Vita privata e professionale

Oggi, proprio oggi, sono nove anni che sto insieme con mia moglie. Nove anni da quel primo appuntamento che avrebbe portato prima al nostro matrimonio, poi alla nascita di nostra figlia.

Nove anni con i loro alti e bassi. La nostra non è una storia da romanzo. La relazione che ho con mia moglie è fatta di momenti felici e momenti tristi. Momenti preoccupati e momenti incazzati. Sì, insomma, al di là del fatto che lei fa la psicoterapeuta, e io il consulente, e quindi entrambi abbiamo questa mezza ossessione per l’aiutare gli altri, siamo persone normali, che vivono una vita normale. Come gli Italiani medi viviamo a meno di un chilometro dalla nostra famiglia (dalla sua per essere precisi). Apparteniamo entrambi alla generazione perduta, quella dei Millennials, e facciamo parte di quel ceto medio che sta sparendo. Nostra figlia non dorme. Insomma, il prototipo di famiglia all’italiana del primo ventennio del nuovo millennio.

Una delle cose che ci caratterizza è proprio il fatto che, essendo entrambi liberi professionisti, non viviamo quello stacco tra la vita privata e quella professionale che era comune della generazione precedente. Gli orari di lavoro, per noi, sono flessibili, e spesso risicati alla cura di nostra figlia. Le telefonate in pigiama, mentre preparo la cena, sono diventate una cosa normale per me. Ed è questo il motivo per cui, di tanto in tanto, mi trovo a raccontare degli spaccati della mia vita quotidiana proprio qui, tra queste righe, esattamente come sto facendo ora.

Il che, in effetti, fa un po’ ridere. Mentre lavoro, dai miei clienti, mi sento un po’ supereroe. Difficile non farlo, quando affronti situazioni che pesano anche per centinaia di migliaia di euro sui conti dell’azienda. E so che anche per mia moglie, per quanto non lo ammetta in questi termini, è così, visto che lei lavora con la salute psicologica delle persone. Poi torniamo a casa, e ci troviamo a ridere come degli idioti quando nostra figlia imita i nostri manierismi, oppure ci fa, a modo suo, dei piccoli scherzi. Tutto questo ha, almeno per me, dell’anticlimatico, ci aiuta a mantenere i piedi per terra.

All’inizio di quest’anno ho deciso che avrei lavorato di meno, per avere più tempo con mia figlia. Si tratta, effettivamente, di una scelta che mi ha ripagato enormemente, anche se questo lavorare di meno apre a scenari di difficoltà, nella gestione del turnover dei clienti. E questo è il momento in cui il confine tra vita privata e professionale diventa, se possibile, ancora più labile: se ho ben chiaro, nella mia testa, che lavoro per vivere, e non vivo per lavorare, comunque la pagnotta a casa bisogna portarla, e non sempre le circostanze sono favorevoli affinché questo avvenga serenamente.

Voglio dire, capita che mi trovi a preparare un progetto la sera tardi, decisamente troppo tardi per essere lucido al cento per cento, soprattutto quando il sonno è carente. E per quanto possa essere un maniaco della produttività, e del fare solo le cose realmente utili ed essenziali, quando hai una figlia di un anno (lo compirà giusto questa settimana), la vita è una distrazione continua.

Voglio dire, se pensi che facebook sia una distrazione, probabilmente è perché non hai figli.

In casi come questi capisco quanto valga quel modello di “famiglia tradizionale“, in cui i nonni aiutano in modo importante i genitori nella gestione dei figli. Effettivamente, se non ci fossero i miei genitori, e soprattutto quelli di mia moglie, sarebbe tutto molto più difficile da gestire. Probabilmente questo lusso di passare tanto tempo con mia figlia non me lo potrei concedere. e per questo sono grato alle circostanze.

Alla fine, che sia vita privata e professionale, sempre di vita stiamo parlando. Con i suoi momenti felici e le sue difficoltà. Le sue preoccupazioni e le sue incazzature.

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