppo, lasciami raccontare questa storia. Desidero raccontarla perché ho conosciuto tante, troppe persone lì fuori che sono come ero io solo qualche anno fa: in buona sostanza, in caso di avversità calavo le braghe, mi mettevo a novanta, e speravo che fosse tutto il meno doloroso possibile.

Non è che non sapessi dire i miei no. Evitavo come la peste il conflitto, ma non perché ne avessi paura. Le mie emozioni erano altre, ma la sostanza era la stessa: se mi trovavo in una prova di forza con qualcuno, che poteva essere un capo, un cliente, ma anche solo un parente, cedevo. Accontentavo. Mi sacrificavo pur di accondiscendere alla richiesta.

Che non sia un atteggiamento sano siamo tutti d’accordo. D’altra parte, ero anche diventato abbastanza bravo dallo svicolare dalle situazioni sgradite. Nel complesso, non me la passavo male. Devo dire che questo mi ha aiutato a sviluppare uno dei miei superpoteri inutili: ho sempre almeno un paio di vie d’uscita dalle situazioni spinose, dai problemi, dalle complicazioni in generale, e questo in generale mi aiuta ad essere più efficace nel mio lavoro.

Mi sono reso conto che era un limite che avevo bisogno di superare quando ho iniziato a gestire, come docente, delle classi in cui tutti io ero il più giovane. Dal punto di vista comunicativo, quella che assumevo viene chiamata comunicazione one-down. contrapposta alla comunicazione one-up di chi, viceversa, è assertivo, non cede sulle proprie posizioni, alza il tiro.

Quando un one-down e un one-up si incontrano la comunicazione viene detta complementare: il one-up dirige, e il one-down cede, e quindi nessun conflitto. Ok, è un filo più complesso di così, ma questa non è una lezione, dopotutto. Quando due one-up si incontrano nasce quella che viene chiamata una escalation simmetrica: a meno che uno dei due non ceda, a un certo punto, si arriva al conflitto.

Insomma il fatto che, come docente, mi ponessi one-down rispetto alla mia classe mi faceva perdere ogni forma di autorevolezza. E quando un docente non è autorevole la sua lezione fa schifo, e i partecipanti non imparano nulla.

È così che mi sono reso conto che avevo bisogno di imparare ad essere in modo diverso. Senza rendermene conto mi ero costruito un limite, e dovevo imparare a superarlo. E di nuovo, non che ne avessi paura: la mia era più un’abitudine che altro.

Più o meno in questo modo ho iniziato a provare a pormi in posizione one-up. Ho iniziato ad essere più autorevole come docente, ma mi è anche capitato di mettere al suo posto qualche cliente. In tutti i casi non sarei riuscito ad ottenere lo stesso risultato con una posizione comunicativa one-down.

E allora ho iniziato a sperimentarmi. A sperimentare l’aggressività, il sarcasmo, la provocazione, la menzogna. La nostra società, e la nostra cultura tendono a vedere questi comportamenti come opportunistici, dannosi, ma la verità è che tutto dipende dal motivo per cui vengono usati. Una provocazione, o una menzogna a fin di bene sono davvero dannose? Confesso che la mia preferita è il sarcasmo, che tendo ad usare quando lavoro di persona con alcuni clienti, ma che non posso usare su internet, visto che per essere compreso necessità di essere contestualizzato, anche dal non verbale e paraverbale.

Viceversa, nella mia comunicazione online tendo ad usare molto la provocazione. Si tratta di quella che Watzlawick definirebbe una leva analogica, e quindi ha il potere di muovere dal punto di vista emotivo, ma contemporaneamente è legata ad una posizione comunicativa one-up, più funzionale alla creazione di autorevolezza.

Credevi che fossi per natura un provocatore? Non è vero, o meglio, lo è solo fino a un certo punto. Quella del provocatore è un’immagine che mi sono costruito ad arte, ma questo non la rende meno vera, o autentica, per me. Alla fine, il modo in cui comunichiamo è un po’ come il vestito che portiamo: devo scegliere quello più adatto alla circostanza, ma io resto io.

Il Palloncino dell’Impostore

Ci sono persone, lì fuori, che vivono la loro vita in modo più o meno sereno. Io lo so, perché ne ho conosciute diverse. Magari si incazzano al lavoro, ma poi quando tornano a casa sono felici, stanno con la loro famiglia. Certo, possedere qualcosa in più non sarebbe male. Amano anche passare il tempo a lamentarsi senza fare nulla. Non sono propriamente felici, ma sono serene. Si sono costruite il loro equilibrio, e cascasse il mondo faranno di tutto per difenderlo. Serene.

Ma io no, io non ne sono capace.

Fin da quando sono bambino soffro di una malattia un po’ strana, che, confesso, nel corso della mia vita mi ha anche aiutato parecchio. La chiamo curiosità compulsiva.

Certo, si può dire che la curiosità sia uno di quei tratti tipicamente considerati in modo positivo. Quando diventa compulsiva, però, è una cosa di cui non si riesce fare a meno. Più cose nuove ti trovi a scoprire, e a studiare, più ti senti piccolo di fronte all’universo. Insomma, è come se fossi destinato a morire insoddisfatto, sempre tormentato da un senso di inadeguatezza che non è possibile spegnere in alcun modo.

E la cosa peggiore è che tutto sommato questa cosa mi piace. Voglio dire, soddisfare la propria curiosità, anche solo temporaneamente, è immensamente piacevole. E di fatto questo è un tratto che nel mio lavoro mi aiuta ad essere incredibilmente più efficace, visto che in larga parte si gioca nella sfera dell’intuizione, che va a braccetto con la creatività.

Ma non c’è solo questo. Il vero problema è che uno come me non si sente mai, davvero, arrivato. Mai realmente competente. Alla fine lì fuori c’è sicuramente qualcuno di più bravo di te, giusto? E questo è uno stimolo a studiare e cercare ancora e ancora e ancora.

Però poi c’è l’altro lato della medaglia. Io sono un essere umano, e quindi anche io ho un ego. Il mio bel palloncino che mi porto in giro, e che a ogni piccolo e grande successo si gonfia. Proprio qualche giorno fa, durante un corso, ho aiutato una persona a risolvere un problema che la tormentava da molti anni. Non era un problema particolarmente serio, o grave, ma ci aveva condiviso così tanto tempo insieme che ormai era diventato parte di lei. Nel giro di pochi minuti, in un certo senso, ho cambiato la sua vita, perché l’ho aiutata a lasciasi dietro un problema così presente per lei.

Quando capitano cose come questa non puoi non gonfiarti, almeno un pochino. Ma per fortuna, il proverbiale ago è arrivato entro la fine della giornata: la mia lezione era stata apprezzata molto, ma aveva molti punti di miglioramento, anche su aspetti su cui mi consideravo relativamente sicuro.

La cosa più strana è che, di solito, quel palloncino lo sgonfio sempre da solo. In un certo senso è come se fossi io a gonfiarlo, attraverso quello che faccio. Poi, sempre attraverso quello che faccio, bell’ago e pop! Sgonfia il palloncino. Metti una bella pezza, e ricomincia. Ormai, il mio palloncino somiglia più a un insieme di pezze, probabilmente, che alla sua forma originale.

Ora che l’ho scritto, sembra che ci sia del masochismo in quello che faccio. E forse è proprio così. La verità è che io sento che questa curiosità mi sta facendo del male. Sento che morirò infelice. Ma non posso farne a meno. Questa è la mia droga, alla fine.

Ebbene sì, ho mentito

Ogni giorno mi capita di avere quelle due o tre chiacchierate con persone di lavoro.

Possono essere potenziali clienti, o persone con cui sto valutando una collaborazione, o anche solo persone interessanti conosciute su LinkedIn, e con cui vale la pena scambiare qualche idea. Amo fare queste conversazioni: per me sono un enorme piacere.

Spesso, infatti, si sottovaluta questa dimensione relazionale dei Social Network. Il termine che va in voga oggi è social selling, il concetto è che per vendere qualcosa attraverso i social devi prima costruirci un minimo di relazione, e se lo chiedi a me, si poteva fare di meglio.

Molto ma molto meglio. Insomma, non è che ogni volta che scrivo un messaggio a qualcuno voglio vendergli qualcosa.

Ma non è questo il punto. Dopo aver studiato la Pragmatica della Comunicazione Umana, di Watzlawick, mi sono reso conto, infatti, che non importa quanto siamo bravi a produrre contenuti efficaci, o brillanti nelle nostre comunicazioni testuali: tanto più la nostra comunicazione è fisica, quanto più essa è efficace. Insomma, LinkedIn non serve a nulla se poi con quelle persone non parlo al telefono, o, ancora meglio, non le incontro di persona.

Insomma, tutta questa introduzione solo per dire che amo parlare con le persone.

Adesso è il punto dove ammetto che non sono sempre sincero.

Sì, lo so, i puristi del Personal Branding diranno che bisogna essere integri, altrimenti si rischia di rovinare tutto subito. Bisogna essere autentici. Per favore, fatemi il piacere. Siete i primi che danno quell’immagine patinata, priva di errori, in cui i propri clienti sono perfettamente soddisfatti. E non venite a raccontarmi che al limite omettete qualche particolare, perché una mezza verità non è diversa da una bugia. La differenza tra voi è me è che lo faccio apertamente. Anzi, le mie menzogne sono parte del mio Personal Brand, e voi potete serenamente attaccarvi!

Siamo sinceri, tutti mentiamo, e lo faccio anche io. Mi capita di mentire su quanti clienti sto gestendo al momento, su quante collaborazioni ho aperte, e sì, anche sulle mie competenze. Flash news: se voglio acquisire esperienza in un campo come consulente, devo raccontare di saperla fare quella cosa. Se non la so fare, devo acquisire esperienza. E non sempre sono in condizioni di farlo in autonomia. Il che significa che devo usare il mio cliente come banco di prova.

Ebbene sì, nel farlo mi assumo un rischio: quello che lui sia insoddisfatto. D’altra parte, sta a me saper gestire in ogni momento le sue aspettative. Una volta preferivo lavorare gratuitamente per acquisire esperienza, e fallivo molto di più. Dal mio punto di vista, se lavoro gratuitamente, il mio cliente non mi prende abbastanza sul serio, e quindi il progetto è destinato a fallire per definizione. Oggi preferisco raccontare che sono già un esperto, che le competenze le ho tutte. Ma non è vero. Ovvio, studio come un cane per raggiungere l’obiettivo, e metto in campo anche più carte del necessario. Ma se alla fine riesco, e il mio cliente è soddisfatto, io ci ho guadagnato, e anche lui.

Fake it till you make it, dicono negli USA. Non posso dire di sposare appieno questa filosofia, probabilmente perché non sento di arrivare mai al make it: so di avere sempre margine di miglioramento. Ed è per questo che a un certo punto queste menzogne diventano la mia verità. Ogni tanto capita quello che mi dice che non capisce mai quando mento o quando dico la verità.

In effetti, rispondo, non lo so nemmeno io.

Insomma, se abbiamo parlato probabilmente ti ho mentito. Ma non avertela a male per questo. Infatti, quello che dico sempre è che non devi fidarti di me. Non ha senso che tu lo faccia. Puoi solo mettermi alla prova, e vedere come va.

Non sono un buon dipendente

Quando mi sono affacciato al mondo del lavoro, l’ho fatto con un imprinting di un certo tipo.

All’epoca studiavo all’università, e avevo bisogno di fare un po’ di cassa per potermi pagare le serate fuori con i compagni di corso, e con la ragazza di allora. Però avevo i corsi da frequentare, e per cui dovevo studiare. La scelta, per me, fu in qualche modo scontata: lavorare come dipendente, con gli orari rigidi e tutto non avrebbe mai funzionato, quindi aprii la mia brava partita IVA, e iniziai a vendermi per quelle tre o quattro cose che sapevo fare, legate al marketing.

Avrei potuto fare quello che facevano molti compagni di corso: trovare lavoro come cameriere in un bar, avendo quindi la sera e magari i weekend impegnati. Ma d’altra parte, ero uno che i weekend voleva uscire, non lavorare (sì, sono sempre stato uno di quelli, decisamente poco motivato in tutta quella roba della gavetta). E dopotutto, se avevo delle competenze interessanti per il mercato, perché non vendere quelle, piuttosto che tentare di far stare in equilibrio troppi bicchieri su di un vassoio, considerando anche la mia scarsa coordinazione occhio-mano?

Insomma, avviare la carriera da consulente sembrava la cosa più sensata da fare, visto anche il regime fiscale iper-agevolato che esisteva all’epoca. E così feci. E all’inizio fu un disastro, naturalmente, ma lavoravo per amici, e amici di amici, quindi andava bene così. Loro furono abbastanza generosi da concedermi di far pratica sulle loro spalle, e io, in qualche modo, imparai non solo tutti gli aspetti tecnici legati alla professione che stavo svolgendo, ma anche quelli comunicativi e relazionali. Insomma, come si parla con un cliente, come si negozia un preventivo, come si gestiscono le obiezioni. Le solite cose.

Avanti veloce di qualche anno, succedono tre cose insieme che danno un blocco importante al mio lavoro: mi laureo, ristrutturo casa, e mi sposo, a distanza di pochi mesi. E coinvolgendo il periodo che va dall’inizio dell’anno all’estate, capita che sono, in maniera del tutto prevedibile, senza nuovi clienti.

Questo è il momento in cui mi trovo neo-marito, ad essere totalmente disoccupato, e senza nemmeno diritto alla NASPI, perché tecnicamente ho una partita IVA, e l’ultima fattura l’ho staccata da meno di un anno. Ecco, quindi, che inizia la disperata ricerca di qualcosa, un qualcosa che ci permetta di vivere senza dover dipendere dai nostri genitori. E così cerco clienti, ma invio anche curriculum. Perché ormai sono laureato, peraltro in International Management, che fa figo solo a dirlo.

Non farò fatica a trovare lavoro, giusto?

Sbagliato, in effetti. Mi rendo presto conto di quanto le offerte per posizioni compatibili con il mio profilo siano in numero irrilevante, spesso richiedano molta più esperienza di quanta non ne abbia, e comunque non siano mai calzate in modo ideale.

Poi eccola, l’offerta perfetta. Mi candido. Nel giro di pochi giorni faccio il colloquio. Vengo inserito subito in azienda.

I titolari mi portano in giro dai clienti, mi fanno partecipare a progetti. Sembra un sogno che si realizza. Solo dopo qualche mese, il sogno inizia ad incrinarsi. L’azienda inizia a chiedere sempre di più degli straordinari, senza pagarli. Le trasferte sono lunghe ed estenuanti. Tutta la gestione dell’azienda è in stato di emergenza costante, e non c’è nessun responsabile che si assuma alcun tipo di responsabilità. Nel giro di poche settimane passo da entusiasta, a sono alla ricerca passiva di un lavoro, a sono in ricerca attiva di lavoro, a devo scappare da qui il prima possibile.

Nel frattempo continuo a formarmi, e mi iscrivo al corso che nel giro di un paio d’anni mi avrebbe cambiato la vita, facendomi definitivamente appassionare al mondo della Comunicazione e del Problem Solving.

Alla fine trovo un’azienda alternativa, e do le dimissioni. Esco male dall’azienda, brucio dei ponti, ma tutto sommato non mi disturba più di tanto. Nella nuova azienda ho un ruolo di Responsabile Marketing. Sembra figo, ma dopo pochi mesi capisco che quel ruolo di Responsabile si può tradurre in scaricabarile. Scopro che l’azienda è in rosso da anni, e non ha intenzione di investire due centesimi in marketing oltre al mio stipendio. Mi trovo a subire la responsabilità di un processo di marketing che non funziona, senza poter far nulla per cambiarlo. Il tutto, condito da un consulente fiscale truffatore/tuttologo, che oltre a dirmi come devo fare il mio lavoro, sta spingendo sempre di più l’azienda nel baratro.

Io, naturalmente, non me ne sto fermo, e cerco nuove opportunità. Quando il contratto con l’azienda si chiude senza essere rinnovato, mando a quel paese tutti, e riapro partita IVA.

Potrei dire di essere stato sfortunato, di aver trovato solo le aziende sbagliate con cui collaborare, e probabilmente avrei ragione. In realtà, queste esperienze mi hanno permesso di capire che io, come dipendente, non funziono.

La parola stessa dipendente non funziona per me. Se io dipendo da qualcuno, devo subire il bello e il cattivo tempo. Può capitarmi l’azienda dei balocchi, ma anche il mio peggior incubo. Se iniziassi a pensare a me stesso come dipendente, perderei tutto ciò che mi appassiona del mio lavoro: la spinta creativa, la curiosità, la crescita; il tutto per limitarmi a dipendere dalle decisioni da qualcun altro. Diventerei non diverso dai robot che molto presto, dicono, ruberanno il lavoro a tutti noi.

Ecco perché scelgo di essere collaboratore. La partita IVA, in effetti, è un fattore incidentale: non rinuncerei a un bel contratto a tempo indeterminato, se l’azienda fosse disposta a negoziare con me le giuste condizioni. Scelgo di collaborare, perché rispetto ai miei clienti sono uno che collabora, non dipende. Sono uno che aiuta a raggiungere risultati, non un ingranaggio da oliare e far girare alla più alta velocità possibile.

Insomma, dicono che noi Millennials siamo dei precari cronici, gente che non è capace di trovare un lavoro e di tenerselo. Io, qui, parlo per me, ma dico che per un po’ di soddisfazione, un po’ di tempo di qualità con mia figlia e mia moglie, e un po’ di sana felicità, di quel ruolo da dipendente faccio volentieri a meno, e lo lascio alle generazioni passate, perché chissà se quelle future lo vorranno ancora.