Articoli che parlano di Strategia, Stratagemmi, Pigrizia e Contraddizioni

Articoli

Questione di prospettiva

L’altro giorno mia moglie ascoltava la radio, e a un certo punto Fabio Volo se n’è uscito con una grande verità.

Limitate i contatti sociali, chiusura alle 18.00, niente cinema né palestra. In pratica questo mini-lockdown ha generalizzato la condizione di coppia giovane con figli piccoli.

Mi sono messo a ridere, principalmente perché è vero: proprio il giorno prima io e mia moglie ragionavamo sul fatto che, a parte qualche disagio potenziale (ci sarebbe piaciuto iscrivere nostra figlia in piscina), queste misure non hanno un grande impatto tra di noi.

Certo, comprendiamo bene la difficoltà in cui si trovano molte attività, soprattutto quelle legate al mondo della ristorazione, oggi. In prima misura perché la viviamo anche noi: io, in particolare, faccio parte di quel famoso mercato dell’indotto di cui tutti parlano, ma pochi si preoccupano.

Insomma, come si dice, il piatto piange. E questo è un problema, certo che lo è.

Inutile raccontarcela: la situazione è critica per molti. Ma non è questo il punto.

Con il primo lockdown di questo marzo ci siamo trovati impreparati e impauriti. Il futuro ci appariva più incerto che mai. Poi, quest’estate, con la riduzione dei contagi e l’allentamento delle misure di sicurezza ci siamo sentiti in vacanza. Ci dicevamo che il peggio era passato, che non si sarebbe mai arrivati ad un nuovo lockdown.

Non so voi, io non sono mai stato granché ottimista. O meglio, credo molto in quel proverbio inglese che dice spera nel meglio, ma preparati al peggio. In questi mesi, quindi, ho continuato quel processo di revisione e trasformazione del business che ho iniziato questa primavera, e per quanto la situazione appaia tutt’altro che rosea, non posso dire che, almeno per me, fosse inattesa, e ora mi sento abbastanza preparato, nonostante rimanga fondamentalmente pessimista.

Ma questo mi aiuta a restare sano, dopotutto.

Ci vedo anche i lati positivi. Da quando, ormai due anni fa, è nata mia figlia, me la sono davvero goduta. Non è andata al nido, né abbiamo avuto baby sitter: io e mia moglie abbiamo fatto parecchi salti mortali per starle davvero dietro e seguirla. L’effetto lo notiamo in modo evidente: tra un mese compirà due anni, ed è una bimba emotivamente matura, che parla moltissimo per la sua età, e ci riempie di gioia e orgoglio.

Perché a questa cosa del non dover cercare un compromesso tra vita e lavoro ci crediamo davvero. Che poi è il vero smart working (non pandemic woeking, e neppure remote working): alla fine si tratta di progettare il proprio lavoro in modo che rispetti i propri tempi e spazi, e ci metta in condizione di trarre il massimo valore in tutti gli ambiti della nostra vita.

Insomma, il piatto piange, ma noi no.

La potatura dei rami freschi

Sono una persona umorale, un modo forse più elegante per dire che sono incredibilmente incostante.

Mi lancio con grante entusiasmo in progetti che poi con altrettanto scarso entusiasmo lascio perdere. Anche se in realtà non si tratta semplicemente di una questione di motivazione o entusiasmo, e non me ne vogliano i tanti motivatori del “solo chi continua a provare alla fine ha successo“.

Credo realmente nella ritirata strategica, e nei fallimenti controllati. Mi do degli obiettivi molto concreti per quel che riguarda i risultati che voglio ottenere in questo o quell’altro progetto, e il non raggiungerli già durante la fase esplorativa mi fa pensare che quella non sia una strada praticabile per me.

Non è necessariamente vero, naturalmente. In molti casi basterebbe raffinare meglio i miei impegni per raggiungerli. In realtà uso spesso queste occasioni per ragionare con me stesso su ciò che voglio o non voglio fare. Penso, ad esempio, ai video su YouTube: ho iniziato a farli in un’epoca di Pandemia, già sapendo che il video non è il mio medium di riferimento, e che quello era solo un esperimento per valutare le potenzialità di uno strumento. E a fronte di risultati meno che tiepidi, ho deciso di sospendere questo sforzo.

Un paio d’anni fa mio suocero ha piantato delle piante di pomodoro nell’orto. Il pomodoro è una pianta quasi infestante, che cresce moltissimo semplicemente se riceve abbastanza acqua e sole. Se lasciata a se stessa, però, i pomodori che produce sono insipidi e acidi. Quell’estate mio suocero passò molto tempo a curare le sue piante, potando moltissimi rami freschi, e il risultato fu che i pochi rimasti erano gonfi di pomodori e dolcissimi.

Ecco, mi piace pensare al mio lavoro come a una pianta di pomodoro. Oggi, per me, è un momento di potatura di tutti quei rami non principali, che appesantirebbero solo la mia pianta, rubando nutrimento a tutto il resto.

Lo Smart Working ai tempi del Coronavirus

Il computer si accende, iniziando a spargere luci led pulsate per tutto lo studio. Un vezzo da gamer che non ho mai capito, apparentemente non puoi comprare una scheda video di buon livello, senza l’illuminazione da Las Vegas che però fa figo e quindi va bene. Mentre aspetto guardo l’orologio del telefono che segna 23.23, ora fortunata.

Il feed di linkedin scorre davanti ai miei occhi, e io, sottovoce, impreco.

Cerco nella parte superiore dello schermo la pagina con il mio calendario editoriale. Ci sono decisamente troppe schede aperte nel mio browser, e devo girarne tre o quattro prima di trovare quella giusta. Ricordavo bene, l’argomento dell’ultimo mese è stato la Performance in azienda, quello della settimana è lo Smart Working. Torno su LinkedIn, dove uno dopo l’altro scorrono post taggati #coronavirus e #smartworking.

Smetto di tormentare la rotella del mio mouse, e iniziocon i miei capelli.

Valutiamo le opzioni.

Potrei cambiare argomento. Nessuno saprebbe mai nulla. Mi secca un po’, perché avevo davvero voglia di parlare di smart working questa settimana. Oppue potrei parlarne, con il rischio di scadere nello sciacallaggio mediatico, che è un po’ quello che stanno facendo tutti in questi giorni.

Un post cattura la mia attenzione.. Si chiede quanti di quelli che applicheranno il telelavoro in questi giorni lo manterranno a crisi passata. Ragiona sul fatto che molti che oggi sono paladini dello smart working fino a ieri lo rifiutavano per partito preso.

Più leggo, e più la sensazione che ho è che le persone, in generale non abbiano capito che cosa sia, davvero, lo smart working. Non l’imprenditore che pubblica il post dicendo che fa lavorare i dipendenti in smart working per una settimana. Né il nomade digitale con il suo mojito di fianco al portatile su una spiaggia tropicale.

Perché alla fine della giornata smart working non è lavorare da casa, come non è ferie illimitate od orari flessibili. In effetti, è tutte queste cose, e nessuna di esse. Perché lo smart working, quello vero, è più che altro uno stile organizzativo e aziendale, fatto di pricessi, e piccole migliorie, che in molti casi passano assolutamente inosservate.

In definitiva, si tratta di creare aziende a misura di persona, anziché persone a misura d’azienda.

Se parliamo di telelavoro, ad esempio, possiamo essere tentati dal dire che l’idea che le persone possano lavorare da casa anziché farsi ogni giorno ore imbottigliati del traffico sia sicuramente migliore, e smart. In realtà, a ragionarci un attimo, anche il telelavoro ha i suoi aspetti negativi: crea isolamento, e diluisce la cultura aziendale. Rende di fatto le persone reperibili costantemente, anche fuori dall’orario d’ufficio, e non ultimo scarica l’onere del curare l’ecosistema sul lavoratore. A pensarci, non è poca cosa: in azienda c’è qualcuno che (in teoria) si occupa di procurare sedie comode, e pulire i bagni ogni giorno. A casa quest’onere ricade tutto sul telelavoratore. Non c’è nulla di smart in questo.

Senza contare che, per funzionare bene, questo tipo di lavoro richiede un aumento esponenziale della comunicazione virtuale che, come è chiaro a chi come me studia fenomeni comunicativi, rende molto più facile che si creino situazioni di incomprensione e frainteso. Il che, naturalmente, non significa che il telelavoro sia sbagliato o dannoso, ma che l’introdurlo in modo forzato, ad esempio a causa di un’epidemia virale, creerà probabilmente più problemi di quelli che potrebbe risolvere, tanto che alcuni dei super generosi che hanno concesso lo smart working fino a quando l’epidemia non sarà rientrata, probabilmente, arriveranno a chiedersi perché non abbiano semplicemente chiuso l’azienda e mandato le persone in ferie per un paio di settimane.

Perché la verità è che lo smart working ai tempi del Coronavirus non è smart working. Alla fine, è solo l’ennesimo tacon peso del buso (pezza peggio del buco).

Ok, direi che qualcosa da scrivere ce l’ho. Mia figlia ora dorme, e le mie dita scorrono, veloci, sulla tastiera.

Essere al top della forma

La luce dell’orologio illumina il corpo di mia figlia, rannicchiato tra me e mia moglie. Il suo piccolo piedino, taglia 19, saldamente piantato nel mio stomaco. Segna le 3.28. Io mi allontano abbastanza da evitare i calci di mia figlia. Mi giro dall’altra parte.

La sveglia non suona, vibra. La trovo più tollerabile, così. Non come mia moglie, che mette una sveglia, e poi schiaccia snooze anche 5 o 6 volte. Io preferisco una sveglia secca. Dormivo, e ci metto qualche secondo a capire come muovere le braccia con sufficiente precisione per trovare il quadrante dell’orologio. Ci premo sopra, a caso, e smette. Mentre esco dal letto mi muovo lentamente, in modo da non svegliare mia figlia, e nemmeno mia moglie. La notte è stata lunga.

La mia routine mattutina non ha nulla a che vedere con quelle alla miracle morning. Il mio dito scorre pigro sul bordo del cartone del latte, cercando l’applocazione di LinkedIn. Mi ci vuole qualche secondo a capire che ho messo il telefono in frigo. A un certo punto raggiungo i miei vestiti, che ho preparato la sera prima. Prima di uscire metto la testa dentro la porta della camera. Io esco, dico. Ci vediamo stasera. Mia moglie mugugna qualcosa, mezza addormentata.

Fuori è buio, e freddo, e io salgo in auto senza giacca. Avvio il motore ed alzo il riscaldamento, mentre aspetto che il cancello di casa si apra. Ora mi sento più sveglio. Beh, sveglio è una parola grossa. Attacco il telefono con il cavo, per metterlo in carica, e dopo qualche secondo partono i System of a Down. Li stavo ascoltando ieri sera, mentre lavavo i piatti. No, troppa energia a quest’ora della notte. O è già mattina?Scorro le mie playlist su Spotify, fino a quando non trovo Scott Davis. Apro l’album Tahoma: Reimagined, e dopo qualche istante la musica di pianoforte mi avvolge. La lascio a volume basso, abbastanza per coprire il rumore del traffico.

Ti vedo provato. Questo me lo dice Marco, nome di fantasia, mentre mi saluta. Accetto volentieri un caffè della macchinetta, dal sapore acido come i suoi commenti mentre mi chiede se ho dormito. Rido mentre gli racconto le mie avventure notturne. Marco non ha figli, e non è sicuro che compatirmi, disprezzarmi o invidiarmi. Nel dubbio, ride alle mie battute.

Non so, esattamente, da dove tiro le risorse. Forse parlare davanti a un’aula di ciò che amo e mi appassiona è la mia salvezza. Mi sento concentratissimo, vivace, e rispondo in modo preciso alle domande dei partecipanti. Di tanto in tanto mi capita di sbadigliare, ma a parte questo sono lucido, concentratissimo. Certo, se dovessi farlo tutti i giorni probabilmente morirei dopo una settimana. In pausa vado in bagno, e il consulente che mi guarda dall’altra parche dello specchio ha dei segni neri sotto gli occhi infossati. I capelli sono arruffati, e ha un’espressione spiritata.

Però almeno sorride.

In autostrada, al ritorno, viaggio a 130 tra la seconda e la terza corsia. Senza musica, perché ho bisogno di ascoltare un po’ il vociare dei miei pensieri. Chiamo mia moglie. Il telefono squilla per qualche secondo, e lei risponde. Le racconto com’è andata la giornata, e le dico di non aspettarmi per dar da mangiare alla Bestia, c’è un rallentamento poco più avanti, e Google mi dà rosso.

Mentre varco la porta di casa sento i rumori del bagnetto. Lascio lo zaino all”ingresso, e butto la giacca su una poltronattacapanni. Vado in bagno, e mia figlia ride quando mi vede. Do il cambio a mia moglie, e me la godo un po’ mentre gioca nell’acqua. La mia cena può aspettare, così come il sonno.

Alla fine, quando fai qualcosa di importante, tipo lavorare, o stare con una figlia, il resto può, semplicemente, aspettare.

Vita privata e professionale

Oggi, proprio oggi, sono nove anni che sto insieme con mia moglie. Nove anni da quel primo appuntamento che avrebbe portato prima al nostro matrimonio, poi alla nascita di nostra figlia.

Nove anni con i loro alti e bassi. La nostra non è una storia da romanzo. La relazione che ho con mia moglie è fatta di momenti felici e momenti tristi. Momenti preoccupati e momenti incazzati. Sì, insomma, al di là del fatto che lei fa la psicoterapeuta, e io il consulente, e quindi entrambi abbiamo questa mezza ossessione per l’aiutare gli altri, siamo persone normali, che vivono una vita normale. Come gli Italiani medi viviamo a meno di un chilometro dalla nostra famiglia (dalla sua per essere precisi). Apparteniamo entrambi alla generazione perduta, quella dei Millennials, e facciamo parte di quel ceto medio che sta sparendo. Nostra figlia non dorme. Insomma, il prototipo di famiglia all’italiana del primo ventennio del nuovo millennio.

Una delle cose che ci caratterizza è proprio il fatto che, essendo entrambi liberi professionisti, non viviamo quello stacco tra la vita privata e quella professionale che era comune della generazione precedente. Gli orari di lavoro, per noi, sono flessibili, e spesso risicati alla cura di nostra figlia. Le telefonate in pigiama, mentre preparo la cena, sono diventate una cosa normale per me. Ed è questo il motivo per cui, di tanto in tanto, mi trovo a raccontare degli spaccati della mia vita quotidiana proprio qui, tra queste righe, esattamente come sto facendo ora.

Il che, in effetti, fa un po’ ridere. Mentre lavoro, dai miei clienti, mi sento un po’ supereroe. Difficile non farlo, quando affronti situazioni che pesano anche per centinaia di migliaia di euro sui conti dell’azienda. E so che anche per mia moglie, per quanto non lo ammetta in questi termini, è così, visto che lei lavora con la salute psicologica delle persone. Poi torniamo a casa, e ci troviamo a ridere come degli idioti quando nostra figlia imita i nostri manierismi, oppure ci fa, a modo suo, dei piccoli scherzi. Tutto questo ha, almeno per me, dell’anticlimatico, ci aiuta a mantenere i piedi per terra.

All’inizio di quest’anno ho deciso che avrei lavorato di meno, per avere più tempo con mia figlia. Si tratta, effettivamente, di una scelta che mi ha ripagato enormemente, anche se questo lavorare di meno apre a scenari di difficoltà, nella gestione del turnover dei clienti. E questo è il momento in cui il confine tra vita privata e professionale diventa, se possibile, ancora più labile: se ho ben chiaro, nella mia testa, che lavoro per vivere, e non vivo per lavorare, comunque la pagnotta a casa bisogna portarla, e non sempre le circostanze sono favorevoli affinché questo avvenga serenamente.

Voglio dire, capita che mi trovi a preparare un progetto la sera tardi, decisamente troppo tardi per essere lucido al cento per cento, soprattutto quando il sonno è carente. E per quanto possa essere un maniaco della produttività, e del fare solo le cose realmente utili ed essenziali, quando hai una figlia di un anno (lo compirà giusto questa settimana), la vita è una distrazione continua.

Voglio dire, se pensi che facebook sia una distrazione, probabilmente è perché non hai figli.

In casi come questi capisco quanto valga quel modello di “famiglia tradizionale“, in cui i nonni aiutano in modo importante i genitori nella gestione dei figli. Effettivamente, se non ci fossero i miei genitori, e soprattutto quelli di mia moglie, sarebbe tutto molto più difficile da gestire. Probabilmente questo lusso di passare tanto tempo con mia figlia non me lo potrei concedere. e per questo sono grato alle circostanze.

Alla fine, che sia vita privata e professionale, sempre di vita stiamo parlando. Con i suoi momenti felici e le sue difficoltà. Le sue preoccupazioni e le sue incazzature.

Mercoledì è un buon giorno per Invecchiare

Partiamo dalle cose ovvie, e meno interessanti: oggi compio 32 anni, quindi, ufficialmente, invecchio.

Stavo scrivendo un altro articolo, per oggi, ma visto che il mio compleanno cade in coincidenza con il mio articolo settimanale ho cambiato idea. Più che altro, come spesso capita in queste occasioni, mi sono fermato un po’ a riflettere. D’accordo, probabilmente capita solo a me.

Non sono uno che vive con grande anticipazione i compleanni. La vedo più come una scusa per trovarsi tutti insieme, mangiare e bere bene, e passare un po’ di tempo in compagnia. Ricordo che quando andavo al liceo, invece, era un conto alla rovescia a quel momento in cui sarei arrivato a 18, e sarei diventato un essere umano fatto e finito, almeno per la legge. Quel momento è passato e scivolato via. Un giorno mi sono svegliato, e mi sono accorto che non era cambiato nulla per me.

Ho, però, un ricordo antecedente che oggi, per qualche motivo, mi è tornato alla mente. Frequentavo la scuola media, e per un paio di mesi mi alzavo tutte le mattine con il terrore di invecchiare. Che è una cosa buffa, se ci si pensa. Un bimbo, a dodici anni, non è nemmeno ancora un adulto, e in tutta sincerità non ho idea di cosa avesse acceso quella fobia, se non il fatto che, per via del divorzio dei miei genitori, era un periodo un po’ di schifo, ma in tutta sincerità non sono nemmeno sicuro che le due cose siano collegate tra loro.

Non era tanto l’idea della morte che mi spaventava, quanto il pensiero che mi sarei avvicinato ad essa come un vecchio malato, incapace di muovermi, magari con i primi segni di demenza. Sentivo l’ansia per la fatica che avrei fatto a svolgere gesti quotidiani, come alzarmi da seduto, o andare da un posto all’altro sulle mie gambe.

Così com’era arrivata, quella sensazione sparì, e devo dire che, per quanto di tanto in tanto mi torni alla mente, ha completamente perso il suo potere, e ad oggi resta per me solo un ricordo buffo. Eppure, nonostante non sia certo in là con gli anni, una vita di sport hanno lasciato su di me qualche cicatrice, come una spalla lussata, un ginocchio che alle volta gioca qualche brutto scherzo, e una schiena che mi ha costretto per la prima volta ad andare dall’osteopata. Lo sport che pratico oggi è il Taiji, e l’età media della palestra è superiore ai 50 probabilmente solo perché ci sono io ad abbassarla. Fisicamente mi sento un vecchio rinsecchito, e la cosa mi fa ridere.

Mi fa ridere perché so di non esserlo, e se anche lo fossi non sarebbe un problema. Da molto tempo, infatti, ho semplicemente imparato ad accogliere il mio presente con gentilezza. E tutto sommato trovo che il mercoledì sia un buon giorno per invecchiare per me, quest’anno. Un giorno di intermezzo che si limita a scivolare via come se nulla fosse. Eppure, stamattina mia moglie si è alzata prima di me, e ha preparato i Waffles. Quando sono arrivato in cucina, mi ha fatto trovare un piccolo regalo: un portachiavi per l’auto nuova, della Lego, quello con la figura di Dart Vader.

Io allora mi sono girato verso mia figlia, che era sul seggiolone, e con la figurina in mano le ho detto “Sono tuo padre!

Non sono sicuro che abbia capito, però almeno si è messa a ridere.

Sull’essere disciplinati

Hai mai fatto i buoni propositi dell’anno nuovo? O fatto una dieta? Personalmente no. Riguardo alla dieta è perché In linea di massima non ne ho bisogno, ma sui buoni propositi posso serenamente ammettere che ho sempre saputo che non li avrei mantenuti, già a partire dal 2 gennaio.

Non mi considero una persona particolarmente disciplinata, nonostante di lavoro faccia (anche) il coach. Ci tengo a precisarlo, perché ci sono una quantità di coach lì fuori, e io li stimo moltissimo per questo, che si fanno apologeti dell’importanza della disciplina e della tenacia. Queste competenze, dicono, sono l’unica cosa che faccia davvero la differenza nel raggiungere obiettivi ambiziosi.

Ecco, su quest’ultimo punto ho qualcosa da ridire: non sono così convinto che sia solo la tenacia a fare la differenza, e come tutte le competenze può avere risvolti sia in positivo che in negativo, ed è per questo che vale la pena imparare a conoscerla, e svilupparla.

Si tratta in effetti di un compito arduo, ancora di più per un pigro dichiarato come me. Dico dichiarato perché effettivamente l’essere umano è fisiologicamente pigro, e vincere questa pigrizia richiede che ci sia un motivo preciso. In questo senso, la nostra migliore motivazione nel vincere la pigrizia è l’emotività: ogni emozione, per un motivo o nell’altro, ci spinge a vincere la pigrizia. Ad esempio, possiamo metterci a dieta perché proviamo disgusto, o rabbia nel vedere la nostra immagine allo specchio, oppure possiamo iniziare a leggere un libro la sera prima di andare a dormire perché proviamo piacere nel farlo.

L’emozione, in questo contesto, gioca un ruolo essenziale, ma assolutamente a breve termine: va molto bene per metterci in moto, ma non ci aiuta più di tanto a mantenere una buona abitudine. Per farlo ci serve la disciplina. Sì, insomma, questo è quello che dicono. Personalmente, trovo che tutto stia a quanto una cosa sia importante per me. Se lo è molto, non ho problemi a mantenerla nel tempo, se lo è poco di solito la abbandono in tempo zero. Probabilmente ciò che fa realmente la differenza è proprio che, in generale, non ho difficoltà a distinguere ciò che per me è importante, da ciò che non lo è.

Per fare un esempio banale, saranno passati ormai sei o sette anni da quando ho deciso di iscrivermi ad una palestra per praticare arti marziali. Prima di allora, ero riuscito a mantenere l’iscrizione ad uno stesso sport per non più di un paio d’anni al massimo. In palestra normale per forse un paio di settimane. Questa volta era diverso: sentivo di aver trovato la mia strada, una pratica che non solo lascia sempre margine al miglioramento, ma ben mi si addiceva al mio carattere, e ai miei valori.

C’è stata un’evoluzione importante,da parte mia, in questi anni, ma io resto ancora iscritto lì, a praticare arti marziali orientali. Ormai, sono uno dei vecchi della palestra, e mi trovo a spiegare questo o quell’altro movimento a chi pratica da meno tempo di me. Riguardo il mio percorso a posteriori, e trovo che sembri quello di una persona disciplinata: soprattutto all’inizio, prima che mi trasferissi, abitavo davvero lontano dalla palestra, e avevo quasi un’ora di strada per arrivarci. Insomma, facevo due ore di viaggio per un’ora e mezza di allenamento.

Potrei dire di essere stato disciplinato, tenace, ma la verità è che non mi pesava. Era un momento che amavo profondamente, e quel po’ di viaggio non mi ha mai dissuaso. Forse, in fin dei conti, checché ne dicano i vari coach e motivatori, l’unico modo per trovare realmente la disciplina è applicarla a qualcosa che ci piace nel profondo.

Per tutto il resto, alla fine, i trucchetti sono più che sufficienti.

Mi manca leggere

Da quando è nata mia figlia molte cose sono cambiate, per me.

E nella maggior parte dei casi sono cambiate in meglio. Ora la mia vita è decisamente più piena, e io sento di aver raggiunto un nuovo senso di completezza, nella mia famiglia. Alcune cose però, devo ammetterlo, della mia vita precedente mi mancano.

Il sonno, sicuramente, è una di quelle. Sono alcuni mesi che non ho una notte di sonno intera, e da quando è nata lei in generale una notte di sonno come la vorrei, o anche solo come ero abituato in passato. Una in cui vai a letto molto tardi, e ti svegli altrettanto tardi la mattina. Anche quando sono in trasferta per lavoro, ormai, mi sveglio verso le 4 di mattina immaginando il suono di mia figlia che piange di fianco a me.

Eppure, il sonno non è quella che mi manca di più. Certo, un po’ di sonno vero migliorerebbe notevolmente la qualità della mia vita, ma ormai sono abbastanza abituato a funzionare anche in questo modo, anche se sono convinto che quando mia figlia sarà un po’ più grande, e ricomincerà a dormire sistematicamente tutta la notte, io mi sentirò rinato.

Un’altra cosa che mi manca molto è la mia oretta di videogiochi prima di dormire. Sono alcuni mesi che il mio account Steam è dormiente, la sera sono semplicemente troppo stanco per accendere il mio buon vecchio Assassin’s Creed e fare una partita. Di solito mi limito ad attaccare Netflix, ed è morta lì. Anche questa cosa, però, sono convinto che a breve migliorerà: mia figlia sta diventando progressivamente più regolare nell’andare a letto, e quindi il mio tempo serale dedicato a me stesso aumenta.

Il lavoro, in effetti, non ne ha risentito granché. A parte il fatto che il punto focale del mio lavoro resta quello che svolgo con il cliente, in un modo o nell’altro riesco a ritagliarmi tutto il tempo che serve, senza sacrificare figlia e aziende domestiche, a curare tutto il mio backoffice.

Una cosa che non mi manca per nulla, invece, sono le serate fuori. Vuoi perché di tanto in tanto usciamo comunque, con bestia a seguito, vuoi perché in ogni caso non sono mai stato un grande animale notturno. Quello che ho scoperto è che se già quando ti sposi il tuo vecchio giro di amici storici più o meno sparisce, sostituito da coppie giovani, anche quando hai un figlio il tuo giro di frequentazione cambia. L’altra sera, ad esempio, io e mia moglie siamo andati a mangiare sushi con due amici che hanno un figlio di neanche 6 mesi più piccolo della nostra. Il locale ci aveva dedicato una saletta, che è stata prontamente dedicata a nursery per questi angioletti addormentati (sono angioletti solo finché dormono, altrimenti dopo le 9 di sera sono delle bestie immonde).

La cosa che mi manca davvero, invece, è la lettura. Prima di avere una figlia passavo quotidianamente molte ore a leggere, mentre oggi questa cosa è davvero difficile. Il mio momento prediletto per la lettura è sempre stato a letto, ma ora che mia figlia dorme accanto a me non si può stare con la luce accesa (ebbene sì, leggo ancora libri cartacei nonostante la mia preferenza sia spiccatamente per quelli digitali, che comunque non risolvono il problema della luce).

E leggere mentre lei gioca non è lo stesso: non è come perdersi in un libro, dimenticandosi del tempo, perché lei vicino chiede attenzioni, oppure si arrampica sul mobile della televisione, o infila le dita dentro i buchi delle prese.

Alla fine, però, mi sono reso conto che è solo questione di riorganizzare. La priorità indiscussa, ora, è mia figlia, ma per le piccole cose è giusto ritagliare dei piccoli spazi. Una cosa che ho notato, ad esempio, è che non ho più tempo per cazzeggiare. Non posso perdermi via a guardare video su facebook: ogni momento di ozio è prezioso, e va sfruttato in modo oziosamente ricco. Che per un pigro come me, voglio dire, è essenziale.

Perdere pezzi

C’è stato un momento della mia vita in cui ero una persona precisa, quasi ossessiva nella mia attenzione al dettaglio.

No, non è vero, un momento del genere non è mai esistito, sono sempre stato un castrone. Il tratto ossessivo, però, l’ho sempre avuto: quando andavo al liceo, ad esempio, potevo trascorrere serenamente un’intera lezione a riempire un foglio a quadretti con disegni geometrici e regolari. Mi sono reso conto che non ero una persona precisa, però, solo all’università, quando quella scarsa attenzione al dettaglio, che mi sarebbe stata essenziale per superare gli esami di fisica (durante la mia esperienza fallimentare a ingegneria) o di diritto (durante quella meno fallimentare a economia), non mi permetteva di passare gli esami.

Ricordo distintamente me stesso durante lo studio per l’esame di diritto privato. Probabilmente la chiarezza del ricordo nasce dal fatto che diedi lo stesso esame sette volte, prima di passarlo all’ottava. Ricordo la sensazione di avere perfettamente chiare le logiche che sottendevano a un insieme di leggi, i principi che guidavano la giurisprudenza, ma inciampare clamorosamente quando dovevo ricordarmi se una certa clausola era o meno prevista in un dato articolo. Odiavo il diritto, principalmente perché mi metteva di fronte alla mia incapacità.

Vincere questa particolare battaglia per me ha chiesto tempo e un livello di fatica decisamente importanti, ma ce l’ho fatta. Alcuni dei dettagli di quell’esame, e soprattutto di ciò che mi chiese il docente all’orale, sono ancora impressi nella mia mente. A dimostrazione che anche un castrone come me, se si impegna, può essere preciso.

Nella vita ho conosciuto anche persone incredibilmente precise. Nel loro modo di lavorare l’errore non era consentito, la precisione era la norma. E per quanto oggi si viva nell’era del better done than perfect, e io sposi appieno questo modo di pensare, non posso che provare ammirazione per chi ha il talento per la precisione.

Talento, questa parola, oggi, è così abusata. Chi si occupa di queste dinamiche sa benissimo che il talento è un ottimo punto di partenza per sviluppare le proprie capacità, ma se non necessariamente coltivato non porta lontano. Allo stesso modo, il duro lavoro da solo ci porta a livelli molto alti, ma non eccezionali. Insomma, la magia succede dove talento ed esercizio costante si incontrano.

Mi rendo conto che questo, per me, sia quasi uno sfogo. Essere precisi, nella mia linea di lavoro, è relativamente superfluo, visto che il mio approccio è squisitamente qualitativo, ma in alcuni momenti, ad esempio quando si seguono progetti, ecco che torna l’importanza dell’attenzione: si devono fare le giuste cose, nel giusto ordine, e il perdere pezzi si traduce inevitabilmente in fallimenti, ad esempio nel fatto che due o tre persone mi danno buca per partecipare ad un evento che sto organizzando, perché non sono stato abbastanza fluido nell’organizzazione.

Perdere pezzi è anche quasi inevitabile, quando si seguono tre o quattro progetti contemporaneamente, e una bimba di poco più di nove mesi che sta mettendo i denti e non ti lascia dormire la notte nell’equazione non aiuta.

Una richiesta di giustificazione? No, solo mera constatazione: non sono una persona precisa, e ogni tanto ne pago le conseguenze. Oppure devo fare tanta, tanta fatica in più, e non sempre riesco a tollerarlo.

Il Cinismo del Consulente

Chiedersi se venga prima l’uovo o la gallina è una di quelle domande oziose, un po’ come decidere se ero prima un cinico, e per questo ho scelto il lavoro da consulente, oppure è questo lavoro che mi ha fatto diventare un cinico.

E in effetti, non è nemmeno particolarmente importante: il punto è che sono un cinico, e questo è incredibilmente utile. Ad esempio, ho aspettative molto basse nei confronti dei miei clienti, o degli altri professionisti con cui collaboro, e quindi non mi stupisco particolarmente quando qualcuno a cui ho mandato un preventivo sparisce senza farsi più sentire, invece che rispondermi con un cordiale grazie ma no grazie, né resto colpito quando mi scontro con la scarsa professionalità delle persone.

Ad esempio, giusto un paio di settimane fa, avevo organizzato un incontro con un procacciatore d’affari, un ragazzo con una decina d’anni meno di me, con cui ci eravamo sentiti al telefono, e che si era dimostrato interessato a collaborare. Ebbene, giunto il giorno del nostro appuntamento, non si è presentato, anzi, quando gli ho chiesto via LinkedIn dove fosse mi sono ritrovato bloccato. Beh, sarebbe stato facile usare questo episodio come acchiappalike facile parlando di quanto siano inaffidabili i ggiovani, che poi credo sia un indice di invecchiamento precoce, già solo a pensarlo e raccontarlo qui mi sono spuntati dei capelli bianchi.

Ma la verità è che non mi interessa. Succede. Anzi, mi considero fortunato, perché con questa persona ho schivato una pallottola.

Eppure in casi come questo, è facile fare i moralizzatori. Dire che non avrebbe dovuto bloccarmi, o che quelli della sua età son tutti così, e che poveri i clienti con cui lavora. Quando, a pensarci bene, tutte queste cose non sono altro che dettagli irrilevanti. Il motivo per cui si è comportato in questo modo non mi interessa, così come non mi interessa negli svariati casi analoghi che mi si sono presentati davanti. Il comportamento, infatti, è comunicazione, e mi sembra che la sua comunicazione nei miei confronti sia stata estremamente chiara.

Per lo stesso motivo mi viene da sorridere leggendo tutti quei post di persone che si lamentano del recruiter di turno che li ignora dopo aver promesso un ricontatto. Non è, forse, un silenzio estremamente carico di significato? Possiamo considerarlo poco educato, forse, o può non farci piacere il significato che ci viene trasmesso, ma la comunicazione è lì, ed è piuttosto evidente.

E perché, d’altra parte, aspettarci l’educazione dal prossimo? Basta aver preso almeno una volta la A4 nel tranno Milano-Venezia all’ora di punta, o il Grande Raccordo Anulare a Roma per rendersi conto che l’educazione appartiene a una ristretta minoranza di persone. Il problema, insomma, non è la mancanza di educazione diffusa, ma la nostra aspettativa nei confronti degli altri.

Ed è qui che sta il mio cinismo. Mi occupo di problemi, e quindi dovrei sapere anche come risolverli, giusto? Vero, ma ci sono essenzialmente due requisiti essenziali per chi fa un lavoro come il mio, due condizioni che devono verificarsi entrambe, perché io mi possa muovere.

  • Il mio interlocutore deve essere consapevole di avere un problema da risolvere, e deve volerlo risolvere
  • devo essere pagato per farlo.

La prima è, in effetti, abbastanza evidente. Chi sono io per decidere che qualcuno ha un problema? Riguardo alla seconda posso solo dire che siamo in un mondo capitalista, e io devo mangiare.

Insomma, cos’è un cinico se non una persona che vede una quantità di problemi che potrebbe essere in grado di risolvere, ma non vuole farlo? Anche se tutto sommato, quelli non sono miei problemi, e come spesso mi capita di dire, un consiglio non richiesto, o un intervento fuori luogo sono atti di vera e propria violenza.

Forse sono una brutta persona, o forse no. Non ho ancora deciso, e tutto sommato non mi interessa.