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I Superpoteri inutili

Da ormai molti anni sono appassionato di manga giapponesi. Li preferisco notevolmente ai comics americani, forse perché in essi vedo un modo di pensare e una cultura più vicina ai valori che sento miei, ma non è questo il punto. Uno dei topos principali di tutti gli stili fumettistici è l’esistenza del superpotere. Insomma, vuoi perché ci si nasce, si mangia un frutto del diavolo, o si viene punti da un ragno radioattivo, il protagonista della storia si trova a possedere dei poteri fuori dal comune.

E se è vero che da un grande potere derivano grandi responsabilità, il protagonista in questione si imbarca per il suo viaggio dell’Eroe, sconfiggendo le proprie debolezze, oltre che i nemici sempre più forti che il narratore gli mette davanti, con l’obiettivo di salvare il mondo, diventare Hokage, o quello che è.

Mi sono sempre pigramente chiesto che cosa farei se avessi dei superpoteri, come quelli dei Manga. Mi piace pensare che li userei il mondo, ma molto probabilmente sarei più come Saiki Kusuo: farei tutto il possibile per passare una vita tranquilla, senza farmi stressare da nessuno. Poi, pensandoci meglio, mi sono reso conto che anche io ho dei superpoteri: ci sono delle cose che so fare soltanto io, e probabilmente poche altre persone al mondo. Eppure sono perfettamente inutili, un po’ come il potere di vedere solo attraverso le foglie d’acero, oppure di usare la telepatia con gli scarabei stercorari.

Ma mi sono reso conto che molti di questi superpoteri inutili li uso costantemente nel mio lavoro. Ecco quindi una raccolta semiseria di tratti inutili che mi contraddistinguono. Vedi mai che scopra che lì fuori ci sono persone strambe come me, o che magari anche tu, leggendo, hai altri tratti totalmente inutili, ma che tu in qualche modo riesci a valorizzare.

Il mio punto cieco è dove guardo

Da qualche anno, ormai, ho manifestato una condizione genetica nota come cheratocono corneale. In buona sostanza, le mie cornee con il passare del tempo, assumono una forma strana, e io perdo progressivamente la vista. Nel mio caso (ma è la normalità) essa si manifesta sul mio fuoco: significa che se guardo qualcosa, la mia capacità di vederla peggiore drasticamente.

Dopo alcuni anni, mi sono reso conto che questo mi rendeva molto più attento a notare dettagli ai margini del mio campo visivo. Insomma, se sto guardando qualcuno, riesco a notare l’espressione stranita o felice di chi mi sta di fianco. Insomma, il mio punto cieco non è dietro di me, è davanti!

Quando uso questo superpotere? Soprattutto quando lavoro come docente in aula: se sto spiegando qualcosa a qualcuno, riesco sempre a cogliere le reazioni del resto dell’aula.

Penso troppo veloce

Uno dei miei primi ricordi, quando ripenso a mia madre, è una sensazione della differenza di velocità tra lei e mio padre, o chiunque altro, nel parlare. Non so se sia mia madre che mi ha influenzato in questa direzione, o la mia sia una dote naturale, ma mi rendo conto che il mio cervello è costantemente su di giri. Ad esempio, non sono capace a leggere a voce alta, perché la mia velocità di lettura a voce è infinitamente più lenta di quella a mente.

Il che spesso è un problema, perché quando parlo accelero senza accorgermene. A un certo punto mi ritrovo che sto andando ad una velocità per me confortevole, e il mio interlocutore sta boccheggiando per venirmi dietro. Insomma, quando parlo con altre persone, la mia è una vita con il freno a mano tirato.

Quando uso questo superpotere? Questa capacità mi è particolarmente utile nel corso di consulenza e coaching. Se in questi contesti mi risulta più facile sintonizzarmi con la velocità del mio interlocutore, la mia velocità di pensiero mi aiuta a vedere tutta una serie di possibili scenari da percorrere, per aiutare il mio cliente al meglio.

So non pensare a qualcosa

Questo è divertente, e doloroso allo stesso tempo. Divertente perché teoricamente è impossibile: pensare di non pensare a qualcosa è di per sé pensare a quella cosa (e infatti ci riesco usando un trucchetto mentale). Doloroso perché ha a che fare con un periodo della mia vita particolarmente difficile, in cui sono stato travolto dalla negatività, per uscire dalla quale ho sviluppato questo talento.

L’idea è una sorta di tecnica di visualizzazione. Immagina di vivere da molti anni in una casa caratterizzata da un lungo corridoio, su cui danno le varie stanze della casa. Immagina che sul lato destro del corridoio ci siano nell’ordine un bagno, uno studio, e una camera. Ora, se ho bisogno di arrivare alla camera finale, non ho bisogno di entrare nelle due porte precedenti. Potrei al limite gettare un’occhiata distratta alla porta, ma se volessi evitare anche solo di notare la porta dello studio, potrei semplicemente guardare a sinistra non appena noto la porta del bagno.

La mia mente funziona più o meno così: un grande labirinto pieno di porte, su cui ho un certo controllo a livello spaziale. Significa che se voglio evitare un pensiero mi è sufficiente percorrere una strada diversa, oppure focalizzarmi su altro, per evitare un pensiero specifico. All’atto pratico, se volessi evitare di pensare, ad esempio, a un elefante rosa, costruirei l’immagine di un ippopotamo blu, e qualora mi rendessi conto di avvicinarmi alla combinazione animale+colore focalizzerei sull’ippopotamo blu, per poi deviare verso altri pensieri.

Quando uso questo superpotere? Questa strategia mi è stata particolarmente utile in passato per superare momenti difficili, ma ancora oggi la uso per evitare distrazioni specifiche, o focalizzarmi su qualcosa. Questa tecnica di visualizzazione ha anche a che fare con il mio stile di meditazione.

Vivo nel Presente

Un altro degli effetti collaterali del praticare meditazione da molti anni, e dell’essere morto una volta, è che vivo nel presente. Bella prova, direte voi, lo facciamo tutti. Eppure, per la maggior parte del tempo siamo proiettati verso il passato, o verso il futuro, e le nostre emozioni positive e negative le viviamo in funzioni di questo, non del presente.

Il che, in effetti, è un po’ strano, spesso. Capita soprattutto con mia moglie, che di tanto in tanto mi chiede che cosa mi aspetti da qualcosa, o se non sono preoccupato. E sembra prendersela sul personale quando le rispondo che di solito non mi aspetto nulla, né vivo emozioni negative rispetto ad un futuro ipotetico.

Quando uso questo superpotere? In effetti, lo faccio costantemente, ma mi è particolarmente utile quando mi trovo in situazioni dal carico emotivo molto forte, per poterle gestire in modo lucido.

Ebbene sì, ho mentito

Ogni giorno mi capita di avere quelle due o tre chiacchierate con persone di lavoro.

Possono essere potenziali clienti, o persone con cui sto valutando una collaborazione, o anche solo persone interessanti conosciute su LinkedIn, e con cui vale la pena scambiare qualche idea. Amo fare queste conversazioni: per me sono un enorme piacere.

Spesso, infatti, si sottovaluta questa dimensione relazionale dei Social Network. Il termine che va in voga oggi è social selling, il concetto è che per vendere qualcosa attraverso i social devi prima costruirci un minimo di relazione, e se lo chiedi a me, si poteva fare di meglio.

Molto ma molto meglio. Insomma, non è che ogni volta che scrivo un messaggio a qualcuno voglio vendergli qualcosa.

Ma non è questo il punto. Dopo aver studiato la Pragmatica della Comunicazione Umana, di Watzlawick, mi sono reso conto, infatti, che non importa quanto siamo bravi a produrre contenuti efficaci, o brillanti nelle nostre comunicazioni testuali: tanto più la nostra comunicazione è fisica, quanto più essa è efficace. Insomma, LinkedIn non serve a nulla se poi con quelle persone non parlo al telefono, o, ancora meglio, non le incontro di persona.

Insomma, tutta questa introduzione solo per dire che amo parlare con le persone.

Adesso è il punto dove ammetto che non sono sempre sincero.

Sì, lo so, i puristi del Personal Branding diranno che bisogna essere integri, altrimenti si rischia di rovinare tutto subito. Bisogna essere autentici. Per favore, fatemi il piacere. Siete i primi che danno quell’immagine patinata, priva di errori, in cui i propri clienti sono perfettamente soddisfatti. E non venite a raccontarmi che al limite omettete qualche particolare, perché una mezza verità non è diversa da una bugia. La differenza tra voi è me è che lo faccio apertamente. Anzi, le mie menzogne sono parte del mio Personal Brand, e voi potete serenamente attaccarvi!

Siamo sinceri, tutti mentiamo, e lo faccio anche io. Mi capita di mentire su quanti clienti sto gestendo al momento, su quante collaborazioni ho aperte, e sì, anche sulle mie competenze. Flash news: se voglio acquisire esperienza in un campo come consulente, devo raccontare di saperla fare quella cosa. Se non la so fare, devo acquisire esperienza. E non sempre sono in condizioni di farlo in autonomia. Il che significa che devo usare il mio cliente come banco di prova.

Ebbene sì, nel farlo mi assumo un rischio: quello che lui sia insoddisfatto. D’altra parte, sta a me saper gestire in ogni momento le sue aspettative. Una volta preferivo lavorare gratuitamente per acquisire esperienza, e fallivo molto di più. Dal mio punto di vista, se lavoro gratuitamente, il mio cliente non mi prende abbastanza sul serio, e quindi il progetto è destinato a fallire per definizione. Oggi preferisco raccontare che sono già un esperto, che le competenze le ho tutte. Ma non è vero. Ovvio, studio come un cane per raggiungere l’obiettivo, e metto in campo anche più carte del necessario. Ma se alla fine riesco, e il mio cliente è soddisfatto, io ci ho guadagnato, e anche lui.

Fake it till you make it, dicono negli USA. Non posso dire di sposare appieno questa filosofia, probabilmente perché non sento di arrivare mai al make it: so di avere sempre margine di miglioramento. Ed è per questo che a un certo punto queste menzogne diventano la mia verità. Ogni tanto capita quello che mi dice che non capisce mai quando mento o quando dico la verità.

In effetti, rispondo, non lo so nemmeno io.

Insomma, se abbiamo parlato probabilmente ti ho mentito. Ma non avertela a male per questo. Infatti, quello che dico sempre è che non devi fidarti di me. Non ha senso che tu lo faccia. Puoi solo mettermi alla prova, e vedere come va.

Il treno delle 5:37 per Roma

Non mi piace dormire fuori casa, la notte.

Tutte le sere, mia figlia si addormenta con me, ed è una cosa a cui tengo molto. Me la sto godendo davvero. Ne ho parlato con mia moglie, e per il prossimo periodo cercherò il più possibile di evitare trasferte di più di un giorno nel lavoro.

Il che significa che, in generale, preferisco lavorare con clienti più vicini. Poi però ti capita quel progetto, quello bello davvero, a Roma, e che paga il giusto. Quel progetto a cui non vuoi rinunciare. E allora lo prendi.

Parte della negoziazione progettuale ha riguardato gli orari. La giornata per me in azienda inizia alle 10, significa che ho tutto il tempo di arrivare, se prendo il treno delle 5:37 da Mestre.

Il treno delle 5:37.

Per prendere il treno delle 5:37 dalla stazione devo prendere l’autobus delle 4:50 da casa. Quello dopo è alle 5:20, e arriverebbe in stazione alle 5:34, in teoria. Il margine è troppo poco, devo muovermi con mezz’ora di anticipo.

La mia sveglia, quando vado a Roma, è alle 4.

La sveglia delle 4 ti proietta in un mondo onirico, in cui non sei sicuro se dormi o sei sveglio. Se esisti o meno. Le 4 è, potenzialmente, l’ora in cui andrei a letto se seguissi davvero il mio ritmo circadiano.

Quando devo svegliarmi alle 4 dormo in un’altra stanza. Un materasso appoggiato sul pavimento, e con delle coperte sopra. Quando mi alzo, sono tutto indolenzito, ammaccato, quasi come se avessi dormito direttamente sul pavimento in gres porcellanato. La moka l’ho messa su la sera prima, perché con la sveglia alle 4 mi manca la coordinazione occhio-mano necessaria per prepararla. Con gesti lenti e assonnati mi preparo. Mia moglie, nel frattempo, si sveglia, mi augura buon viaggio, poi torna a letto.

L’autobus delle 4:50 è pieno. È la prima corsa della giornata, riempita dal popolo della notte. Ormai, tra di loro si conoscono, chiacchierano sommessamente in piccoli gruppi. Per loro io sono un estraneo, un alieno. L’ambiente è riscaldato, e ci protegge dalla nebbia che ci assedia, così spessa che puoi vedere anche le singole goccioline in sospensione nell’aria.

Arrivo in stazione, e il treno è già lì ad aspettarmi. Faccio per salire, ma lo stanno ancora pulendo. Aspetto sulla banchina, infreddolito ma neanche tanto. A un certo punto le porte si aprono, e salgo. Ci sono solo io nell’intero vagone, il numero 5. Trovo il mio posto, finestrino, e mi siedo dopo aver messo lo zaino nella rastrelliera. La luce del treno è troppo intensa per essere reale alle cinque e mezza di mattina, quindi chiudo gli occhi.

Ricevo un messaggio da mia moglie, non riesce a dormire perché la piccola ha il sonno agitato. Mi chiede se le tengo un po’ compagnia. Inizio a scriverle, e a un certo punto, non so bene come, iniziamo a parlare di Alpaca. Progettiamo di aprire un allevamento di Alpaca nel nostro giardino di casa. Pochi euro per abbracciare un Alpaca. Magliette e cappellini con scritto Alpaca is Love Alpaca is Life. Un business da paura, nel giro di pochi mesi diventiamo milionari.

A un certo punto lei si riaddormenta, e anche io. Passano le stazioni, e il treno si riempie sempre di più. Quando arriviamo a Roma c’è gente che se ne sta in piedi nello spazio tra gli scompartimenti.

Il treno delle 5.37 è la parte che mi piace di meno del lavoro con il mio cliente di Roma. Ma in effetti, è un’esperienza interessante.

Scelte che ti cambiano

Scrivere è un po’ come andare in bicicletta: anche dopo uno stacco di un po’, ricominciare non è faticoso. Soprattutto se, come il sottoscritto, non hai mai davvero smesso.

Questo articolo, per me, è un po’ un punto di svolta, una ripartenza. In questi ultimi mesi la mia vita è cambiata drasticamente sotto molti punti di vista, e questo nuovo sito è solo il più superficiale. A proposito, ti piace? Fammelo sapere in un commento! 🙂

Il vero cambiamento della mia vita è stato l’arrivo di mia figlia. Una novità assolutamente attesa, almeno per i nove mesi precedenti, ma devo ammettere che se anche in teoria me lo aspettavo, non ero del tutto pronto all’impatto che questo ha avuto sulla mia vita.

Quello che ha davvero fatto la differenza, però, è la scelta che ho fatto, per gestire meglio questo cambiamento: smettere di lavorare per un paio di mesi, per dedicarmi al 100% a mia figlia e a mia moglie.

Una scelta per nulla scontata, in effetti. Sia io che mia moglie, infatti, siamo liberi professionisti, e non abbiamo un vero e proprio ammortizzatore sociale. Conosco moltissime persone che pur avendo, in teoria, le stesse possibilità, hanno scelto diversamente, guidate dall’ansia di non riuscire a pagare le bollette il mese successivo. E come dar loro torto? Questo è il bello e il brutto dell’essere imprenditori di sé stessi: possiamo gestire il nostro tempo come vogliamo, ma contemporaneamente abbiamo sempre l’ansia di non star facendo abbastanza.

La mia scelta è stata quella di chiudere i progetti a novembre, rimandare a gennaio/febbraio quelli in partenza, e soprattutto, riposizionarmi leggermente nel mio mercato di riferimento. Ebbene, questo sforzo di riposizionamento è culminato, tra le altre cose, nella creazione del sito che stai navigando proprio ora, ma anche in una nuova definizione di strategia commerciale.

La mia scelta è stata quella, per quest’anno, di lavorare di meno e guadagnare di più, sacrificando tutta una serie di progetti interessanti, ma a basso valore aggiunto. Proprio un paio di settimane fa mi trovavo in una sala riunioni a discutere un progetto davvero stimolante, con una ricaduta sociale importante, che mi sono trovato a rifiutare, banalmente perché pagava poco, e di interesse non strategico. Non è che non creda nella loro mission, o che il progetto non mi piaccia. Semplicemente, in questo momento le mie priorità sono altre.

Ebbene, mia figlia e mia moglie sono diventate una priorità, ancor più di prima.

Chiacchieravo con un altro consulente, un po’ di tempo fa, che a un certo punto mi ha detto “Vorrei aver potuto fare la stessa scelta, quando è nato il mio primo figlio“. Non ho saputo come rispondere. Forse le circostanze non glielo permettevano, o forse non ha avuto il coraggio di farlo. Però si è pentito di non averlo fatto.

Io, invece, a posteriori sono soddisfatto. I nuovi progetti su cui sto lavorando sono davvero stimolanti. Ho moltissimo tempo da dedicare a mia figlia. E a posteriori, posso dire di aver fatto la scelta giusta: nel primo mese dopo il parto, mia moglie ne ha subito in modo importante i postumi, rimanendo praticamente bloccata a letto per tutto il tempo, incapace di camminare, o anche solo di sedersi, se non per brevi periodi. Il fatto che fossi a casa con lei ha permesso a me di aiutarla, e a lei di riprendersi.

Nostra figlia sta bene, sembra felice. Da un po’, ormai, ha iniziato a sorridere e comunicare, a suo modo, riconoscendoci per chi siamo. Oggi è un essere capace solo di amare, e io sono felice di condividere questo aspetto della mia vita da consulente. Sono un bugiardo, e un pigro, ma almeno sono felice.