Lo Smart Working ai tempi del Coronavirus

Il computer si accende, iniziando a spargere luci led pulsate per tutto lo studio. Un vezzo da gamer che non ho mai capito, apparentemente non puoi comprare una scheda video di buon livello, senza l’illuminazione da Las Vegas che però fa figo e quindi va bene. Mentre aspetto guardo l’orologio del telefono che segna 23.23, ora fortunata.

Il feed di linkedin scorre davanti ai miei occhi, e io, sottovoce, impreco.

Cerco nella parte superiore dello schermo la pagina con il mio calendario editoriale. Ci sono decisamente troppe schede aperte nel mio browser, e devo girarne tre o quattro prima di trovare quella giusta. Ricordavo bene, l’argomento dell’ultimo mese è stato la Performance in azienda, quello della settimana è lo Smart Working. Torno su LinkedIn, dove uno dopo l’altro scorrono post taggati #coronavirus e #smartworking.

Smetto di tormentare la rotella del mio mouse, e iniziocon i miei capelli.

Valutiamo le opzioni.

Potrei cambiare argomento. Nessuno saprebbe mai nulla. Mi secca un po’, perché avevo davvero voglia di parlare di smart working questa settimana. Oppue potrei parlarne, con il rischio di scadere nello sciacallaggio mediatico, che è un po’ quello che stanno facendo tutti in questi giorni.

Un post cattura la mia attenzione.. Si chiede quanti di quelli che applicheranno il telelavoro in questi giorni lo manterranno a crisi passata. Ragiona sul fatto che molti che oggi sono paladini dello smart working fino a ieri lo rifiutavano per partito preso.

Più leggo, e più la sensazione che ho è che le persone, in generale non abbiano capito che cosa sia, davvero, lo smart working. Non l’imprenditore che pubblica il post dicendo che fa lavorare i dipendenti in smart working per una settimana. Né il nomade digitale con il suo mojito di fianco al portatile su una spiaggia tropicale.

Perché alla fine della giornata smart working non è lavorare da casa, come non è ferie illimitate od orari flessibili. In effetti, è tutte queste cose, e nessuna di esse. Perché lo smart working, quello vero, è più che altro uno stile organizzativo e aziendale, fatto di pricessi, e piccole migliorie, che in molti casi passano assolutamente inosservate.

In definitiva, si tratta di creare aziende a misura di persona, anziché persone a misura d’azienda.

Se parliamo di telelavoro, ad esempio, possiamo essere tentati dal dire che l’idea che le persone possano lavorare da casa anziché farsi ogni giorno ore imbottigliati del traffico sia sicuramente migliore, e smart. In realtà, a ragionarci un attimo, anche il telelavoro ha i suoi aspetti negativi: crea isolamento, e diluisce la cultura aziendale. Rende di fatto le persone reperibili costantemente, anche fuori dall’orario d’ufficio, e non ultimo scarica l’onere del curare l’ecosistema sul lavoratore. A pensarci, non è poca cosa: in azienda c’è qualcuno che (in teoria) si occupa di procurare sedie comode, e pulire i bagni ogni giorno. A casa quest’onere ricade tutto sul telelavoratore. Non c’è nulla di smart in questo.

Senza contare che, per funzionare bene, questo tipo di lavoro richiede un aumento esponenziale della comunicazione virtuale che, come è chiaro a chi come me studia fenomeni comunicativi, rende molto più facile che si creino situazioni di incomprensione e frainteso. Il che, naturalmente, non significa che il telelavoro sia sbagliato o dannoso, ma che l’introdurlo in modo forzato, ad esempio a causa di un’epidemia virale, creerà probabilmente più problemi di quelli che potrebbe risolvere, tanto che alcuni dei super generosi che hanno concesso lo smart working fino a quando l’epidemia non sarà rientrata, probabilmente, arriveranno a chiedersi perché non abbiano semplicemente chiuso l’azienda e mandato le persone in ferie per un paio di settimane.

Perché la verità è che lo smart working ai tempi del Coronavirus non è smart working. Alla fine, è solo l’ennesimo tacon peso del buso (pezza peggio del buco).

Ok, direi che qualcosa da scrivere ce l’ho. Mia figlia ora dorme, e le mie dita scorrono, veloci, sulla tastiera.

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