Essere al top della forma

La luce dell’orologio illumina il corpo di mia figlia, rannicchiato tra me e mia moglie. Il suo piccolo piedino, taglia 19, saldamente piantato nel mio stomaco. Segna le 3.28. Io mi allontano abbastanza da evitare i calci di mia figlia. Mi giro dall’altra parte.

La sveglia non suona, vibra. La trovo più tollerabile, così. Non come mia moglie, che mette una sveglia, e poi schiaccia snooze anche 5 o 6 volte. Io preferisco una sveglia secca. Dormivo, e ci metto qualche secondo a capire come muovere le braccia con sufficiente precisione per trovare il quadrante dell’orologio. Ci premo sopra, a caso, e smette. Mentre esco dal letto mi muovo lentamente, in modo da non svegliare mia figlia, e nemmeno mia moglie. La notte è stata lunga.

La mia routine mattutina non ha nulla a che vedere con quelle alla miracle morning. Il mio dito scorre pigro sul bordo del cartone del latte, cercando l’applocazione di LinkedIn. Mi ci vuole qualche secondo a capire che ho messo il telefono in frigo. A un certo punto raggiungo i miei vestiti, che ho preparato la sera prima. Prima di uscire metto la testa dentro la porta della camera. Io esco, dico. Ci vediamo stasera. Mia moglie mugugna qualcosa, mezza addormentata.

Fuori è buio, e freddo, e io salgo in auto senza giacca. Avvio il motore ed alzo il riscaldamento, mentre aspetto che il cancello di casa si apra. Ora mi sento più sveglio. Beh, sveglio è una parola grossa. Attacco il telefono con il cavo, per metterlo in carica, e dopo qualche secondo partono i System of a Down. Li stavo ascoltando ieri sera, mentre lavavo i piatti. No, troppa energia a quest’ora della notte. O è già mattina?Scorro le mie playlist su Spotify, fino a quando non trovo Scott Davis. Apro l’album Tahoma: Reimagined, e dopo qualche istante la musica di pianoforte mi avvolge. La lascio a volume basso, abbastanza per coprire il rumore del traffico.

Ti vedo provato. Questo me lo dice Marco, nome di fantasia, mentre mi saluta. Accetto volentieri un caffè della macchinetta, dal sapore acido come i suoi commenti mentre mi chiede se ho dormito. Rido mentre gli racconto le mie avventure notturne. Marco non ha figli, e non è sicuro che compatirmi, disprezzarmi o invidiarmi. Nel dubbio, ride alle mie battute.

Non so, esattamente, da dove tiro le risorse. Forse parlare davanti a un’aula di ciò che amo e mi appassiona è la mia salvezza. Mi sento concentratissimo, vivace, e rispondo in modo preciso alle domande dei partecipanti. Di tanto in tanto mi capita di sbadigliare, ma a parte questo sono lucido, concentratissimo. Certo, se dovessi farlo tutti i giorni probabilmente morirei dopo una settimana. In pausa vado in bagno, e il consulente che mi guarda dall’altra parche dello specchio ha dei segni neri sotto gli occhi infossati. I capelli sono arruffati, e ha un’espressione spiritata.

Però almeno sorride.

In autostrada, al ritorno, viaggio a 130 tra la seconda e la terza corsia. Senza musica, perché ho bisogno di ascoltare un po’ il vociare dei miei pensieri. Chiamo mia moglie. Il telefono squilla per qualche secondo, e lei risponde. Le racconto com’è andata la giornata, e le dico di non aspettarmi per dar da mangiare alla Bestia, c’è un rallentamento poco più avanti, e Google mi dà rosso.

Mentre varco la porta di casa sento i rumori del bagnetto. Lascio lo zaino all”ingresso, e butto la giacca su una poltronattacapanni. Vado in bagno, e mia figlia ride quando mi vede. Do il cambio a mia moglie, e me la godo un po’ mentre gioca nell’acqua. La mia cena può aspettare, così come il sonno.

Alla fine, quando fai qualcosa di importante, tipo lavorare, o stare con una figlia, il resto può, semplicemente, aspettare.

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