Ricordo quando non mi veniva naturale

Lo scorso weekend ero impegnato a insegnare in un Master di Comunicazione, e mentre parlavo di tecniche di dialogo è emerso quella che forse è una delle obiezioni più frequenti in questo contesto.

Quando uso queste tecniche mi sembra tutto così artefatto e innaturale. Non mi sento me stesso.

L’obiezione è perfettamente lecita. Quando impariamo a fare qualcosa di nuovo non viene mai naturale. Si tratta sempre di qualcosa di strano, artificiale. Voglio dire, se hai la patente probabilmente ti ricorderai che le prime volte che salivi in macchina dovevi pensare a girare la chiave di avviamento. Dovevi concentrarti, mentre premevi la frizione e decidevi qual era la marcia che volevi inserire. Dovevi prestare particolare attenzione mentre rilasciavi la frizione, e allo stesso tempo agivi sull’acceleratore.

Oggi, probabilmente, se hai la patente anche solo da qualche mese, non devi più pensare a queste cose. Il 100% della tua concentrazione è sulla strada, oppure, se sei una persona incosciente, sul cellulare. Ma di sicuro non sul gioco della frizione. Non su quanto stai calibrando il peso sull’acceleratore.

Spesso ci rifugiamo dietro a un sono fatto così, solo per celare l’inadeguatezza che sentiamo nei confronti di qualcosa di nuovo. Ogni volta che apprendo qualcosa (e questo è vero soprattutto nel mondo della comunicazione) mi sembra che il mio comportamento diventi innaturale. E se lo sento io, probabilmente, lo percepiscono anche gli altri. Hanno l’impressione che io stia recitando.

Poi, come diceva giustamente De Andrè, passano gli anni, i mesi, e se li conti anche i minuti, e c’è un momento in cui non ci pensi più. In cui il comportamento diventa spontaneo. Perché anche se forse non te lo ricordi, c’era un periodo della tua vita in cui non sapevi guidare. Uno in cui non sapevi leggere. Uno in cui non eri in grado di mangiare in autonomia. Di parlare. Di camminare. In cui anche solo muovere una gamba, o una mano, era una sfida contro te stesso.

Il mio comportamento vi sembra artificiale?

Questa è la domanda che ho fatto all’aula, per ricevere risposta negativa.

Eppure, dall’inizio di questa lezione ho deliberatamente utilizzato la mia comunicazione per influenzare le dinamiche d’aula. Vi ho chiesto se potevamo darci del tu, per ridurre fin da subito la distanza relazionale tra di voi. Mi sono posizionato davanti alla cattedra, per evitare ostacoli. Ho utilizzato la comunicazione analogica, usando storie, metafore, modulando la voce e usando il mio non verbale per suscitare in voi delle reazioni emotive. Ho usato lo sguardo, per catturare la vostra attenzione. E tutto questo l’ho fatto in modo deliberato, esattamente come stamattina ho preso la macchina, e ho deliberatamente guidato fino a qui.

Ogni volta che affrontiamo un cambiamento importante, c’è un momento in cui il risultato ci appare innaturale. Perché la spontaneità, alla fine, non è che l’ultima fase del vero apprendimento, quello in cui è diventato acquisizione.

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